giovedì 19 novembre 2009

Ma in questo film non succede niente! Nymph di Pen-Ek Ratanaruang (Tha/2009)

Al posto della locandina una foto della protagonista. Penso non ci rimanga male nessuno.



Tanto per fare chiarezza: Nymph è un film dove non succede nulla. Quello che vedrete nei suoi 100 minuti un qualsiasi altro regista lo avrebbe compresso nei primi 5, tanto per procurarsi uno spunto stimolante su cui imbastire il resto della vicenda. La trama è riassumibile più o meno così: una coppia in crisi va a fare delle foto in una giungla, lui trova un albero misterioso, sparisce, ricompare più affettuoso di prima, sparisce nuovamente. Fine. La ninfa del titolo compare per tre micro sequenze di pochi secondi l’una, ma quando arrivano si incomincia a capire qualcosa del vero valore dell’opera.



Tanto per cominciare il regista si chiama Pen-Ek Ratanaruang, l’uomo dietro a quella perla di Last Life in the Universe. Noir contemplativo dal cast stellare (Tadanobu Asano, Takashi Miike, quelle gran fighe delle sorelle Boonyasak), elegantissimo nei movimenti di macchina così come nella fotografia (a opera di Christopher “CV che mette imbarazzo” Doyle) e nella sceneggiatura (contiene il colpo di scena meno urlato della storia, una chiave di volta per la vicenda che molta gente non coglierà neppure). Nymph non è certo all’altezza di questa uscita, ma le sue pretese di horror esistenzialista dal forte tasso artistico riescono comunque ad affascinare come non ci si aspetterebbe. In primis per l’estrema cura con cui è girato. Il piano sequenza che apre il lungometraggio, camera a mano che diventa dolly che diventa gru, potrebbe essere visto come noioso (e in effetti la sua natura di virtuosismo è schiacciata e tenuta nascosta il più possibile) ma rappresenta una delle migliori prospettive spiritiche dai tempi del primo Raimi. In secondo luogo per il ritmo con cui avanza la vicenda. Le inquadrature indugiano su particolari apparentemente insignificanti e i tempi sono dilatati all’inverosimile (anche nei dialoghi) con una tale precisione che è impossibile non pensare che il film sia stato concepito già in fase di preproduzione in tale modo. Un immobilismo che trova la sua spiegazione proprio nel nodo centrale della sceneggiatura. Dopotutto il punto di svolta lo si ha quando il protagonista trova un albero secolare, non esattamente un simbolo di dinamismo e velocità.



Nymph è un po’ una risposta thai all’Anticristo di Von Trier. Stesso piglio da video arte e un po’ troppa consapevolezza autoriale. La grossa differenza la fanno la delicatezza con cui Pen-Ek Ratanaruang tratta sentimenti e rapporti umani, uno dei punti fissi del suo cinema rarefatto. L’elemento sovrannaturale si confonde con gli scherzi della psiche. Di certo rimangono solo gli affetti da sanare.




mercoledì 18 novembre 2009

23 marzo 2010: fuori il nuovo Dillinger Escape Plan





Il video sopra è vecchio ma fa sempre figo. Qui invece il teaser site (con sample inediti) del prossimo lavoro della band più avanti dell'universo. La prima a fare un album solo per iTune (quello con la cover di Justin Timberlake rifatta identica), a sfruttare Mike Patton per suonare un pezzo di Aphex Twin, a dire di no alla Sony per gestirsi da soli (dalla stampa delle magliette al prezzo dei biglietti per gli show), a suonare mathgrindcore in una galleria d'arte, a mettere un singolo in falsetto in un disco che ti spacca il cervello e tante altre cose fighe.



Sotto un altro pezzo del puzzle abbandonato per Youtube...




Passenger 2 in linea per voi

Qui ve lo leggete aggratis! Cosa volete di più?

Ci sono vampiri e vampiri: Thirst di Park Chan Wook (Kor/2009)

