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venerdì 27 luglio 2012

Vecchia scuola


Se non conoscete lo street-artist Dain vi suggerisco un piccolo giochetto: prima leggetevi questa intervista, poi guardatevi i due mini-documentari qui sotto. E non provate a dire che non ci siete rimasti male. Anche se questo eroe è attivo da un sacco di anni solo ora riesco a realizzare quanto riesca ancora a essere una forza della natura.







lunedì 23 luglio 2012

In viaggio stando fermi


Address Is Approximate from The Theory on Vimeo.



Toccante video scoperto grazie al solito Matteo Bittanti. Se avete due minuti (anzi, qualcosa di più di due minuti visto quanto vi farà riflettere) leggetevi il suo saggio Cartografie interattive per viaggiatori schermici, poi riguardatevi il piccolo capolavoro qui sopra. Senza fare tanti moralismi mi pare che dietro la struggente storia di questo giocattolo ci sia una riflessione piuttosto profonda su come, oggi come oggi, siamo ovunque senza mai muoverci dalla nostra camera. Poi, vista l'attenzione al concetto di mondo reale visto attraverso una periferica digitale, ci ricollegherei anche questo intervento sulla New Aesthetic. Pezzo notevolissimo segnalatomi a tempo debito da quell'autore geniale che è Adriano Barone. E, già che ci siete, leggetevi anche l'intervista al fondatore stesso della NA, James Bridle, sulle pagine dell'ultimo numero di Rivista Studio.

Piccola chiosa finale: notare la differenza di approccio alla materia da parte del sottoscritto rispetto a quella dell'autore di Videoludica. Bittanti si conferma un uomo del futuro, immerso in concetti astrusi senza mai un velo di paternalismo o nostalgia. Io uno stronzo incapace di resistere alla tentazione di dare al post un titolo dal vago (ma vago, vago) retrogusto post-adolescenziale (tanto diciamo che è una citazione dei Jamiroquai e siamo tutti più tranquilli).

giovedì 5 luglio 2012

Le avrete sicuramente già viste da qualche parte....


...ma non posso fare a meno di segnalarvi il blog (e le illustrazioni) di Jed Henry. Talentuosissimo disegnatore capace di fondere retrogaming e stampa tradizionale giapponese in una serie di piccoli capolavori. In vendita da agosto a 130 dollari l'uno. Non molto se si considera che le stampe verranno realizzate da esperti artigiani sfruttando le stesse tecniche con cui venivano realizzate le vere xilografie a cui si inspirano. Su KoiKoiKoi una bella carrellata dei lavori di questo genio.


Il giorno che i ragazzi dei RetroStudio annunceranno il nuovo Star Fox questa diventerà mia.

lunedì 4 giugno 2012

Vivo quanto un vitello decapitato



Solo per rassicurarvi, su pressione di un paio di amici, che sono ancora vivo e con la voglia di tornare a scrivere su queste pagine. Il periodo bello pieno, in collaborazione con la mia acutissima capacità di perdere tempo, mi sta tenendo un po’ lontano da tutto quello in cui solitamente sperpero le mie giornate (leggasi come: fumetti, cinema e altri ammennicoli vari). La bella notizia è che un paio di lavori sono ormai in chiusura. Prevedo quindi di rivedere la luce entro breve. In qualunque caso in questi giorni mi sono ritagliato il tempo per fare una capatina a Londra prima che le Olimpiadi la rendano la città più cara dell’universo (la stessa camera dove io e mia moglie eravamo alloggiati aumenterà, e non si sta scherzando, del 350%). Obbiettivo della sortita in Terra d’Albione: la megamostra su Hirst alla Tate Modern. Hirst? Quello dello squalo? Ma è un cialtrone… bla bla bla… solo marketing… bla bla bla… non è capace di fare niente… bla bla bla… arte populista e volgare… bla bla bla…


Bene. Ammesso e non concesso che tutte le banalità sciorinate qui sopra siano vere, non importa. Perché è impossibile farsi un’idea precisa della poetica di questo artista senza aver visto questa esposizione. Sensazione provata sulla mia pelle. Nonostante lo segua da anni solo immergendomi dal vivo, e in maniera massiccia, nel suo lavoro sono riuscito ad apprezzarlo appieno. E questo vale perfino per i suoi quadri con i pallini colorati, che ho sempre trovato gratuiti. Sbagliandomi alla grossissima. Ogni cosa ha il suo perché e alla fine tutto il percorso artistico del Nostro appare come un'unica, colossale installazione.


