martedì 13 ottobre 2009

[kick-ass movie] L’arte del buco di sceneggiatura nel noir balistico di HK

Ci vuole una bella dose di incoscienza per gettarsi nella produzione di un kick-ass movie. Passare alla storia come regista o sceneggiatore di un titolo appartenente alla suddetta categoria significa essere relegato al culto da vhs, quel particolare tipo di venerazione che permette di cogliere tutta la forza iconoclasta dell’imperfezione, del cialtronesco e dell’improvvisazione forzata. Non si sarà mai considerati maestri, ma simboli di un modo di intendere il cinema romantico per alcuni e dilettantesco per i più. Arrivare a proporre al proprio pubblico un concentrato di brutalità e testosterone, magari arricchiti da copiose dosi di umorismo nascosto tra le righe, è un' arte raffinata riconosciuta da pochi. A testimonianza di questo tre perle dimenticate dell’ormai boccheggiante noir balistico di HK, da sempre culla privilegiata di eccessi e derive inaspettate, grandiosi esempi di libertà creativa passati praticamente inosservati.



Si prenda lo sconosciuto The Dragon Family, a opera di Lau Kar Wing. La fascetta del dvd indica come lunghezza 91 minuti, mentre la sinossi ci suggestiona cercando di convincerci che in un lasso di tempo così limitato assisteremo alla saga di quattro (!) famiglie mafiose ai vertici delle Triadi. Nel Padrino ci sono volute più di 8 ore solo per i Corleone, qui ne basta una e mezza per quattro casate di criminali. Ecco cosa succede quando metti Liu Chia Liang alle coreografie. A metà film le tre famiglie intenzionate a mettersi sulla retta via vengono decimate dalla quarta, quella composta dai veri cattivi (quelli senza onore e rispetto per le tradizioni). Da epico affresco criminale si passa a revenge movie senza tregua. In parole povere: la palla passa ai sopravissuti e sono cazzi amari per tutti. Cerimonie e giochetti politici lasciano posto a fucili a pompa che spuntano dai posti più impensati, arti marziali e decine di morti pittoresche. Magia del kick-ass movie e della limitata capacità di concentrazione che richiede. Il film non è diventato un classico (chissà perché?) ma è di un sollazzo assoluto, grazie soprattutto alle esagerate coreografie del Maestro. Violente, intricate, sempre un passo più in la di dove si sarebbe dovuti arrivare.



E se questo The Dragon Family vi sembra pretenzioso aspettate di vedervi Gun & Rose di Clarence Fok (su sceneggiatura di Wai Ka Fai). Un film che avrebbe richiesto come minimo sei ore compresso in 99 minuti. Primo frammento sospeso tra melò e triad movie, con tanto di attentato patricida, giochi di potere, sacrifici, matrimoni e figli adottivi che si dimostrano più fedeli di quelli biologici. Poi si passa alla sezione centrale, ambientata su di un' isoletta di pescatori. Il figlio buono è fuggito con la sua amata e ora conduce una vita umile ma onesta. Dovrà vedersela con le gang che spadroneggiano nella piccola cittadina, non senza aver tentato in tutti i modi di nascondere il suo passato e le sue capacità di killer spietato. Si conclude con il ritorno del nostro Eroe in famiglia, scalata sociale e duello finale con il fratello malvagio compresi. Ripeto, tutto in 99 minuti. Tutta colpa di Clarence Fok che taglia il tagliabile, sviluppa una nuova definizione di montaggio epilettico, mette in scena duelli tanto violenti quanto supersonici e ci restituisce l’epopea di un duro che non vorrebbe esserlo. Gran lavoro, al limite dell’avanguardia, che ci fa perdonare a Clarence il fatto di aver diretto Her Name is Cat, uno dei tre film più brutti della storia. Se volete capire come mettere assieme il più alto numero possibile di sequenze action slegate tra di loro nel più breve tempo possibile questo è il vostro manuale. Poi già che ci siete recuperate Naked Killer (tanto tecnicamente eccelso quanto imbevuto di un cattivo gusto indigeribile) e Cheap Killer (se i film di John Woo vi paiono queer, beccatevi questo), sempre dallo stesso regista/montatore/sceneggiatore/coreografo/direttore della fotografia/tecnico degli effetti speciali. Dove la trovate un’altra macchina da cinema così?



Anche il Maestro Johnnie To pare non essere esente da questo tipo di licenze poetiche, basti vedere il suo The Big Heat (prodotto da Tsui Hark, mica bruscolini). Più che un noir abbiamo a che fare con un autotreno lanciato a folle velocità verso di noi. I buchi di sceneggiatura sono distribuiti ad arte (in questo caso non si scherza, vi bastino come garanti i due nomi citati a inizio paragrafo), calibrati perfettamente per far guadagnare velocità alla vicenda. I protagonisti sono alla ricerca di una valigetta? Basta entrare in un magazzino, eliminare in maniera ultraviolenta tutti quelli che ci sono dentro e il gioco è fatto: il bottino sarà appoggiata su di un tavolo, in bella vista. Il premio perfetto per aver completato il livello. Così per 98 furiosi minuti, fatti di arti mozzati, incidenti automobilistici e piogge di sangue. Cinema estremo, che se ne sbatte di convenzioni e regole per arrivare direttamente dove deve arrivare. Se guardando un Old Boy si pretende che la sceneggiatura sia perfetta, praticamente un macigno privo di appigli, in The Big Heat ogni rallentamento sarebbe stato controproducente. Il film si apre con il particolare di una mano bucata da un trapano a colonna: una dichiarazione d’intenti che chiarisce alla perfezione quello che ci aspetta. Un meccanismo inarrestabile, interessato solo allo scontro e alla carne dilaniata. Chiamatelo kic-kass movie.












3 commenti:

Greg ha detto...

ho finito lo spazio su disco da più una settimana e mi dimentico sempre di comprare i vergini
porco cane

è sopratutto colpa tua

MA! ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
MA! ha detto...

Beato te che li scarichi. Io sono così coglione da averli tutti originali.