giovedì 28 ottobre 2010

Il loto volante e l'amore per i colleghi

Flying Lotus - Kill Your Co-Workers from Warp Records on Vimeo.





Flying Lotus è (meritatamente) l'ultimo cocco di casa Warp. Come sempre dalla casa inglese non arriva solo una proposta musicale eccellente, ma anche una cura maniacale per l'aspetto estetico. Tanto per farvi capire di cosa si sta parlando sappiate che l'artwork del disco precedente (Los Angeles) è stato curato da Timothy Saccenti, con un making off così complesso da meritarsi uno speciale su File Magazine 1. Insomma, la serie A della serie A. A dimostrazione di tutto questo il magnifico video qui sopra. Quanto è figo il sangue cubettoso?

mercoledì 27 ottobre 2010

Novità Passenger 3 di ...: Love is in control




A me piace pensarlo come un ibrido tra Die Hard e Will & Grace compresso in 20 tavole. L'abbiamo scritto (io, rubando a mani basse ai meccanismi dietro X-Cross di Kenta Fukasaku) e disegnato magnificamente (Christian) in quattro e quatr'otto, mentre il californiano Apricot Mantle ha fornito l'artwork di copertina in ancora meno. Un esperimento sotto ogni punto di vista. L'impressione che le mie sciocchezze abbiano rovinato il fantastico (FANTASTICO) lavoro di Christian è forte, però ormai è fatta. Il volumetto sarà in omaggio a chi spende tanto allo stand Passenger. E considerando i volumi esteri che ci siamo procacciati durante l'anno non dovrebbe essere troppo difficile (vedrete che bombe! Chicche e primizie per tutti!).

domenica 24 ottobre 2010

[quando la realtà supera la fantasia] Il gigavermone gommoso





Se (come me) possedete almeno un ceppo di Miracle Blade Serie 3, allora significa che avete passato parecchie ore a fissare televendite improbabili (e se avete provato a tagliarci un blocco di marmo allora sappiate che ci avete investito decisamente TROPPO tempo). Fatto sta che, una volta entrati nel tunnel, sarà dura uscirne. Il bisogno di nuova roba improbabile per cui essere imboniti sarà sempre più forte, accettatelo. Tipo il vermone qui sopra, che trovate in vendita qui. Grazie mille Joseph C.R. Licklider e Welden E. Clark (come se Tony e l'inutile Tom non bastassero)!

sabato 23 ottobre 2010

[oldies but goldies] Cops & Robbers di Alex Cheung (HK/1979)





Uno dei motivi per cui amo il vecchio cinema di HK è quella capacità innata di spremere il minutaggio al midollo. Film che fino a 89 minuti sembravano buoni prodotti, senza nulla per cui spiccare, allo scoccare dei fatidici 90 riuscivano a entusiasmare come grandi capolavori. Il raro Cops and Robbers fa pienamente parte di questa categoria, oltre che fare da apripista a tutto quel noir lercio e livido ( alla Dangerous Encounters: 1st Kind e Long Arm of the Law) destinato a morire in qualche vicolo HKonghese con l’avvento dell’heroic bloodshed.



Cops and Robbers parte banalmente, seguendo le spericolate scorribande della più classica delle squadre di polizia. I soliti scavezzacollo poco cresciuti, tutti scherzi e risate. Così tra un partita a baseball e una sfida al poligono ecco arrivare la recluta. Timido, impacciato, quasi infastidito dai metodi poco ortodossi dei nuovi colleghi. Tutta la prima parte del lungometraggio è colma di richiami all’infanzia, dal titolo stesso fino all’hobby dell’antagonista (costruire pistole giocattolo). Poi, come da copione, le cose prenderanno una brutta piega. Gli eterni ragazzi incominceranno a cadere uno a uno. Sarà compito del più giovane, la candida matricola, porre fine alla catena di violenza. Sfondando la testa al cattivo di turno (un ritardato con un conto in sospeso, a ragione, proprio con le forze dell’ordine) e vomitando sul suo cadavere. Eppure la purezza dei giochi non è ancora spazzata via, per quello occorre la normalizzazione dell’orrore. Quando il sopravissuto, shockato dai fatti recenti, presenterà le dimissioni al corpo dove presta servizio si sentirà adulare dai suoi superiori. Desiderosi di non lasciarsi sfuggire un giovane di così buone speranze. “La polizia ha bisogno di persone come te” sono le ultime parole che il Nostro si sente dire, conscio che con la sua vecchia faccia (quella educata e rispettosa degli altri) non si sarebbe mai meritato un simile svolazzo di cortesie.