Passeggiando tra i corridoio della ex-centrale elettrica, inondati di una luce bianchissima e allestiti seguendo i dettami di un glaciale stile minimale, non occorre essere espertoni d’arte contemporanea per percepire come l’artista tratteggia la sinistra bellezza della morte, l’incertezza della vita e il nostro attaccamento alle religioni (nuove e vecchie). La testa di vitello in putrefazione rimane di una bellezza e di una vitalità agghiaccianti, così come si rimane pietrificati di fronte al sole nero realizzato con milioni di mosche morte. La farmacia è la nuova cattedrale dove riporre la nostra fede e le vetrinette con i medicinali le sue cappelle votive. Il regno dei cieli è carico di una grazia senza fine, ma gli si può accedere solo attraverso la morte (e ce lo ricorda anche Anatomy on an Angel). E nulla ci fa capire la nostra vacuità come il camminare attraverso una mucca sezionata, eppure ancora serena nella sua sospensione in formaldeide.


Non mi sembrano concetti immediati, eppure Hirst li trasmette con una semplicità estrema. E dal vivo la potenza di fuoco del suo linguaggio è tale che è impossibile sfuggirgli. Altro che ermetismo concettuale, solo chi non vuole capire (in nome, questo sì, di un populismo fatto di finta concretezza e attaccamento a delle presunte viscere dal vago sentore di ottusità) continua a definirlo tale.  Ma allora si parla di faciloneria? Di banalità? Mettiamola così… un sacco delle opere esposte hanno ormai più di vent’anni, eppure sono ancora allineate con le tendenze estetiche più moderne e all’avanguardia. Nel senso che un sacco di gente che crea cose OGGI realizza in realtà un qualcosa che appare più vecchio di robette che Hirst ha esposto nei primi anni ’90. Questo la dice lunga sulla profondità della sua ricerca, no?

Che dopo il buon Damien sia un demonio fuori controllo, capace di allestire dopo tutta questa grazia uno dei negozi di souvenir più atroci (e follemente costosi) che ci si possa ricordare, è fuori da ogni discussione. Basti pensare che l’ultima sala della mostra è dedicata a The Kingdom, gargantuesca opera kitsch (in realtà performance) in cui tutte le sue opere più celebrate sono riprodotte in oro massiccio e tempestante di diamanti. Hirst: egomaniaco o critico consapevole del suo ruolo nel mercato dell’arte?   


Detto questo sappiate che mi sono visto anche un paio di nuovi pezzi di Banksy (gigione più che mai), Roa e Dface (entrambi sempre grandiosi). Così, tanto per gradire.


Mi pare sia tutto. Tanto per riequilibrare la dose di infantilismo & ignoranza che da sempre ringalluzzisce queste pagine vi raccomando di non perdervi la conferenza Nintendo in agenda per oggi alle 18:00 (che da irriducibile - e orgoglioso - fanboy aspetto con le palpitazioni da mesi) e vi lascio con un video che mi mette sempre di buonumore. Forse perché c'è Dave Wittie che fa il simpatico, thrash metal, gente che va in skate e borchie usate per cucinare.




mercoledì 29 febbraio 2012

Piccolo Principe vs Giovane Holden


Quella che vedete sopra è la copertina della prima edizione de Il Giovane Holden, nella sua ultima ristampa. I più attenti avranno notato una macroscopica differenza con le vecchie versioni: il nome dell'autore. Non più J.D. Salinger ma quel vecchio volpone di Richard Prince, uno degli artisti viventi più pagati in assoluto (e pure giustamente, visto quanto è importante la sua opera). Lui stesso dice che questo non è un libro, ma una scultura. Di sua proprietà intellettuale. E che le somiglianze con qualsiasi altro libro (non scultura) esistente sono casuali. A questo aggiungiamo il fatto che Prince è diventato famoso facendo fotografie a fotografie fatte da altri. Da notare che questi scatti prima non li calcolava nessuno, dopo il trattamento Prince sono diventati icone immortali. A questo punto dovreste essere piuttosto confusi, come lo sono io. Aggiungiamo una serie di retroscena giuridici piuttosto gustosi (li trovate qui, con il seguito dell'articolo qui. Prendetevi il tempo che vi occorre e leggete tutto perché è un gran pezzo di critica d'arte) e il piano diabolico del Nostro è completo. Capolavoro concettuale? Sberleffo? Semplice vendetta nei confronti di un giudice miope e ottuso? Oppure caduta di stile? 

