giovedì 12 novembre 2009

Politicamente scorretto, socialmente utile







E noi invece ci becchiamo ancora il solito "vip" di turno che parla serio serio su una musichetta triste a fare da tappeto sonoro...

Isis: "20 Minutes/40 Years"





La canzone non mi piace e il video non è tra i miei preferiti. Eppure voglio pubblicare questo 20 Minutes/40 Years per due motivi:



- la mente dietro agli Isis continua a essere Aaron Turner, uno dei migliori grafici/art director musicali a livello mondiale e padrone della HydraHead. Se non la conoscete sappiate che si tratta di una delle etichette più importanti di sempre, con un livello qualitativo medio che il 99% delle sue concorrenti si sogna la notte. E' un tantinello snob ed elitaria, ma ogni tanto concedersi il lusso della puzza sotto il naso non fa male. Fa male invece pensare che Aaron l'abbia fondata a 17 anni (nel 1994).



- il video è diretto da Matthew Santoro, apparentemente un inutile tecnico FX che "vanta" nel suo curriculum capolavori come Alien vs Predator 2 e il sequel dei Fantastici 4. Dico apparentemente inutile perchè pare che il soggetto in questione sia anche il responsabile del prossimo progetto video dei Tool. Per farvi capire l'importanza della cosa sappiate che nella band in questione milita Adam Jones. Al suo attivo gli effetti speciali di Jurassic Park e Terminator 2 più una serie infinita di premi vinti per i video musicali (della sua stessa band). A questo punto mi viene da dire che inutile sia un tantino fuori posto e prevenuto, ma sarà il tempo a darmi ragione o meno.

martedì 10 novembre 2009

Buone nuove da Hong Kong!


Ecco le prime foto dal nuovo film del Maestro Tsui Hark, Detective Dee, sorta di Sherlock Holmes (ma basato su un personaggio realmente esistito) in chiave cantonese. Coreografie di Sammo Hung (nel suo carniere The Valiant Ones e Ashes of Time, non esattamente due titoli da poco) e Andy Lau a vestire i panni del protagonista. Speriamo solo Tsui sia in vena.



Altra bella notizia è che oggi esce questo. Prima uscita di Soi Cheang sotto l'ala materna di Giovannino To e la sua Milkyway Image. Se non avete l'acquolina in bocca probabilmente non avete idea di cosa si stia parlando. L'unico film più atteso di questo potrebbe essere lo slasher splattone (ma sarà molto di più, conoscendo il regista) Dream Home, diretto da Pang Ho Cheung. Che, senza neanche averlo concluso, è già al lavoro su di un nuovo progetto: una commedia romantica (zuccherosa da far schifo, a giudicare dalla trama).

lunedì 9 novembre 2009

Nuova avanguardia: Nemico Pubblico di Michael Mann (2009)

Una storia vera, raccontata attraverso una sceneggiatura esplicitamente romanzata trasposta su grande schermo grazie a uno stile di regia fortemente debitore del linguaggio documentaristico. Con un protagonista (vero ma finito, o viceversa) che, proprio sul finale, identifica se stesso con il personaggio di un film. Ancora una volta Michael Mann trascura il contenuto per uno studio sulla forma. Dopo l’analisi del noir in Collateral, il cinema come essere in divenire di Miami Vice è il momento dello scontro finzione-realtà. Si parte dal genere per concludere nella teoria più pura, e il blockbuster finisce nuovamente per essere sabotato dall’interno. Nemico Pubblico ha grandi nomi, una durata importante (i 149 minuti pesano non poco), messa in scena certosina e la giusta dose di emozioni forti. Peccato che Mann tiri al limite il suo amore per il digitale, scegliendo di alternare le sue consuete camere ad alta definizione con altre opzioni, decisamente più casalinghe e amatoriali. A questo si devono aggiungere set bui, luci dure, soggetti troppo vicini alla camera e riprese traballanti. Paradossalmente qualsiasi uscita della generazione camera a mano (Cloverfield, Diary,..) appare più bella e professionale rispetto al nuovo esperimento del regista di Chicago. I film che dovrebbero apparire veri risultano finti (esclusa la soggettiva in prima persona) mentre Mann ribalta il paradigma. A dimostrazione di questo l’ulteriore approfondimento della sua poetica dello scontro a fuoco. Quanto iniziato in Miami Vice (dal montaggio al sonoro) viene ora elevato al quadrato, anche grazie alla traslazione nel tempo. La sparatoria centrale (con ambientazione notturna) risulta essere quasi incomprensibile, vuoi per la bassa illuminazione che per le nubi di polvere sollevate. Non c’è spazio per inquadrature spettacolari o coreografie, siamo piuttosto dalle parti del reportage di guerra. Antiestetico, privo di spettacolarizzazione, capace di prenderti allo stomaco per immersione diretta. Forse la grandezza del precedente, sottovalutatissimo, opus del regista verrà rivalutato solo ora, alla luce di una serie di elementi che in sole due sortite hanno finito per divenire parti integranti di un' inconfondibile sguardo sul cinema: le interminabili riprese sulle cromature delle auto, i personaggi che si perdono nei loro pensieri (tagliando fuori lo spettatore), i temporali in lontananza, i dialoghi che pescano in pieno dall’hard boiled. Una sorta di cool crepuscolare d’avanguardia, per quanto sia arduo immaginarselo. Difficile sentirsi pienamente soddisfatti appena usciti da una proiezione con il nome del Nostro in cartellone, le sue sono visioni destinate a crescere nelle settimane e nei mesi seguenti. Come solo i grandi riescono a fare.