Così bastano cinque minuti per cambiare completamente il carattere di Cops and Robbers. Un gioco di specchi che schernisce lo spettatore, rischia di deluderlo e gli impedisce di prepararsi al peggio. Come i fiotti di sangue del melodramma My Heart is that Eternal Rose (riuscite a immaginarvi un titolo migliore?) o il nichilismo deflagrante di Expect The Unexpected. Non sai che film stai vedendo fino a quando non compare la scritta fine (e questo non significa appellarsi estenuantemente al meccanismo del twist, orpello gratuito e privo di presa allo stomaco dello spettatore senziente). Oppure, viceversa, potremo lasciarci tramortire dal fatalismo nero come la pece di Wai Ka Fai. Nel suo Too Many Ways to Be No.1 (altro titolo grandioso) assistiamo alla creazione di un due universi paralleli, divisi da un evento minimo. E se nel gemello (ma successivo) Sliding Doors (o Lola Corre) esiste la possibilità del lieto fine, nel mondo di WKF si può solo sperare di limitare il disastro. A metà film sai già che andrà a finire male, eppure la noia è lontanissima. Merito della coesione di poetica e linguaggio, obbiettivo raggiungibile con una costruzione dell’opera basata sulla centralità dell’idea e non sull’affastellarsi di punti fissi. Senza un cuore pulsante si rischia di ottenere uno scheletro reso sterile dalla perfezione.



Tutto vero, sempre che quello che si cerca non sia proprio un percorso algido e privo di asperità. Quante opere si basano sul loro andamento da schiacciasassi? Macchine da guerra prive di appigli a cui puntare per uno spiraglio di luce. L’esempio di Old Boy è ormai logoro, eppure la certezza che il risultato sarebbe stato meno efficace se ci fossero stati dei buchi di sceneggiatura (e, a volte, i buchi servono) è impermeabile al passare delle stagioni. La vendetta doveva essere chirurgica, senza cuore, spietata. PERFETTA. Ogni eccesso di retorica emotiva ne avrebbe intaccato la potenza di fuoco, rovinando indelebilmente l’intero lavoro (cosa che vale per tutta la trilogia). Tanto per far capire a quanto poco servano regole e paradigmi inattaccabili, anche quando si tenta di rovesciarli.