giovedì 19 gennaio 2012

L'amore ai tempi del tech-metal: Why you do this


Premessa: non l'ho ancora visto. Però non potevo non segnalare questo documentario sul tech-metal. Dal titolo e dalla tagline non è difficile capire il tema: che cosa spinge ragazzi comuni a buttare ore e ore e sangue e sudore e soldi in una passione che non li porterà a nulla (economicamente parlando)?  Che la vera felicità non passi dal denaro ma dalla realizzazione artistica? E devono essere rozzi cappelloni con la fissa per i blastbeat supersonici e il cantato in growl a venircelo a dire? Qui trovate il documentario (gratis). Penso di vederlo nel weekend, poi vi dico.

giovedì 12 gennaio 2012

Crash o Giorni di Tuono? La nuova serie di Banks Violette


Di Banks Violette ci ricordiamo tutti benissimo l'arcinota serie basata sul black metal. L'ossessione adolescenziale per l'oscurità diventava strumento per analizzare la morte e il suicidio in un contesto spettacolarizzato e cannibalizzato dalla massa populista. Più avanti sarebbero arrivate le esibizioni con performance live dei Sunn O))) (e Attila Csihar), destinate a rimanere negli annali come la più moderna rappresentazione possibile delle litanie funebri di memoria ancestrale.

Presso la sua nuova personale in quel di L.A. l'artista americano cambia soggetto ma non il tema. Le corse Nascar come spettacolo necrofilo per bifolchi. L'attesa e la glorificazione dell'incidente mortale come unica attrattiva di uno sport altrimenti privo di senso. Anche in questo caso il culto della morte è al centro di uncirco mediatico privo di remore. Banks riesce a prendere tutta la volgarità della nostra epoca e a trasformarla in neri monumenti ai caduti di una pornografia del dolore (che poi sarebbe la pornografia in toto, visto che un corpo umano per acquistare tangibilità aldilà dello schermo deve soffrire. Devo ricordarmi di chi fosse questa teoria, mi pare Bauman). Immagino che Cronenberg e Ballard siano andati in sollucchero.




 

 




giovedì 5 gennaio 2012

[Killroy vs ®: 1 - 0] Wish You Where Here di Eric Elms



1970. Sui vagoni della metropolitana di New York compaiono le prime tag. Siamo agli albori di una rivoluzione che porterà alla sovversione della piramide culturale. Partendo da quei segni nervosi e istintivi la strada arriverà alla vetta, andando a influenzare tutto quello che ci sta sotto (e che una volta invece stava sopra). E, naturalmente, lo fa nella maniera più aggressiva possibile. Gli adolescenti dei quartieri poveri vogliono conquistare la città. La vogliono marchiare con il loro nome. Non potendo essere ovunque contemporaneamente si affidano al mezzo di trasporto per eccellenza. I treni diventano un libro aperto in costante movimento, il più grosso e pesante mezzo di comunicazione di sempre. Basta una tag fatta di getto nel Bronx per vederla qualche ora dopo circolare a Manhattan. E così via per mesi, fino alla pulitura delle carrozze. Con un colpo di genio, destinato a cambiare la storia (si studi la teoria del bubble up di Ted Polhemus), dei 15enni relegati ai margini si riprendono quello che gli era stato tolto a forza. Sono ovunque, la Grande Città ora è loro.


Siamo nel 2011. Con la mostra e l’omonimo volume Wish You Where Here pare che l’illustratore Eric Elms voglia applicare la stessa tecnica di appropriazione. Elevandola però a uno status puramente concettuale. L’artista  riprende un classico del grafittismo come il nasuto Killroy Was Here (introdotto in questa pratica addirittura dai soldati statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale) e applicandolo a più di 200 loghi (commerciali e no) di ampia diffusione. Ridisegnati a pennarello e sparpagliati ai quattro angoli del globo grazie alla diligente opera della microcasa editrice dell’autore stesso (pratica che gli ha permesso di arrivare perfino ad allestire una personale in Giappone). La volontà di sabotaggio è palese. Molti dei marchi presenti nel volume sono coperti da leggi austere e apparentemente invalicabili. Sono in pochi ad avere il coraggio di sfidare la terribile R cerchiata sul suo stesso campo di battaglia. Paure e convinzioni nate dopo anni di lavaggi del cervello, con l’intento di convincerci che un simbolo su un monitor possa avere chissà quale potere (lavoriamo 8/9/10 ore al giorno per dei numeri su di un display). Con che esercito dovremo presentarci per poterla fronteggiare ad armi pari?


