lunedì 16 marzo 2009

Martyrs di Pascal Laugier (Francia/2008)

Se dovessimo stare ad ascoltare il tam tam mediatico questo Martyrs potrebbe segnare, come minimo, una nuova tappa irrinunciabile all’interno del filone horror. Un viaggio nell’incubo capace di violentare lo sguardo del più smaliziato spettatore, una rivincita del cinema di genere francofono dopo la delusione di Frontière(s). E in parte ci riesce anche, ma bisogna comunque ammettere che il cinema abita da un’altra parte.



Stilisticamente non siamo lontani dal linguaggio televisivo e, sorvolando su di un paio di carrellate all’indietro e un pugno di momenti di chiara ispirazione jhorror (una sorta di The Grudge al Grand Guignol), il budget risicato si vede tutto. Fotografia altalenante, movimenti di macchina ridotti al minimo, montaggio essenziale. Gli esasperati tecnicismi di un Aja o la ricerca maniacale del grottesco da parte di un Du Weltz non vivono neanche di riflesso, facendoci spesso pensare di trovarci di fronte a uno scellerato esempio di straight to video nipponico. La volontà di nobilitare il tutto allontanandolo dalle sue radici exploitation rende l’insieme gelido e troppo calcolato, eliminando il meccanismo empatico che unisce fruitore horror e lungometraggio. Detto in altre parole, manca quel feeling che fa apparire i mostri di gomma come infinitamente più convincenti di qualsiasi FX alla Michael Bay.



A livello di sceneggiatura abbiamo una costruzione che procede deliziosamente per accumulo, mettendo sul piatto poste sempre più alte. Ogni blocco appare slegato dal precedente e le rivelazioni si susseguono senza riallacciarsi a quello appena visto. Un meccanismo rozzo, decisamente efficace nel creare spaesamento e assoluta mancanza di punti fissi allo spettatore. Peccato che anche in questo Martyrs parta benissimo ma finisca per incepparsi su di un’eccessiva serietà e totale mancanza di complicità con il fruitore. Pare che il lungometraggio francese si voglia porre tra l’austerità di Funny Games e la pornografia di Hostel, con in più qualche pizzico di millenarismo. Non bisogna essere maniaci del cinema per capire che tale equazione rischia pericolosamente di scontentare chiunque, dall’appassionato del genere più libero all’amante delle emozioni forti (e quindi ancorate pesantemente al reale).



Ma veniamo a quello che tutti paiono cercare negli ultimi tempi, ovvero i pugni allo stomaco. Martyrs è indubbiamente crudele, spietato e sgradevole. Nessuna concessione allo slapstick, al lirismo o alla catarsi. E se il primo punto non può che essere accolto in maniera positiva, il resto denota invece una mancanza di poetica che potrebbe risultare problematica nel futuro. Se si va ad analizzare il lavoro dei grandi maestri della violenza è impossibile non accorgersi di come per ognuno di questi uno schizzo di sangue non sia semplicemente un geyser di emoglobina, ma un’autentica cifra stilistica. L’ultrarealismo di Verhoeven, i rallenty di Peckinpah, i mari di morti di John Woo, le torture di Miike, l’estetizzazione amorale di Park Chan Wook, i bulbi oculari di Fulci o l’indugiare cinico di Bava. Tanti esempi di come la sofferenza non sia fine a se stessa, ma tassello di un mosaico sospeso tra autorialità e narrazione di genere. Pascal Laugier porta avanti quella che sembra l’unica regola fissa della nuova scuola francese: il saccheggio e l’esagerazione. Lo si può vedere nell’action (chiunque abbia masticato un po’ di cinematografia di HK non può non rendersi conto a che punto si è spinto lo scippo) così come nel nuovo horror. Alla fine non c’è molta differenza tra questo Martyrs e le produzioni più alimentari di una nazione in piena iperattività come la Thailandia. Se si toglie una manciata di scene suggestive quello che rimane è noia, la macchina cinema gira a metà regime e rischia di ingolfarsi. Sempre qualcosa in più di quello proposto dagli imbolsiti US, ma non ancora a un livello accettabile.

2 commenti:

alex crippa ha detto...

io invece non l'ho trovato fine a se stesso, anzi. mi ha molto disturbato (e quindi ho apprezzato) il concetto tutto cattolico di martirio, sviscerato fino all'estremo e cioè fino all'estasi e alla "visione finale" dell'aldilà. Laugier prende il torture-porn e si chiede: perchè tutte queste torture, a che scopo? voyerismo? no, già fatto. sfruttamento snuff? no, già fatto. la risposta è nella nostra Storia. una storia fatta di chiese con affreschi e statue di martiri ridotti a carne da macello (nel Duomo di Milano c'è la statua di San Qualcuno totalmente spellato con la sua pelle sotto braccio. la leggenda dice che attraversando un confine di stato gli abbiano fatto pagare il dazio per il trasporto fardello pellato)

MA! ha detto...

Sono contento che almeno tu te lo sia gustato. Io ci ho trovato solo una noia infinita, anche se dalla tua recensione ho colto molti passaggi che mi erano sfuggiti (il rape'n'revenge sottratto, per esempio). Il finale l'ho trovato telefonatissimo e l'uso della violenza anonimo. Hai ragione a dire che il tema dei martiri è stupendo, ma dire che è sfruttato male è ancora poco. Alla fine l'unica cosa che mi è rimasta sono le foto dei martiri. Quelle sì, che hanno fatto male.