giovedì 21 ottobre 2010

martedì 19 ottobre 2010

Novità Passenger 2 di ...: Passengerx55DSL




La Passenger Press è quanto di più lontano possibile si possa trovare dal concetto di casa editrice seria e responsabile. Sinceramente mi è sempre piaciuta di più la definizione di fanzine stampate bene. Sarà per tutta la robaccia grind/crust/merdacore fotocopiata su carta igienica letta da adolescente, o per il fatto che alcuni dei dischi più belli da me posseduti siano poco più che demo stampati in 500 copie, ma a me della (presunta) professionalità derivante dalla serietà istituzionale non è mai fregato nulla. Una simile concezione del proprio lavoro ti permette di potertene infischiare bellamente di calcoli, strade ben battute, chiacchiere e luoghi comuni. Non male, ancora meglio se pensi che così sei praticamente autorizzato a reinventarti a ogni uscita. Tutto questo per assecondare il desiderio di abbattere qualche barriera. Tra nazionalità, settori di mercato, scomparti stagni e luoghi mentali. Per fortuna non siamo gli unici a pensarla così, trovando un partner perfetto nella 55DSL. Nel mondo della moda le collaborazioni tra brand sono la mania del momento: abbiamo scarpe da skate statunitensi curate da marchi nipponici, microscopiche realtà nordeuropee impegnate a prestare la loro creatività a giganti del settore, fotografi di magazine patinati pronti a seguire linee di tshirt e così via. Ma in quanti casi la direzione artistica di un capo a tiratura limitatissima (e a distribuzione mondiale) è stato concessa a una microcasa editrice come la nostra? E quante volte siete venuti a contatto con un albo a fumetti realizzato su tessuto? Qui non si parla di prendere un’illustrazione e di sbatterla su di una tshirt in vendita in qualche grande magazzino. Qui si tratta di una tshirt sviluppata come se fosse di un vero e proprio volume a sé stante. Quindi, dopo che il sottoscritto si è ritrovato a inventare un personaggio ad hoc per l’occasione (con il fondamentale contributo in fase di character design da parte di Christian e Alexis Ziritt) e a sceneggiare una serie di tavole autoconclusive, la palla è passata alla direzione creativa della 55DSL. Una volta definita la strip da illustrare abbiamo scelto, tanto per rendere le cose ancora più complicate, un artista diverso per ogni vignetta (tutti dispersi ai quattro angoli del globo). Il passo successivo è stato quello di inviare a tutti i disegnatori lo storyboard e gli studi per i personaggi. In poche parole siamo passati dalle nostre tirature ridicole a un circuito milionario mantenendo il modus operandi che ci ha portato a sviluppare ogni nostra uscita. Da Marostica chiedevano Passenger Press e noi questo gli abbiamo dato. Una sorta di autorialità esplosa, dove da più voci si arriva a un risultato unico. Quando poi gli artisti coinvolti sono gente di estremo valore come Christian, Alexis Ziritt, Ralph Niese, Alexander Kostenko, Gabz, Marina Munoz e la new entry assoluta Elena Barbarich (strepitosa) il risultato non potrà che essere mirabolante. Come fare ad avere questo pezzo da collezione? Prima di tutto aspettare il 2011, quando sarà messa in vendita, poi mettersi d’impegno e cercare una delle 1055 copie della tshirt distribuite tra Milano, Londra, New York, Tokyo, Osaka, HK, Shanghai e tutti gli altri bei posti dove trovare un monomarca con il logo blu e rosso sopra l’ingresso. E la cosa non potrebbe concludersi qui…

lunedì 18 ottobre 2010

Che teneri!








Dall'ultima mostra del canadese Jonathan Hobin.

Novità Passenger 1 di ...: la via del samurai




Visto che ne parla Christian allora mi sbottono pure io. A Lucca vedrà la luce il debutto di Eric Bonhomme, illustratore di Haiti che vive e lavora a Miami. 2o pagine di demoni e ronin per un volume enorme. Da un'idea del buon Giorgio Santucci il volume avrà infatti il formato di 35 per 50 cm (chiuso!). Stampato con impianti di serie A (come garantiscono sempre alla Tipografia Negri) su carta bella grammata, in bianco e nero (con inserti in argento). Come al solito pochissime copie. Tra l'altro il gigalbo dovrebbe avere dei seguiti (come formato, non con come contenuti), quindi cercheremo di spingerlo il più possibile con un prezzo politico (che non significa regalato, sia chiaro. Ci dobbiamo pagare carta, stampa, autore, pacchi FedEx e un bel pò di altra roba). Il tutto avrà un impostazione estremamente fighetta, in modo da farlo apparire per il libro d'arte quale si tratta. Ci sembrava il minimo, visto il talento straordinario di Eric. Uno che ancora non capisco come mai siamo dovuti arrivare noi dalla provincia dell'impero per dargli carta bianca.


sabato 16 ottobre 2010

Io ho 27 anni...

...e nella mia casetta ci stò da circa 3 anni. Lui invece ha 3 giorni e ci sta più o meno da 5 ore. Non spiccica una parola ma è già riuscito a conquistare alcune tra le parti più divertenti della mia dolce metà. Si è presentato con tanta di quella roba che non ci si gira più, pretende si facciano le ore piccole e poi passa le giornate a dormire. Eppure siamo tutti lì che pendiamo dalle sue labbra, pronti a pulirgli le chiappette al suo minimo segnale. Lo adoro.



Ancora un paio di giorni per prendere il ritmo e poi cominciamo a parlare di Lucca e un bel pò di altra roba.

martedì 12 ottobre 2010

Tanto per rimanere in tema....





Mi sono visto il film qui sopra. In VCD (che è un pò come vedere un horror occidentale in VHS ex-nolo). Il mostro di gomma è uno dei migliori di sempre, il film è parecchio bello senza raggiungere le follie totali di The Seventh Curse. Lam Ngai Kai sempre più sulla vetta del mio olimpo personale.