A Eric Elms bastano una scatola di pennarelli e una fotocopiatrice. Prende un marchio intoccabile, ci piazza la sua personale versione di Killroy e se ne impossessa per sempre. Il gigante di leggi e burocrazia ha gambe d’argilla pronte a franare alla prima scossa. Nel volumetto (stampato in 1000 copie su carta da quotidiano) troviamo KFC, Mercedes, Paramount, Guess, Ferrari,… ma anche i Dead Kennedys e i Crass, Obama e Che Guevara, indicazioni stradali e simboli generici.


Eric Elms fa tutto suo, con una semplicità che ha dello spiazzante. Wish You Where Here potrebbe apparire stupido come solo le uova di Colombo riescono a sembrare. Eppure, proprio come il celebre precedente, ci fa capire come spesso il nostro problema più grosso sia la mancanza di uno sguardo lucido. Libero dalle mille sovrastrutture che ne indirizzano in maniera viziata la traiettoria. Ci voleva Killroy per ricordarcelo.

mercoledì 21 dicembre 2011

[Amo la mia vita di merda] Fuck This Life 16 di Weirdo Dave (And Press)



Cosa è Fuck This Life? Riducendolo ai minimi termini non abbiamo tra le mani che 28 pagine fotocopiate in b/n, riempite con ritagli di giornale incollati con diligenza da scolaretto. Articoletti di cronaca nera, frammenti di pornografia, pubblicità, cartoni animati e un sacco di altra roba. Tutti ritagliati con cura e disposti in ordine, come in un album fotografico di famiglia. Apparentemente non esiste una vera logica, se non qualche richiamo tematico piuttosto labile. Ci fosse stato in mezzo un Harmony Korine qualsiasi probabilmente avrebbe arricchito il tutto con qualche innocua uscita inscrivibile nel tremendo calderone dell’artsy fartsy. Sapete di cosa si tratta, no? Disegnini tremolanti, macchie finto casuali, scritte prive di senso. Magari avrebbe reso il tutto un po’ più commestibile, ma il senso finale ne sarebbe uscito stravolto. Un bel manifesto anti-consumista a misura di radical chic, disturbante il giusto. Quindi perfetto per i salotti buoni della cultura. Esattamente agli antipodi di dove mi vogliono portare queste pagine stampate e distribuite con ammirevole coraggio dalla And Press.


Tanto per essere chiari: nella testa di Weirdo Dave l’idea di criticare la produzione di bassa macelleria culturale composta da pornografia, rotocalchi e pubblicità non esiste proprio. Anzi, Dave adora tutto questo. Fuck This Life è il suo album di nozze. Lo scrigno dei tesori di un bambino che ha passato troppo tempo solo davanti alla TV. Non parliamo del nobile rapporto d’amore tra Warhol e Brillo, qui si tratta proprio di un amplesso lercio e puzzolente consumato nei bagni della stazione.


Logico che al fruitore medio questi collage sospesi tra autismo e serial killer in potenza appaiano come gratuiti e dozzinali. Il punto sta tutto nel fatto che lo sono, senza tante ipocrisie. Fuck This Life è brutale e trasparente (con un titolo così cosa ti aspetti?). Non c’è malizia, ironia o, tanto meno, sovrastrutture. Tra le sua pagine troverete solo accumulo di sesso e mercanzia a basso costo, disposti bene ordinati come la casalinga di Voghera ripone la spesa del sabato mattina. E, per quanto l’orgoglio ci impedisca di riconoscerlo, in questa metodica religione da hard discount bene o male ci siamo caduti tutti almeno una volta. Non fa nulla se leggiamo tanti libri difficili e ci riempiamo la bocca con parole altisonanti. Arriverà il giorno in cui ci sorprenderanno a razzolare (metaforicamente) nella spazzatura.


Weirdo Dave invece lo fa con un bel sorriso stampato sul volto. Prende i suoi tesori e li riproduce nel modo più dozzinale possibile (la fotocopia). L’assenza di freni nell’amare questa massa informe di rumore (nel senso di fastidio, distrazione) lo ha spinto poi a creare un modo per diffondere queste sue composizioni a più ampio raggio possibile (riuscendoci, visto che siamo arrivati al numero 16. Senza contare che i primi numeri sono raccolti in volumi sponsorizzati da gallerie d'arte e da brand come Supreme). Marshall McLuhan ci sarebbe andato a nozze, Walter Benjamin forse un po’ meno (eufemisticamente). 