Il problema più grosso di Thirst è che dentro c’è troppa, troppa roba. A conti fatti basterebbe uno spezzone di dieci minuti a caso del nuovo lavoro del sommo Park Chan Wook per fare tabula rasa dell’indigestione vampirica degli ultimi anni, fatta eccezione per il magnifico Lasciami Entrare (perfetta e cinica rappresentazione del vampiro come parassita). Il sud coreano ci porta un film meno visivamente sontuoso della commedia romantica I'm a Cyborg, But That's OK (straordinario fin dai titoli di testa) e lontano dalle efferatezze di Sympathy for Lady Vengeance (a oggi il suo capolavoro), eppure incomparabile come libertà e aderenza alle proprie ossessioni personali. Tematiche e intuizioni si affastellano lungo i 135 minuti della pellicola, appesantendola per una sorta di eccesso di scene madri. La cosa sorprende ancora di più pensando al fatto che, mai come in questo caso, Park Chan Wook procede per sottrazione, asciugando l’impossibile e sfruttando l’elisse narrativa al limite del comprensibile. Se vorrete capire qualcosa in Thirst dovrete accendere il cervello e cercare di capire cosa stiano pensando i personaggi, visto che di spiegoni e linee di dialogo chiarificatrici non ne vedrete neppure l’ombra. Esemplificativo di questa tendenza il magnifico finale, dove tutte le fila del racconto vengono tirate senza dire una sola parola (e dura tipo 20 minuti!). Una fetta larghissima del metraggio viene dedicato alle scene di sesso, umide e grottesche, mentre l’emoglobina finisce per scorrere, tanto, quando meno te lo aspetti. Tutto il contrario di quello a cui ci hanno abituati anni di nostalgia, postmodernismo, splatter gratuito e miopia da nerd. Dopo averci narrato il vero orrore, quello che non ha bisogno di allegorie e metafore, con i due Sympathy adesso è il momento di parlare di Autorialità partendo da materiale di genere. A conti fatti Thirst sembra fatto per non piacere a nessuno, a chi ricercava denti cavati con il martello, sontuosi dolly su carte da parati improponibili (anche se di movimenti impossibili ne è pieno), nevicate purificatrici o corridoi della paura color pastello. Unici fattori a riconfermare al 100% che la mano dietro la macchina da presa la conosciamo già sono le consuete riflessioni sulla moralità e i picchi di humor nero. Che non si traducono in schizzi di sangue o battute smargiasse, ma in colpi diretti alla bocca dello stomaco (se li si sa cogliere). Come di consueto gli umori e i registri si avvicendano senza il minimo stridore, portandoci anche perle di romanticismo assoluto (la già mitologica scena delle scarpe, dieci-secondi-dieci, è la cosa più dolce che vedrete quest’anno) o spiragli di pura potenza visionaria (le balene sul finale, i balletti amorosi sui tetti). Le genialità del Nostro è sempre più consapevole e si adagia sullo sfondo, perdendosi nei particolari. Il linguaggio segreto dei due protagonisti o l’organizzazione del loro appartamento sono aspetti talmente sottili e raffinati che un normale cineasta ci avrebbe costruito l’intero film. Park Chan Wook no, non li mette neppure in evidenza. Li tratta come se fossero spezzoni di banalità, sfaccettature di quotidiano a fare da fondamenta per un mosaico più grande. Cinema astratto, lontano da tutto quello che già si conosceva. L’uomo dietro alla trilogia della vendetta è la punta di diamante di una nuova generazione di registi (dentro ci mettiamo anche il nostro Sorrentino, il Pang Ho Cheung più autoriale, Pen-Ek Ratanaruang, Bong Joon-ho e, se Valhalla Rising riconfermerà il suo nuovo corso avviato in Bronson, Nicolas Winding Refn) capaci di dare nuova linfa alla narrazione partendo proprio dall’essenza prettamente visiva del cinema. Non più opere teatrali su grande schermo, ma inquadrature, montaggio e fotografia.



Qui la scena delle scarpe.

martedì 17 novembre 2009

Converge - Axe to Fall (Epitaph/2009)


Tra il 1998 e il 2002 l’esplosione del post core parse spazzare via tutto quello chi si sapeva precedentemente sulla musica. Un’ondata di band ultratecniche, oscure, cervellotiche eppure legate a un underground fatto di concerti in buchi dispersi chissà dove e dischi stampati in tirature ridicole. Oggi come oggi di quei pionieri non è rimasto molto, chi si è sciolto (Botch, Breach), chi ha cambiato genere (Cave In, Isis), chi preferisce interessarsi di tutt’altro (Dillinger Escape Plan). Solo una band pare essersi presa il fardello di portare avanti una poetica fatta di distorsioni al limite, stridori, urla e furia indecifrabile: i Converge. E lo fanno con quello che probabilmente è il loro miglior disco dai tempi di Jane Doe, opus magnus che difficilmente verrà superato dai suoi stessi fautori. Axe to Fall è la summa tra l’energia da bomba termonucleare del capolavoro appena citato e l’asciuttezza di You Fail Me. Lo strepitoso lavoro di Kurt Ballou, sia in veste di chitarrista che di produttore (il giorno che i Gridlink si faranno produrre da Kurt e masterizzare da Scott Hull avremmo una nuova definizione per distruzione di massa), garantisce abrasività, aggressione e varietà in quantità da overdose. Tutto unito a una sezione ritmica tra il claustrofobico e il tarantolato e alle visioni apocalittiche di un Jacob Bannon mai così versatile. Axe to Fall è sghembo, febbrile, intriso di sangue rappreso, lacrime e sudore. Un crocevia in cui si scontrano grindcore, southern, HC privo di compromessi e il noise più spietato. I Converge ci ricordano ancora una volta cosa significhi suonare musica realmente pericolosa, al di là di tutte le menate legate a ciuffi, death metal, magliette di una taglia in meno e seghe da progster. Assieme ai Coalesce uscita HC (e derivati) dell’anno.