venerdì 6 novembre 2009

No-trend: Weekend Nachos - Unforgivable

Mio personale disco anti-trend dell'anno. Qui la recensione. Sfoderare la versione LP in pubblico è veramente un piacere impagabile (già sperimentato con Almost Human e Misantropo a Senso Unico dei Cripple Bastards).

giovedì 5 novembre 2009

WK e l'arte di farsi esplodere all'alba dell'apocalisse



WK, oltre a essere un grandissimo street artist, è uno dei provocatori più efficaci della scena artistica contemporanea. Nella sua ultima mostra, How to Blow Yourself Up, ci porta a riflettere sulla presunta apocalisse del 2012. Evento super partes per eccellenza, in cui tutti dovremmo perdere la vita per forza di cose. E se invece fossimo noi a decidere, ogni giorno, di morire? Da questa idea una serie di oggetti quotidiani diventano strumenti di morte, con una certa predilezione per le bombe tubo. L'onda d'urto e il movimento brusco sono da sempre leitmotiv all'interno della poetica del nostro (guardatevi i suoi quadri e i suoi graffiti, a oggi le sue cose migliori), ma questa è la prima volta che dalla conseguenza ci si sposta alla causa. E se prima l'individuo subiva, ora da il via al tutto.

mercoledì 4 novembre 2009

Onetwothreefour: The Amazing Joy Buzzards di Smith & Hipp

Esiste qualcuno più fortunato di Mark Andrew Smith? Almeno per quello che riguarda il mondo del fumetto penso proprio di no. Perché ritrovarsi a scrivere una serie disegnata da Dan Hipp significa più o meno avere il culo parato, qualsiasi svarione di sceneggiatura si possa prendere. Il tratto del pallanuotista è infatti talmente leggero e sciocchino che a questi The Amazing Joy Buzzards si perdona praticamente tutto. Mark Smith però, oltre a essere fortunato, è anche un furbacchione consapevole di esserlo e su questo fattore ci marcia con una spavalderia da applausi. Personaggi eccessivi e stereotipati, trame lasciate a metà, voli pindarici e peso specifico prossimo allo zero. Tutto questo ficcato in un fumetto che parla di una pop/punk band (a metà tra Green Day e Alkaline Trio) impegnata a combattere complotti malvagi, con un contorno fatto di amori adolescenziali, lottatori messicani e agenti segreti della CIA. Diciamoci la verità: basterebbe la metà di quello appena detto per dedicare a questo volume un posto privilegiato sotto la gamba bassa del tavolo. Eppure Dan fa il miracolo e rende tutto credibile, creando il primo fumetto della storia capace di portare avanti una storia sfruttando solo pin up e illustrazioni promozionali. Le tavole funzionali alla narrazione le tiriamo fuori dal faldone la prossima volta.



A dire il vero qualche trovata veramente geniale c’è, tipo i riferimenti alla continuity fittizia della testata (ci sono una marea di richiami a presunti episodi passati, con tanto di titolo del numero in questione). Un buon motivo per perdere qualche minuto a immaginarsi storie come Amazing Joy Buzzards e lo sfintere del pirata superfluo. Menzione speciale per il personaggio di Stevo, in assoluto uno dei più carismatici del fumetto recente. Bassista della band, muto, campione di automobilismo ed esperto di arti marziali. Immancabile lo sconvolgente segreto dietro le sue origini, destinato a venire a galla prima della fine del volume. Un vero figo!



Più che una buona lettura, un’ottima visione (e complimenti a quelli della Renoir che hanno capito questa cosa e hanno tirato fuori una grafica da urlo) capace di garantirvi una parentesi di pura evasione, godibile e soddisfacente nella sua amabilissima inconsistenza. Quando qualcuno avrà la geniale idea di affidare a Hipp una sceneggiatura di Kevin Smith (così magari lo teniamo lontano dalla macchina da presa e lo costringiamo a occuparsi solo dei dialoghi), Joe Kelly o Keith Giffen probabilmente avremmo un nuovo X Statix tra le mani. Mica male!