Di amore e gommapiuma: Best Worst Movie di Michael Stephenson (US/2009)




Il senso di Best Worst Movie sta tutto in quella sequenza di pochi istanti in cui, dopo essere apparso come un pomposo rompicazzo per tre quarti del documentario, Claudio Fragasso si lascia andare, al limite delle lacrime, nel vedere per la prima volta le pizze originali di Troll 2. Voce tremante, disinteresse totale per la camera, frasi smangiate dal momento. E allora gli perdoni tutto. Un passaggio fondamentale per un lavoro che vuole essere un omaggio tenero, sentito, a tratti duro di un modo di fare e intendere il cinema ormai estinto. Un affondo spietato a tutta l’ironia postmoderna, ai cult costruiti a tavolino e al trashismo forzato che tanto paiono spopolare in questi anni.



A raccontarlo è Michael Stephenson, protagonista bambino della pellicola originale, intenzionato a capire e a testimoniare il culto generato nel corso degli anni attorno a questo oggetto cinematografico non identificato. Dall’oblio del mercato STV alle proiezioni tutto esaurito nei cinema di mezzi US. Dalla vergogna agli autografi. Per una volta è meraviglioso dimenticarsi di tutte le sovrastrutture per godersi l’immagine di una sala cinematografica piena di nerd persi tra le nefandezze del loro scult personale. Quello che il regista ci trasmette è vero affetto, amore sconfinato per quell’ingenuità che ha sostenuto intere industrie cinematografiche per anni. Un po’ come una versione ambientata nel mondo reale di quanto succede in Be Kind Rewind di Gondry. Se il filmaccio scalcinato realizzato con 15 euro mi diverte, mi colpisce, mi traccia un ricordo maggiore del blockbuster da 200 milioni di dollari, perché devo ostinatamente considerare migliore il secondo? Magari sarà fatto meglio, ma non è la perfezione a fare da mattone nella mia immaginazione. In Best Worst Movie si percepisce autentica empatia tra il cast di Troll 2 e il loro pubblico. Topi da videoteca (tra l’altro nel film compare il negozio dei miei sogni, con tanto di sezione Holy Fucking Shit! per i capisaldi del cinema bizzarro) pronti a farsi ore di fila per vedersi sul grande schermo costumi posticci e zampilli di sangue. Nessuno si azzarda ad additare il mostro di gomma per urlare al mondo quanto sia fatto male. Se il critico snob si sollazza osservando le scimmie in gabbia, l’aficionado del cosiddetto b-movie non vede la differenza tra dentro e fuori le sbarre. Così scompaiono gommapiuma e cartapesta, lasciando spazio a mondi lontani e creature fantastiche. Ed è l’onestà a funzionare da perfetto enzima per questa prodigiosa sospensione dell’incredibilità.



Genuino è forse la parola che più si sente nel corso dei 90 minuti di questo Best Worst Movie. Ripensando a tante ore passate tra zombie, arti strappati, mostri radioattivi e astronavi da un futuro lontano non potrebbe essere altrimenti. Il grande Aristide Massaccesi era solito ripetere « Quello che noi abbiamo sempre cercato di fare è stato dare al pubblico quello che il pubblico voleva. Con passione ed entusiasmo. E senza un filo d'ipocrisia». La stessa cosa sarebbe da incidere a caldo sulla fronte di tanti rivalutatori dell’ultimo minuto, abbagliati dal solito pout pourri di banalità in salsa digitale. Ma come tornare ai fasti di un tempo? Semplicemente non si può. Sono gli stessi fan a dircelo. Certe cose succedono perché devono succedere, che sia l’esplosione di un filone cinematografico o la nascita di un culto attorno a un film di troll senza troll nella trama. E vedere George Hardy (protagonista di Troll 2) esercitare nel suo studio dentistico, ricordando con una risata la sua carriera lampo nel cinema, rimette al posto giusto tante cose.