Bonus: trailer del disco!

lunedì 16 novembre 2009

Incognito vs Wanted: le diverse facce del male

Pare che Brubaker si presti piuttosto bene alle comparazioni. Così, dopo 100 Bullets vs Criminal, ecco Incognito vs Wanted. Esattamente come nella miniserie di Millar anche in questo caso i protagonisti sono i cattivi e il set ha pretese di realismo, con la gente comune tenuta all’oscuro della presenza di super esseri. Viene riconfermato il senso di superiorità di questi sull’uomo medio, ma per il resto i due autori scelgono un approccio agli antipodi.



La differenza più grande fra le due proposte è la stessa che passa tra Funny Games e Arancia Meccanica. Il primo ci nausea in virtù del suo essere gratuito e privo di profondità o giustificazione, il secondo arriva più sottile e ci fa capire come si possa continuare a far le stesse identiche cose semplicemente cambiandone la definizione. In entrambi i casi i protagonisti cercano di sfuggire a una vita fatta di mediocrità passando attraverso la violenza e il sopruso, costretti nei panni troppo stretti del tipico impiegato tutto cubicolo/camicia bianca/trasgressioni da 4 soldi. Una ricerca di un senso di vitalità perduto o mai provato che si conclude con, e qui sta tutta la portata destabilizzante dei due titoli, la soddisfazione di tale desiderio. In Wanted si arriverà al risultato preposto passando per un allenamento disumanizzante (per poi esplodere come un fiume in piena) mentre in Incognito sarà un rapporto sessuale sporco a dare il via a una reazione a catena fatta di trasgressioni sempre più grandi (ma sempre dotate di un alibi o giustificazione). Entrambi gli scrittori sfruttano al meglio la loro poetica, con un Millar sboccato fino al paradosso (soprattutto nella versione originale, quasi offensiva nel suo essere ridondante), tutto splash page, frasi a effetto e ritmi vorticosi. Brubaker invece continua la sua personale maratona attraverso gli stilemi del noir, riconfermando tavole frammentatissime, didascalie a fare le veci della voce off (tipica di questa cinematografia) e un maggiore approfondimento psicologico a sfavore dell’azione più pura. Anche la scelta dei disegnatori risulta perfetta per il perseguimento di due ottiche completamente differenti, con Millar a propendere per un disegnatore che da li a poco sarebbe divento una superstar come copertinista (spettacolarità a ogni costo per catturare l’acquirente) e Brubaker ad appellarsi nuovamente alle matite cupe e spigolose di Sean Philipps (già dietro a Sleeper e Criminal).



Fino a questo punto l’approccio di Incognito pare più moralista, meno libero nel tratteggiare con selvaggia libertà il piacere del non avere limiti. Dopotutto Zack si fa domande, ha crisi esistenziali e si trova seriamente sperduto tra futuro, presente e passato (tutto il contrario di Wesley, che liquida ogni dubbio nel gira un paio di tavole). Per dirla tutta sembra quasi che il Nostro criminale sotto protezione si sia quasi deciso a cambiar schieramento, pronto a combattere il crimine con i metodi appresi stando dall’altra parte della barricata. In poche parole continuando a fare quello che faceva prima, ma cambiando i bersagli dei propri colpi mortali. Se era la violenza e la superiorità esibita sul prossimo a farlo sentire vivo, non importa se sotto i suoi pugni finiscano criminali o innocenti. Quello che conta è la carne dilaniata. La società stessa premia o punisce lo stesso comportamento in base a quello che ci ha spinto verso tali conclusioni, proprio come succedeva per Alex e i suoi drughi (a questo proposito consiglio la lettura di Come un'onda che sale di William T. Vollmann, magnifico saggio sulla moralità relativa della violenza reale). Millar invece continua a preferire lo sbeffeggio pornografico e offensivo, portando a pieno compimento il tratteggio di personaggi bestiali e che non pensano neppure lontanamente di giustificarsi ai nostri occhi. In questo senso Wanted non potrebbe essere meglio di così, una lunga cavalcata dell’eccesso come ci si aspettava fosse la vita di un supercattivo (e in Wanted i cattivi lo sono veramente).



A dispetto delle differenze di portata concettuale entrambe le opere trovano la loro dimensione perfetta nella miniserie, giusto spazio per sviluppare idee sospese tre intuizione profonda e divertisement. Al lettore la scelta tra vedere il mondo dagli occhi del tizio a cui piace esagerare sempre (tutti conoscono un tipo così!) o dal finto bravo ragazzo.

giovedì 12 novembre 2009

Politicamente scorretto, socialmente utile







E noi invece ci becchiamo ancora il solito "vip" di turno che parla serio serio su una musichetta triste a fare da tappeto sonoro...