Fuck This Life è una di quelle idee che potrebbero esistere anche solo come astrazione. Perché, nel suo ipermaterialismo, è il concetto che ci sta dietro ad avere (un immenso) valore. La possiamo acquistare o meno, ma il fatto che qualcuno abbia pensato di realizzare e pubblicare una fanzina di questo tipo rimarrà comunque. E non esiste modo migliore per farci capire che nella spazzatura ci stiamo affogando.

mercoledì 14 dicembre 2011

Altro che 3D, con Murakami il cinema è superflat!



A parte la triste battuta nel titolo, che avremo capito in tre, la segnalazione è davvero, davvero succosa.


Apprendo infatti solo ora, grazie ai ragazzi di Asian Feast, che il grande Takashi Murakami è al lavoro sul suo primo film lungo da regista (al suo attivo per ora ha solo un corto per Louis Vuitton, tra l'altro bellissimo). Genere? Commedia. Coinvolte praticamente tutte le menti dietro alla Sushi Thypoon (sì, proprio quelli che a colpi di splatter demenziali hanno rovinato la percezione del cinema nipponico all'estero). La cosa mi inquieta parecchio. Tra gli artisti convertiti al cinema mi sovvengono il premio Turner Steve McQueen e il grande Robert Longo. Il primo ha diretto un paio di capolavori, il secondo Johnny Mnemonic. Da che parte starà l'asessuato (parole sue) Murakami?

lunedì 12 dicembre 2011

Gabriele Arruzzo, mash-up culture e l'appropriazionismo di Richard Prince



Avevo già parlato di Gabriele Arruzzo qui. Dopo aver dato una lettura al suo catalogo e aver osservato attentamente le suo opere mi pare doveroso dedicargli un articolo un pò più approfondito.


La mash-up culture non ha mai avuto vita facile. Percepita dai più come un mero furto ai danni di artisti “veri” da parte di furbi DJ incapaci di produrre musica loro, ci ha regalato invece diversi lavori di livello eccellente. Parliamo per esempio delle uscite dell’americano Girl Talk (i cui dischi sono in download gratuito), Danger Mouse (quello del Grey Album, geniale fusione tra il Black Album di Jay-Z e il White Album Beatlesiano) o dei The Kleptones.


Per quanto un Simon Reynolds (autore di Retromania per Isbn) possa odiare questa recente branca della cultura pop è innegabile come in realtà si stia assistendo a un’appropriazione della produzione di massa da parte della massa stessa. Se i tre esempi citati sopra sono da considerarsi a un livello assolutamente non raggiungibile dal principiante, da parte sua l’esplosione di trailer fan-made, parodie, ri doppiaggi su Youtube ci ha dimostrato come tutti possano fagocitare l’immenso mare di dati che ogni giorno ci arriva addosso. Per poi risputarlo sminuzzato e ridotto a una poltiglia che ne rivela il valore effettivo.


Se è vero che l’eccesso di utilizzo di Google e Wikipedia ci sta rendendo tutti un po’ più stupidi (parole del giornalista americano Nicholas Carr), incapaci di ricordare più di due nomi e tre date, è altresì corretto il fatto secondo cui siamo più coscienti di quanto l’industria dell’intrattenimento (tanto per dirne una) ci stia offrendo. Aprendoci gli occhi a 360 gradi e dandoci la possibilità di migliorarlo noi stessi.


Non è sempre frutto della fortuna del neofita se spesso le produzioni amatoriali caricate su YouTube siano mille volte meglio di quelle prodotte dalle major (dal caso Italian Spiderman alla nostrana Freaks!). Rimanendo nell’ ambito mash-up i vari rimontaggi di materiale edito creano spesso trailer capaci di evocare emozioni ben più forti di quelli ufficiali (ormai realizzati con lo stampino).


Per esperienza personale posso dire che ho consumato l’ultimo disco di Girl Talk, pur detestando la gran parte delle canzoni utilizzate al suo interno. Dura sostenere che l’accoppiata Missy Ellitot + Ramones non sia una bomba.


E non è un neppure un caso che YouTube venga indicato da Gabriele Arruzzo, abile nel traslare i fondamenti del mash-up nella pittura su tela, come una delle sua principali fonti di ispirazione.


Una foto del computer dell’artista con accanto la dicitura “G.A.’s images archive, work in progress, 2011 to present” (dal catalogo Essere un’isola) ci fa capire come l’atto performativo del raccogliere in maniera compulsiva materiale iconografico sia in realtà parte integrante dell’iter che lo porterà alla tela conclusa. Prendere frammenti di stampe di 50 anni fa, fonderli e riprodurli in dimensioni esagerate (si arriva al 2,50 x 2 m di Something about me and you) significa caricare di significato nuovo e importante segni altrimenti destinati a essere dimenticati. Si prende il passato e lo si rende futuro. Migliorandolo, limandolo, immergendolo in un nuovo contesto.


