lunedì 14 dicembre 2009

La dura realtà e il mondo dei sogni. Rough Cut di Jang Hoon (Kor/2008)




L’avvio potrebbe essere una partenza eccellenze per la più tipica delle commedie meta testuali: un vero boss viene scritturato per la parte dell’antagonista malavitoso nel nuovo film della star capricciosa di turno. Roba da vederci bene un DeNiro ormai allo sbando. E invece no, perché fortunatamente questo è il debutto alla regia di Hun Jang, che con Joon Hwan Jang e Nong Jin Na rappresentano il futuro del cinema coreano (non per nulla è uno degli ex allievi prediletti di Kim Ki Duk, che produce anche il film).



Partendo da un’idea quasi banale, il giovane cineasta costruisce ben tre storie, ognuna dotata di una conclusione ben definita e dolorosamente differente. Tutta l’opera si basa su di un semplice presupposto: per quanto tu possa pensare di essere tormentato, per quanto possa essere piacevole crogiolarsi nel fatto che le tue opere siano vere e sentite, aderenti al personaggio irrequieto che ti sei costruito addosso, la realtà sarà sempre molto, molto, molto più dura. E Su-Ta, divo violento e trasgressivo, ci si scontrerà direttamente.



Una rivelazione che determinerà la partenza di una trama interna al film, un bildungsroman in cui l’attore (nel senso di personaggio-attore) maturerà acquistando serietà e dedizione, lasciando in disparte la sua nota superficialità. Tutto con l’obbiettivo di dimostrare al rivale Gang-pae di essere in grado di fronteggiarlo in un vero scontro fisico, lontano dalle coreografie del set. Questo sub plot e quello relativo al meta film culmineranno nello stesso finale. Melodrammatico, riconciliante, gonfio di certa retorica facile e scontata. Il buono vince sul cattivo, tutti gli sforzi vengono ripagati, l’antipatia lascia spazio al rispetto e all’amicizia virile. Peccato che il film vero non sia ancora finito.



La vicenda personale di Gang-pae si distanzia molto dalle due precedenti. Gangster reale, incapace di fare a meno della violenza e di distinguerla dalla finzione. Fattore che porterà a risultati testosteronici quando si tratta di simulare una scazzottata sul set, ma anche a conclusioni molto più sgradevoli nel caso si debba simulare uno stupro. Durante le quasi due ore di Rough Cut il suo personaggio non maturerà, non progredirà. Sarà solamente immerso in un mondo che non può che farti sprofondare sempre più nei suo meandri bui. Nessun tipo di redenzione o di amicizia leale. Solo opportunismo e morti reali. Da qui si arriva al vero finale, speculare a quello interno alla finzione.



Rough Cut è un film complesso e stratificato, nonostante una messa in scena dimessa e minimale. I silenzi sono rotti da estemporanee incursioni nella commedia, cinicamente incluse solo per creare empatia con i personaggi. Inutile dire che gran parte dell’attenzione è messa nella sceneggiatura e nella profondità dei personaggi. Caratteristica questa resa con maestria, gettandoci in pasto a un cast di personaggi a tratti stupidamente stoici nelle loro convinzioni, cosi come umorali e scostanti. Persone vere, alla ricerca della loro reale dimensione interpretando ruoli di finzione
all’interno di un film. Prima di scontrarsi con il duro muro costituito dal reale.

2 commenti:

Gio' ha detto...

Ecco cosa adoro del cinema asiatico a differenza di quello "occidentale".

Di un film che so, americano, viene fatta talmente tanta pubblicita, si crea talmente tanto hype (e non parlo del colossal, ma anche del medio teenager horror movie) se ne parla talmente tanto nei forum, sin da quando lo scrittore ha avuto l'idea nel cesso fino al 40esimo trailer a 5 minuti dall'uscita del film nelle sale, che poi quando arrivi lì t'hanno fatto perder la voglia.

Mentre dall'Asia (per quel che mi riguarda eh) tutto è ancora così oscuro, così poco pubblicizzato dalle nostre parti che ti puo sbucare un gran film da un momento ad un altro, che neanche te l'aspetti!

MA! sto iniziando "No mercy for the rude" di Cheol-Hie Park, merita ?

Gio'

MA! ha detto...

Di "No mercy for the rude" me ne hanno parlato tutti bene ma non l'ho mai cagato. E questo è il bello e il brutto del cinema asiatico: producono troppa roba! Per forza che dopo i film immancabili sono così tanti, peccato mancarne sempre qualcuno. Comunque appena hai visionato attendo recensione dettagliata!