venerdì 27 marzo 2009

[oldies but goldies] Ufficio Investigativo 23: crepate, bastardi! di Seijun Suzuki (Jap/1963)

Ho sempre avuto la convinzione che un Maestro si differenzi da un semplice ottimo regista per la sua capacità di infondere interesse e poetica autoriale nelle opere minori così come nei capolavori riconosciuti. Ed è proprio questo che succede in Ufficio Investigativo 23: crepate, bastardi!. Un film leggero e di chiara matrice derivativa, ma dove Seijun Suzuki riesce comunque a imporsi come personalità imprescindibile per tutto il cinema avvicinabile alle correnti pop. E’ chiaro, non siamo dalle parti di pietre miliari come Una farfalla sul mirino o Tokyo Drifter, ma 88 minuti di puro lounge noir alla nipponica non possono che essere sempre graditi.



Gli ingredienti che hanno fatto grande il nostro ci sono tutti: colonna sonora easy listening, Joe Shishido nella parte del protagonista gelido e smargiasso, una fotografia alla Mario Bava e tanto meta cinema (ma siamo nel 1963, non nel 1994) che si stempera puntualmente in un umorismo tanto sottile quanto assurdo.



Un capitolo a parte lo merita la regia. Qui si parla di una macchina da cinema che fino all’esilio forzato dagli studios nel 1967 arrivava a dirigere 5/6 film all’anno, non di un autore da salotto buono che necessita di 10 anni per partorire sterili rappresentazioni di nulla. Eppure anche in un film minuscolo come questo le gemme non mancano, microscopici colpi di genio che da sempre rappresentano una delle attrattive maggiori verso il Maestro. Vedere la macchina da presa inclinarsi a 45 gradi per una frazione di secondo, proprio nell’istante in cui il protagonista sta per essere preso dal panico, denota una padronanza espressiva del mezzo impressionante. Raccordi di montaggio secchi e definiti si accompagnano a movimenti di macchina sinuosi, spesso in sincrono con i movimenti degli attori sullo schermo. L’obiettivo prende vita e ci permette di assistere a quello che succede in una stanza insinuando il suo sguardo nello spioncino, così le inquadrature completano quello che si stava dicendo nella scena prima (es: in ufficio una radio parla del furto di un grosso automezzo, sulla frase “la targa del veicolo è…” un raccordo sposta la scena sul camion stesso, primissimo piano della targa). Tutto senza mai allontanarsi dai binari del cinema di genere, senza mai lasciar prendere la mano alle tendenze più artistiche rispetto alle spinte dal basso.



Suzuki rimane una delle dimostrazioni più tangibili di come il cinema di serie B, come lui ha sempre orgogliosamente definito il suo lavoro, abbia ormai guadagnato statuto di genere a se stante. Una filosofia che finì per costruire il successo della Nikkatsu e di una serie infinita di studios entrati ormai nella leggenda. Una scelta difficile che permise a tanti Maestri di muoversi nella libertà data dalle sale più scalcinate e dai budget più risicati, consegnandoci così una porzione importante dei capolavori che oggi veneriamo come cinema di serie A.

2 commenti:

Adriano Barone ha detto...

Dico senz'altro una banalità, ma in Italia avremmo bisogno di autori che considerano sè stessi artigiani e non artisti, orgogliosamente "di serie B".
Vabbè. Parole al vento.

MA! ha detto...

Il cinema italiano ha risentito moltissimo dalla trasformazione da artigiani ad artisti. Prima si era arrivati a una splendita autorialità di genere, poi è rimasta solo l'autorialità.