Nel suo catalogo Arruzzo definisce le figurine della gioventù Hitleriana meravigliose. Una volta osservato come queste finiscano inglobate nella sua poetica è impossibile non dargli ragione. Così mille schegge di cultura bassa passano per le lenti decontestualizzanti della bottega d’artista e diventano completamente nuove. Nonostante siano state riprodotte in maniera identica (non esiste compenetrazione tra i vari livelli del quadro, che vanno a lavorare esattamente come quelli di Photoshop). Proprio come nei dischi di Girl Talk e nei quadri di Richard Prince (con le dovute proporzioni, eh. Che il Maestro non si tocca) l’appropriazione non è nascosta o mascherata. Il dj americano pubblica la lista di dischi da cui ha estrapolato i sample mentre il pittore espone il romanzetto pulp da cui ha “copiato” (migliorandola) la copertina. Allo stesso modo il Nostro pubblica un volume dove lo si vede catalogare immagini scannerizzate e rielaborarle con gli strumenti Adobe prima di passare alla fisicità di acrilico e pennelli. Nulla è nascosto. Proprio come Jake e Dinos Chapman quando esponevano stampe di Goya arricchite con particola ancora più raccapriccianti.


Così il risultato rende inoffensive immagini terribili o, viceversa, perturbanti frammenti innocenti. Saranno copiati, ma nulla è più come prima.

giovedì 1 dicembre 2011

Volevi fare il simpatico ma hai fatto una figura del cazzo



Radio è un progetto portato avanti da Marco Klefisch, funambolico illustratore, e Xister Project, quelli di PicNic Comics. L'idea sarebbe quella di fornire a curatori sempre diversi uno spazio espositivo sui generis, dove sperimentare nella maniera più pura. Il discorso è un pochetto più complesso e vi rimando direttamente al loro sito per chiarirvi le idee.


La prossima mostra si intitolerà Darker Than Black e si baserà su tutto l'immaginario portato avanti dal metal più oscuro, dai Black Sabbath fino al black norvegese. L'esposizione si comporrà di una serie di rifacimenti fotografici a opera di Federica Chiesa delle più importanti copertine della storia della musica del demonio. Tutto coordinato da Scarful. O almeno questo ho capito dal sito, anche se non è questo il punto della questione.


Inutile dire che l'idea è meravigliosa, sul pezzo e sopratutto di rottura. Una forma di espressione per troppo tempo considerata bassa e "ignorante" riceve finalmente la sua benedizione da un gruppo di creativi in vista e affermati. Senza contare che tutti i nomi coinvolti meriterebbero una mostra a sé stante, tanto hanno da dire.


Peccato che siamo in Italia, dove chi si fa il culo per una cosa del genere rischia di essere preso per deficiente. Leggete questa intervista, pubblicata su uno dei portali di coolhunting più noti d'Italia (e quindi, si dovrebbe pensare, più allineati a una certa mentalità globale e aperta a ogni forma di espressione). L'ironia totalmente fuori posto, la voglia di essere leggeri quando non ce n'è nessun bisogno, la mancanza di rispetto per l'interlocutore. Ma sopratutto i luoghi comuni, la chiusura mentale e i piedi ben piantati nella sana provincia italica. Se tu ti strappi i capelli per gli Arcade Fire sappi che al'estero i biglietti per un festival non proprio friendly come il Roadburn finiscono in meno di 10 minuti (quest'anno 7, per la precisione) e gente come i Wolfes in the Throne Room vengono incensati da chiunque. Tanto per fare due esempi a caso. Quindi vedi un pò cosa fa più ridere, se Darker Than Black o la tua superficialità.

mercoledì 30 novembre 2011

Neoludica. Arte & Videogames (Edizioni Skira/2011)



“Make art-game, not game art.”



Neoludica è qualcosa di più di un catalogo dall’omonima mostra. Un evento epocale come la comparsa dei videogiochi davanti alla platea internazionale della Biennale di Venezia (a distanza di 10 anni dall’ormai storica Play al Palazzo delle Esposizioni di Roma) non poteva che richiedere un testo integrativo atipico.