Best Worst Movie Trailer from Best Worst Movie on Vimeo.


lunedì 11 ottobre 2010

sabato 9 ottobre 2010

Più violento della bora: The Secret - Solve et Coagula




Non riesco più ad ascoltare altro. Il disco hardcore dell'anno arriva dai triestini The Secret. Un magma di caos oscuro e pericoloso come non se ne sentiva da tempo. Non per nulla produce Kurt Ballou ed esce per Southern Lord. Qui una bella recensione.



venerdì 8 ottobre 2010

Romance & Cigarettes: Love in a Puff di Pang Ho Cheung (HK/2010)





Questa non è una recensione che parla del film in sé, quanto della mente da cui è stato generato. Nella percezione comune parrebbe un’operazione più adatta a certo cinema autoriale (o comunque dotato di un determinato peso) piuttosto che a una commedia romantica. Perché, lo dico a scanso di equivoci, Love in a Puff è una commedia rosa. Leggera leggera, di quelle che ti scivolano via dopo averti garantito 90 minuti di dialoghi frizzanti e risatine a buon mercato. Allora perché parlarne? Perché il regista è Pang Ho Cheung, forse la mente più frizzante di tutto il nuovo cinema di HK. Tanto per farvi capire questo film è stato girato mentre problemi produttivi bloccavano la continuazione di Dream Home, horror politico che mi dicono violento e sgradevole come pochi. E ricordo che prima di questo ci sono stati, tra le altre cose, il dramma familiare, la commedia metalinguistica sul noir balistico, il film a episodi e il capolavoro ginofobico Exodus (e una storia per la Passenger Press. Ammicco, ammicco). Non male per un ragazzo del 1973, che si produce da solo per avere completa libertà d’espressione.



Love in a Puff è un film infinitamente complesso nel suo minimalismo e nella adorabile evanescenza. Parte dalla contemporaneità e dal vissuto di tutti per costruire una storia squisitamente comune, eppure ficcante e ben congegnata. Così un genere solitamente snobbato diventa saggio di come si debba fare cinema.



Motore di tutta la vicenda è la legge di HK del 2007 che vieta di fumare praticamente ovunque. Per potersi concedere la tanto agognata pausa sigaretta diventa necessario raggiungere zone apposite, dove si incontrano più tabagisti provenienti da diversi impieghi. Chiunque lavori in ufficio/officina/fabbrica conosce bene il microcosmo sociale che nasce e muore a ogni stacco. Persone che durante le classiche otto ore non avrebbero nulla in comune diventano, durante quei 5/10 minuti, interlocutori insostituibili. Rituali di cui non si farebbe mai a meno, organizzati con turni e rotazioni tanto perfette e bene oliate che parrebbero essere parte integrante del lavoro. Poi, una volta spenta l’ultima sigaretta, tutti tornano sulla propria strada. E’ impensabile che si sia dovuti arrivare al 2010 per girarci un film romantico.



Da questo presupposto Pang costruisce una sceneggiatura dove ogni snodo, ogni buco, ogni svolta narrativa vengono veicolati dalle sigarette. Le leggi circa il consumo delle stesse entrano in ballo più volte, determinando i passaggi più importanti. Di per sé il film pare costruito sul modello della pausa di metà mattina/metà pomeriggio. E’ corto, si parla tantissimo (ma si combina molto poco), si salta di palo in frasca e subito dopo ci si rende conto che, per quanto caduco ed evanescente, il piacere guadagnato è insostituibile. La classe del regista poi si riconosce da come la storia non nasca e non muoia durante i 90 minuti scarsi del lungometraggio, dall’evitare accuratamente ogni sorta di ammiccamento forzato e dalla presenza sottile della noia. Dopotutto è impensabile che le storie d’amore nascano senza lunghe conversazioni inutili e gratuite, proprio come quelle che si fanno alla macchinetta del caffè.



Pang si allontana dal circuito festivaliero a cui pareva essere destinato e si restituisce al cinema popolare con un esempio perfetto di coesione tra ogni aspetto della narrazione. E’ intrattenimento di altissima gamma, una vetta che per essere raggiunta richiede autentici teorici della settima arte e non shooter senza volto. Il Nostro dimostra di essere una piovra, di poter arrivare ovunque portando sempre a casa il risultato. Da qualunque punto lo si guardi. E giocandosi più di quello che uno si aspetta: Love in a Puff, penso per via dello sconsiderato numero di sigarette fumate durante il suo minutaggio, è uscito in patria bollato con un bel VM18. Senza contare che, vista l’avversione per il tabacco da parte di associazioni tipo MOIGE, anche i diritti esteri non saranno così facili da vendere. Tanto per allontanare ulteriormente lo spettro dell’opera alimentare.