mercoledì 22 ottobre 2008

Nuove favole horror: Hansel & Gretel di Im Pil-Sung (Korea del Sud/2008).

La definizione di favola horror, ormai da 20 anni in mano al despota Tim Burton, ha subito nel corso delle ultime stagioni cinematografiche una serie di scossoni decisivi per definirne la fisionomia. Dopo l’avvento del gotico nell’immaginario adolescenziale (si pensi agli ultimi capitoli cinematografici del maghetto Potter) una coppia di pellicole riesce a dare in maniera irreversibile carattere adulto a questo sottogenere. Si parla de Il Labirinto del Fauno di Del Toro e di questo Hansel & Gretel, produzione sud coreana per la regia di Yim Pil-Sung.



In seguito a un incidente stradale il giovane Eun-su, in fuga da una paternità non voluta e in viaggio verso una madre malata, si perde in un bosco labirintico. Una bambina lo guiderà fino a una casa piena di dolci e giocattoli. Ma il suo soggiorno durerà ben di più del previsto.



Girato come se il Guy Maddin di Twilight of the Ice Nymphs (1997) si fosse sottoposto a una dose massiva di manwua, questo Hansel & Gretel conferma ancora una volta come la nazione asiatica sud coreana abbia sviluppato un’estetica riconoscibile fin dai primi fotogrammi. Una fotografia abbagliante, molto al di là del limite imposto dal kitsch, si sposa con una serie di scelte claustrofobiche e stranianti. Il risultato sono due ore di interni, rendendo tali anche le rare escursioni nei boschi e nel mondo esterno alla casa perno di tutto il racconto. Più volte si ha l’impressione che il regista abbia deciso di spostare il concetto di tableau vivant verso un nuovo livello, abbassando il ritmo dell’opera per andare a restituirci una serie di illustrazioni tratte da libri per bambini. Ma irrimediabilmente virate al nero.



A una messa in scena zuccherosa e camp si va ad aggiungere una sceneggiatura che prende il via dal surreale, passa all’horror psicologico e si conclude nel dramma più angosciante. Partendo dalla tesi su cui faceva forza il capolavoro Save The Green Planet (2003) di Jang Jun-hwan secondo cui il male si sviluppa dentro di noi sempre per qualche causa e spostandone il perno dalla società alla famiglia, evitando come solo nel cinema orientale sanno fare moralismi e tesi sociologiche da quattro soldi, il secondo lungometraggio di Yim Pil-Sung acquista una profondità sconosciuta a gran parte degli horror moderni. Il risultato è la cronaca di vite violate ridipinta da thriller soprannaturale, con una messa in scena allucinata (e sottilmente malata) come non se ne vedeva dalla prima gita nella fabbrica del buon Willie Wonka.