Il tomo si compone di un numero elevato di brevissimi saggi, tutti dalla densità concettuale abbastanza scoraggiante per chiunque non sia un minimo avvezzo alla semiologia e all’analisi dell’immagine. In alcuni casi la direzione risulta vagamente confusa, ma in linea di massima si percepisce chiaramente il nucleo della questione. Il fatto che i prodotti videoludici siano ormai parte integrante del panorama artistico significa qualcosa di più di premiare lo stato dell’arte in tale industria. Esporre un videogioco in una galleria d’arte contemporanea non vuol dire appendere un pugno di schizzi preparatori, quattro fondali e mettere due consolle a disposizione del pubblico. O, meglio, vuol dire quello più un sacco di altra roba.



Questo perché non sempre un’illustrazione bellissima, realizzata con una tecnica sopraffina e inappuntabile, rappresenta l’arte. Al più si parla di alto artigianato. Stessa cosa nella narrazione. Di libri magnifici ce n’è pieno il mondo, ma pochissimi sono opere d’arte. In questi anni di post-modernismo e abbattimento di ogni barriera questi paiono discorsi settari, vetusti e antipatici, eppure necessari. Rifugiarsi tra le pagine di qualche romanzo d’evasione non è un male, anzi. Esistono scritti di puro intrattenimento praticamente privi di difetti, emozionanti e stimolanti a livello intellettuale. Ma la capacità di fare da antenna al nostra civiltà non gli compete (tanto per tirare in ballo la definizione d’artista di Marshall McLuhan, citato anche in Neoludica).



Nel mondo dei videogiochi e della loro critica ci troviamo di fronte al medesimo bivio. Definire un gioco come capolavoro nell’ambito ludico è ben diverso da definirlo come tale tra le austere mura di una galleria d’arte. Grafica fotorealistica, sandbox infinite (piuttosto che script ultra avvolgenti) e compenetrazioni con altri linguaggi non sono sufficienti. Occorre andare più in profondità.



Piuttosto ci si deve chiedere perché tale grafica ultra dettagliata si fonda perfettamente con il medium, magari passando dalla storia della fotografia e dello strappo portato da questa nel mondo della riproduzione.



Oppure cercare un parallelismo tra modernismo pittorico e videogiochi.



Naturale che una tale complessità di riflessioni porti a un moltiplicarsi degli strumenti espressivi. Nella videogame art l’opera può essere un videogioco, ma anche un suo diretto derivato. Sia fisico (dipinti a olio basati su frangenti di gioco, hardware, …) che digitale (video, screenshot,..).



Un altro esempio. Gli sparatutto bellici non hanno mai generato arte. Fino a quando Marco Cadioli non ha incominciato a diffondere reportage fotografici delle battaglie online in puro stile Rober Capa. Un’idea tanto semplice quanto geniale. Vera arte, concettualmente devastante.



Neoludica è un punto di partenza per un percorso ricco e stimolante, ancora tutto da discutere (e infatti nello stesso volume ci si contraddice più volte). Lettura consigliata per chiunque si interessi di arte contemporanea, anche se sono anni che non prende in mano un joypad (ma sarebbe consigliato. Se non per capire meglio l’apparato critico almeno per rilassarsi dopo una sessione di lettura).

venerdì 18 novembre 2011

I need this place like i need a shotgun blast to the face!



Scopro solo oggi, a distanza di due anni precisi dalla sua pubblicazione, l'esistenza di questo volume. Una raccolta delle migliori lettere d'insulti ricevute da Andy Kaufman. Teorico e fondatore dell'anti-comicità, genio assoluto e una delle mie più profonde influenze (e non parlo di creatività, parlo proprio di visione sul mondo in toto). Anche se fuori tempo massimo mi sento in dovere di segnalarvelo. Perché tutti noi dobbiamo un sacco a Andy.


Procuratevi in qualche modo The Andy Kaufman Show, pilot di un suo varietà stroncato dopo una sola apparizione. La gag in apertura (se si può chiamare gag) è forse la cosa migliore si sia mai vista in televisione. Per farla breve: il programma parte già sul finale. Si è appena conclusa una gag esilarante (o almeno questo si deduce, visto che tutti ridono a crepapelle), Andy si ricompone, ringrazia il suo pubblico e ci saluta. Via ai titoli di coda. Il vero show parte solo dopo la conclusione di questi. Peccato che gran parte degli spettatori abbiano già cambiato canale. Divertente, no?


