giovedì 3 dicembre 2009

The House of the Devil di Ti West (US/2009): ciao ciao horror, benvenuto...

Per l’appassionato di cinema horror (occidentale) gli anni ’80 rappresentano qualcosa di speciale. Ultima decade prima del decadimento e dell’ atrofizzazione coatta, ultimo sprazzo di una presunta età dell’oro che pare essersi conclusa per sempre. Lo stesso Ti West sembra conoscere bene questa fetta di storia moderna, trasferendone il carattere vitale e inquieto alla protagonista del suo The House of the Devil. Un excursus stilistico esorbitante, dove lo studio maniacale per l’estetica del cinema di genere di quegli anni sorpassa di gran lunga tutti gli esperimenti proposti fino a ora. La mimesi totale si realizza evitando citazioni, facilonerie ed esagerazioni pateticamente divertenti. Il giovane cineasta statunitense realizza in questo senso un’opera monumentale, andando controcorrente e scansando ogni sorta di attualizzazione. Il ritmo è lento, tutta l’azione è tenuta per il gran finale e le protagoniste non paiono essere strappate da un catalogo di intimo. The House of the Devil è il cinema horror anni ’80. E infatti la sua protagonista finisce per essere tenuta in vita a forza su di un letto d’ospedale. Notate qualche parallelismo?



Anche se la lettura di West appare semplicistica e relativa esclusivamente al cinema occidentale, non possiamo che dargli ragione. Pur allargando il nostro sguardo all’intera proposta mondiale l’ultimo botto “vero” di questo genere lo abbiamo con l’esplosione nipponica della seconda metà degli anni ’90. In qualunque caso oggi il Nostro non pare stare benissimo. Va bene, nel frattempo ci sono state le new waves coreane e tailandesi. Ma, a parte alcuni esempi eccellenti, quanto si discostano dal modello avviato da The Ring e portato alla perfezione con Dark Water? Delle proposte francesi poi non vale neppure la pena parlare, visto il tasso di furti e saccheggi che si portano dietro.



A questo desolante punto, cosa possiamo fare per poter risollevare le sorti del genere metaforico per eccellenza? Qual è la via per poterlo attualizzare, spazzando in solo colpo nostalgia e terrore di fantomatiche cessioni a un gusto corrente troppo facile? Ci possiamo pensare quanto vogliamo, tanto qualcuno ha già risolto il problema. Si chiama Park Chan Wook e ha pensato bene di staccargli la spina.



Siamo in pieno boom vampirico. Anzi, il mercato ha già ampiamente superato la soglia della saturazione. Regge solamente grazie al ritardo culturale di un’ampia fetta di consumatori (mi piange il cuore ammettere una cosa simile, ma è dolorosamente vero). Uno dei maestri riconosciuti del cinema moderno decide di buttarsi nella mischia. Esce Thirst, ed è qualcosa che non si avvicina a nulla di già visto.



Ma non era già stato detto tutto sui vampiri?



L’uovo di Colombo sta nell’abbattere i generi, che non equivale a miscelarli tra loro. Mettere prima il segmento action, poi quello horror e poi quello divertente significa girare un action/horror/comedy. Nulla di nuovo. Le etichette rimangono, non si annullano per addizione. Possibile che in tutti questi anni nessuno si è mai domandato se l’offerta di horror scadente derivi dal fatto che l’horror stesso non ha più nulla da dire? Se ci pensate bene questa riflessione è riconducibile a tutti i generi, a esclusione dell’action puro (che per la sua natura esclusivamente linguistica merita un altro tipo di ragionamento).



Questo significa che dobbiamo accontentarci di quello che c’è già e rassegnarci a un domani fatto di remake e reboot? No, basta guardarsi in giro. Il livello di contaminazione e la facilità con cui accediamo a informazioni di ogni genere hanno frammentato il mercato in una tale misura che spesso pare cadere nel parossismo. Mai come in questo momento ognuno fa quello che più gli pare. Non è un caso se gli unici negozi a non essere in crisi sono i cosiddetti concept store. Non più generi di mercato, ma concetti e idee. Entro in uno di questi esercizi e ne esco con una tshirt dello stilista svedese, un libro fotografico di uno sconosciuto taiwanese e un disco di elettronica minimale berlinese. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile. Ora sta succedendo la stessa cosa nel cinema. Quella di Park Chan Wook è solo la voce più potente. Ripensando al boom del jhorror non posso che non pensare al capolavoro Pulse. Indefinibile e incompreso. E infatti arrivato a ondata conclusa.



Ti West se ne è reso conto e ha filmato un amaro epitaffio per il suo genere preferito. Ora la palla passa al pubblico, che non si deve più accontentare del multisala sotto casa. Una cosa ho imparato appassionandomi al cinema asiatico e/o indipendente: c’è sempre qualcuno un passo avanti agli altri. Da qualche parte nel mondo si sta filmando/scrivendo/producendo qualcosa di nuovo. Basta avere un accesso a Internet e tutto è a portata di qualche ora di navigazione. Come disse Giddens il non sapere è la colpa più grave del nostro secolo. Semplicemente perché dipende tutto da noi, dalla nostra voglia di andare al di la della pigrizia.



Smettiamo di tenere in vita un vegetale e stacchiamogli la spina. Sono i nostri tempi che ce lo chiedono.

2 commenti:

Greg ha detto...

inutile sottolineare che hai scritto un'altra pagina di vangelo.

solo una domanda, magari inappropriata:

quanto è CORMANIANO questo film?

MA! ha detto...

Alla fine dentro ci trovi un pò di tutto, dalle baby sitter di Carpenter al gotico di Corman.