venerdì 19 giugno 2009

Dal pixel al livido: 10 anni di linguaggio action

Sembrerà strano, ma tutto parte dalla Francia. Anno di grazia 2001, due giovani registi (Ariel Zeitoun e Julien Seri, spinti dal produttore Luc Besson) danno alle stampe Yamakasi. Il film ha il merito di far conoscere al pubblico l’arte del parkour, la corsa urbana come atto estetico, ma è comunque poca cosa. In ogni caso i semi di un ritorno al corpo sono gettati, pronti a germogliare due anni dopo con il terremoto Ong Bak (regia di Prachya Pinkaew). Produzione thailandese, più simile a un demo per il disumano atleta Tony Jaa che a un vero film, viene scoperto dal solito Besson che pensa bene di rimontarlo, rimusicarlo e distribuirlo in occidente. Il film diventa un must dell’home video, restituendoci un’epoca di eroi fatti di carne e non pixel. Stunt letali, nessuna manipolazione in CGI, zero pugnette filosofiche ad annacquare un mare di mazzate. Il successo è tale da spingere la EuropaCorp a produrre un nuovo film nel ritrovato filone fisico: è il 2004 e Pierre Morrel dirige Banlieue 13. L’occidente ha la sua nuova arte marziale (il parkour) e i suoi Bruce Lee: David Belle e tutta la cricca di runner francesi. La celebrazione planetaria di questi atleti si avrà nel 2006, quando Martin Campbell costruirà sul parkour tutta la prima sequenza del blockbuster 007 – Casinò Royale.


Tra il 2004 e il 2005 escono, sempre in Thailandia, due pellicole fondamentali: Tom Yum Goong e Born to Fight, entrambi dalla squadra dietro a Ong Bak. Il primo nasce come strumento promozionale per l’ormai star internazionale Tony Jaa ma finisce per generare un cortocircuito di significati impossibile da ignorare. Scritto come se si trattasse di un videogioco, riporta alla ribalta il piano sequenza (strumento di realismo per eccellenza nel linguaggio cinema, vedi il filmato sopra). Il massimo della finzione ci viene restituito sfruttando il linguaggio della realtà, e tanto basta per annullare anni di sospensioni a mezz’aria e salti esagerati. Born to Fight si apre con una citazione (Police Story) tutt’altro che casuale, sintomatica anzi di tutto il movimento: elevando al quadrato una scena già nota ai più per la sua scelleratezza (dopotutto il materiale originale, un inseguimento attraverso un centro abitato, è farina del sacco di Jackie Chan) si ottiene una sorta di certificazione di quello che verrà, oltre che un perfetto manifesto del nuovo cinema del corpo. Il film di Panna Ritthikrai si esaurisce infatti in un’incredibile sequenza di stunt al limite dell’umano, definendo un nuovo standard di quanto ci si possa spingere in là nella rappresentazione del pericolo.


La platea mondiale esulta rendendo i due film cult immancabili, facendogli guadagnare presenze a ogni festival specializzato e la possibilità di essere visti anche dai profani del cinema asiatico (Tom Yum Goong verrà rimontato, musicato da RZA e intitolato The Protector). Le reazioni sono molteplici ma è soprattutto quella dell’industria di Hong Kong a interessare. La patria del cinema di arti marziali reagisce malissimo, stretta tra le ore dei cinedrammoni cinesi a base di stilizzazioni da quattro soldi e le ginocchiate thai, e decide di dare una svolta al linguaggio autoctono. Nel 2005 arriveranno nelle sale il wuxia Seven Swords e il noir Sha Po Lang, diretti rispettivamente dal Maestro Tsui Hark e dall’eterno emergente Wilson Yip. Il primo è il profeta del wirework, l’uomo che assieme ai due geni Woo-ping Yuen e Siu-Tung Ching ha inventato il linguaggio marziale moderno e per poi ucciderlo con l’avanguardia di The Blade. Seven Swords appare come il contrario dei Hero: furioso, violento, con le cessioni a cavi e CGI ridotte al minimo (ma siamo pur sempre nei territori del fantasy alla cantonese). Il film non è un capolavoro (soprattutto per via dell’ora e mezza tagliata dai distributori) ma è una lezione di stile come non se ne vedeva da tempo, ben lontana dal back to basics thai. Stesso discorso per SPL: nero come la pece, con un Donnie Yen (coreografo e protagonista) in stato di grazia. La manciata di secondi del suo duello con Jing Wu sono indimenticabili: la velocità pare raddoppiata in camera di montaggio, ma i trucchi sono banditi e la realtà ci travolge nuovamente. La stessa coppia Yip/Yen tornerà alle stesse tematiche in Flashpoint, del 2007. Anche se il film non raggiunge qualitativamente (soprattutto a livello di sceneggiatura) il suo gemello SPL i venti minuti finali sono da Oscar della brutalità, roba che non si vedeva da Fist of Legend (del 1994, da recuperare tassativamente per l’infinita scena finale) . Tanto basta per far guadagnare al lungometraggio una visione obbligatoria. Il resto dell’ex colonia inglese pare soffocare tra derive alla Michael Bay, cineserie varie e il filone infinito del poliziotto sotto copertura.