Ma Andy era anche quello che sfidava le donne a wrestling in diretta tv, sostenendo che nessuna di queste potesse battere un uomo (gag durata mesi, conclusasi in maniera drammatica [naturalmente era tutta finzione nella finzione]). O che si travestiva da Tony Clifton, il più scarso e irritante cantante da pianobar di tutta Las Vegas, per insultare i suoi complici infiltrati tra il pubblico (naturalmente nessuno sapeva niente, trovandosi nel mezzo di una situazione piuttosto sgradevole). Il titolo del post è forse la sua esclamazione più famosa.


La sua influenza è stata enorme, anche se nessuno lo vuole ammettere. Se oggi troviamo un sacco di roba più divertente dei vari tormentoni televisivi è anche merito suo. Ha insegnato al mondo cosa significhi ribaltare ogni prospettiva, come essere estremamente cerebrali apparendo stupidi e petulanti. A 25 anni dalla sua morte il socio di una vita non trova metodo migliore per commemorarlo che rendendo pubblici una serie di insulti e minacce di morte. Genio anche da morto.

martedì 15 novembre 2011

Gabriele Arruzzo e una proposta per il nuovo stemma della Repubblica Italiana



Gabriele Arruzzo entra di prepotenza nella top ten degli miei artisti italiani preferiti. Quello che vedete sopra è un quadro 180 x 180 cm (smalto e acrilico su tela) presentato alla scorsa Artissima. Il titolo è veramente quello in testa al post. Tanto per farvi capire con che tipino abbiamo a che fare (non carico nessuna foto dei suoi lavori così siete obbligati a spulciarveli voi. Mi ringrazierete).

venerdì 11 novembre 2011

George Shaw candidato al Turner Prize








E riesce a entrare nella cinquina dei candidati dipingendo il quartiere di Coventry dove è cresciuto. Probabilmente uno dei 4/5 posti più tristi d'Inghilterra.


(Per la precisione l'opera in lizza è la seconda dall'alto. Molto bella ma non la mia preferita.)

giovedì 3 novembre 2011

Ti ricordi i cabinati? La memoria nell'epoca post-Street Fighter



Curioso come da argomenti apparentemente frivoli ci sia sempre qualcuno ponto a trarre lavori profondi e ricchi di spunti. In questo caso si parla della chiusura delle sale giochi. L'artista Jon Rafman parte dalle sua memorie e gira Codes of Honor, un corto sospeso tra machinima, documentario e sampling di videogame. Nonostante la realizzazione tecnica non sia stratosferica la potenza è devastante. Anche perché partire da Street Fighter per finire a parlare di memoria e dissoluzione della società non è proprio da tutti. Qui un piccolo intervento dell'artista stesso sul video (che, tra le altre cose, riesce a fondere con assoluta nonchalance Blade Runner, Enter the Void e Southland Tales).

lunedì 17 ottobre 2011

Sarà anche il pezzo d'arte più fighetto e paraculo dell'anno ma...



...quanto è bello il Rick Genest (esatto, quel folle ipertatuato che nel corso degli ultimi 12 mesi si è visto ovunque) in bronzo di Marc Quinn (esatto, quello dell'autoritratto fatto di sangue congelato)? Qui un sacco di altre belle foto.

venerdì 2 settembre 2011

Super Senior e le arance dell'infinito







Le vendite di supereroi US stanno cadendo a picco? Non penso succederebbe lo stesso se tra gli albi regolari ce ne fosse almeno uno dedicato al super pensionato di Andreas Englund. Nella seconda immagine dall'alto troviamo un teaser per il prossimo mega-evento stagionale.


Perché quell'aria tanto corrucciata nello sbucciare un'arancia? La soluzione dell'enigma potrebbe rivoluzionare per sempre l'universo di Super Senior!

lunedì 22 agosto 2011

Vi ricordate i bei tempi di Franko B.?



Quel simpatico performer milanese che si aprì il petto in pubblico per dimostrare la sua vulnerabilità? Che si faceva pestare a sangue nelle gallerie d'arte? Che aveva un lessico composto da incisioni nella carne viva, bocche cucite e salassi? Probabilmente Marion Laval-Jeantet sì, tanto da spingersi addirittura oltre.


Durante l'intensa performance Que le cheval vive en moi, spinta dal desiderio di fondere umano e animale, l'artista è arrivata a iniettarsi sangue equino direttamente in vena (e a installarsi delle protesi alle gambe). L'esperimento ha richiesto mesi di preparazione (per evitare shock anafilattici) e potrebbe portare a conseguenze irreversibili. Per ora la francese giura di aver vissuto esperienze extracorporee piuttosto forti, tanto da sentirsi più cavallo che essere umano.