Al mucchio selvaggio si unisce anche la Corea del Sud, ormai industria solidissima e ben definita (chi non conosce i proverbiali drammoni coreani da 4 ore?) ma ancora priva di un proprio linguaggio marziale. Escludendo la variante school rumble, i vari esempi di wuxia patinati (guardatevi Duelist di Myung-se Lee per capire a che punto si possa arrivare nel concepire un film bello solo a vedersi) e i nuovi fantasy urbani (Arahan) non rimane che City of Violence di Seung Wan Ryoo, protetto di Park Chan Wook. Il film è una sciocchezzuola girata in un digitale folgorante, fatta di colori ipersaturi, ammiccamenti cinefili (per gli estimatori di Walter Hill compaiono pure i Baseball Furies) e umorismo brillante. Piacevolissima a vedersi, ma priva di peso specifico. Dall’altra parte del mondo invece il corpo non può essere ricettacolo di una filosofia del combattimento (ne mancano le radici storiche) e si fa semplicemente plastilina su cui modellare evoluzioni sempre meno digitali. Il nuovo Die Hard (serie simbolo dell’action fisico statunitense, con il protagonista sempre più ridotto a poltiglia) è un tonfo, mentre un film minuscolo come Crank diviene il nuovo standard. Nessun tipo di esplosione gargantuesca alla Michael Bay, regia pornografica (qui in versione MTVclip rispetto agli eccessi thai) e un protagonista più stuntman che attore. Nel 2008 il Dark Knight di Nolan arriva a incassare quasi un miliardo di dollari proponendo scelte di regia del tutto avulse dal resto dei comic movie: la rapina iniziale puzza di anni ’70 lontano un chilometro (per rigore e fisicità) mentre in tutto il film gli eccessi da effetto speciale sono ridotti al minimo consentito (a un film studiato per i multisala). Stesso discorso per il John Rambo di Stallone. Anche se il sangue è digitale sono proiettili piuttosto realistici a falciare soldati cambogiani. Il fumoso effetto speciale, le scene di massa e il gigantismo produttivo pagano sempre meno, mentre la concretezza è sempre più gradita. Sembra accorgersene anche Lexi Alexander, che irrobustisce il suo Punisher con una dose esorbitante di ultraviolenza. Purtroppo il film viene trascurato dalla casa di produzione, finendo ben presto nel cassonetto dei flop. Fatto sta che l’unica scena contestata apertamente e all’unanimità dai fan è proprio l’unica che sa di digitale posticcio (quando Frank si appende a testa in giù dal lampadario). Neil Marshall dimostra di aver capito tutto e salva un film derivativo come Doomsday puntando proprio sulla messa in scena old school (ma non vintage). Il film si stacca nettamente dai vari Resident Evil e si guadagna il plauso della fetta di pubblico a cui doveva piacere, facendoci pure scendere una lacrimuccia all’idea che il tanto agognato progetto del rifacimento di Dove Osano le Aquile in chiave Die Hard sia morto del tutto.

Arriviamo al 2009. Esce nelle sale Ong Bak 2 e sfonda i botteghini autoctoni, dimostrando però di non essere altro che la versione 2.0 (e traslata temporalmente) del primo capitolo. Ci sono un sacco di arti marziali, sangue a fiumi e… nient’altro (lasciamo il discorso di immaginario fantasy thai per un'altra volta). In occidente arriva Crank 2, che riconferma la paura provata con Ong Bak 2. Il film è tiratissimo, gasante e… già visto. Anche in questo caso l’irruenza del primo capitolo non è rinnovata, ma solo iper vitaminizzata. I francesi ci riprovano con Banlieue 13: Ultimatum e il maestro Tsui pare fare di tutto per ritardare le riprese di Seven Swords 2. L’attesissimo live action di Blood: the last vampire ha già annoiato al secondo trailer e il sinteticissimo Stephen Sommers è stato licenziato dal suo ultimo film. Vedremo cosa saprà fare Stallone con il machismo crepuscolare di The Expendables mentre, a malincuore, constatiamo che l’ultimo vero segnale di vita di questo trend rimane il thailandese Chocolate (2008). Dove alle mazzate si unisce anche una storia (!) fuori contesto, una protagonista autistica e nuove sperimentazioni linguistiche. Regia di Prachya Pinkaew, quello di Ong Bak.

9 commenti:

:A: ha detto...

Ma poi pubblichi un libro, coi tuoi interventi sul cinema del Far East?
Perchè io lo compro.

Greg ha detto...

direi che il consiglio di :A: è ottimo

Giangidoe ha detto...

Sottoscrivo!
Uffa, voglio andare anch'io ad un'edizione del F.E.Festival...
Ci riuscirò?

MA! ha detto...

L'idea non mi dispiace, sarebbe fighissima una raccolta di saggi (di vari autori) sul cinema d'azione. Ma non un libro cazzaro, dovrebbe essere serio ma "divertito". I saggi potrebbero essere articolati su vari temi: "Il corpo", "L'eroe riluttante", ricerche sui rapporti tra coreografie e montaggio,... Non sarebbe affatto male...

@Adriano: ho quasi finito. Sei un tipo molto, molto strano.

:A: ha detto...

Sì, beh. Questo lo sapevi, sì?
Non ho mica capito se l'essere strano significhi che ti è piaciuto o no... ^____^

:A: ha detto...

p.s. metto in moto tutti i miei miseri contatti editoriali, se a questo libro ci pensi seriamente!

Faust VIII ha detto...

Sarebbe un interessante esperimento, caro MA!

Evilex ha detto...

Segnami pure tra i potenziali acquirenti del libro. Sarebbe troppo forte!

MA! ha detto...

Lusingato e commosso. Veramente!