giovedì 9 dicembre 2010
Quando Toy Story incontra Lo Squalo...
...e plagia la colonna sonora di Tron.
mercoledì 8 dicembre 2010
La vita, il sesso, le droghe: Enter the Void di Gaspar Noé (2009)

Prendetevi un bel respiro profondo e rassegnatevi: sarà un giro in giostra lungo e faticoso. Ma ne varrà la pena. Non perché vi aspetta il miglior ottovolante del mondo, e neppure quello più terrificante. Semplicemente perché questo genere di montagne russe non lo avete mai visto (o lo vedete ininterrottamente dal giorno che siete sbucati dall’utero di vostra madre). Cosa è Enter the Void? Due ore e trentacinque minuti di visuale in soggettiva attraverso gli occhi di uno spacciatore di droghe sintetiche in una Tokyo tanto satura da sembrare finta. A renderlo ancora più folle il fatto che il nostro protagonista decida di farsi sparare dalla polizia poco dopo l’inizio del film. Alla sinossi sostituite quindi “spacciatore di droghe” con “fantasma di spacciatore di droghe”.
Il terzo lungometraggio di Gaspar Noé rappresenta un tour de force visivo con ben pochi precedenti. La telecamera svolazza sopra i tetti della capitale nipponica, li scoperchia e ce li mostra come un’enorme distesa di case delle bambole. Poi si tuffa tra le fiamme di un fornello a gas, passa attraverso un trip da MDMA e sbuca dal foro di un proiettile. Non si fa mancare neppure una prospettiva dall’interno di una vagina (durante un amplesso). Movimenti morbidi e sinuosi (e infiniti) accompagnati da una colonna sonora distante e ovattata. Pura pornografia dell’immagine.
Se la gestione dei flashback è eccezionale (sia come regia che come scrittura) spesso l’indugiare su certe soluzioni avvicina pericolosamente lo spettro del tedio. Non gioca a favore di questo aspetto la durata fiume dell’opera e il fatto che si navighi nelle acque incerte della provocazione gratuita. Perché Enter the Void non ci prova neppure per un secondo a nascondere la sua natura compiaciuta e terribilmente auto indulgente. Aspetti che, se non fosse per l’enorme volume dei testicoli di Gaspar Noé, in un nulla farebbero sprofondare questo oggetto non identificato nel limbo delle visioni da festival. Diciamolo chiaro e netto: al di là del risultato ottenuto, per pensare, girare, far finanziare un simile mostro ci vogliono veramente le palle quadrate.
Al centro di Enter the Void c’è il ciclo inarrestabile di vita-morte-vita-… e, proprio come il suo soggetto, il film procedete dritto come un treno. Che a te piaccia o meno. Impossibile da riassumere in un semplice bello/brutto. Bisogna rassegnarsi, rimboccarsi le maniche e tuffarcisi a pesce. Se non te la senti ti risparmi una bella fatica, ma anche un bel po’ di roba che vale la pena raccontare.
I continui richiami a Taxi Driver e Arancia Meccanica ci ricordano di essere davanti a un film, quando invece quello che vediamo propende più per la videoarte. Dopotutto non c’è una grossa storia da raccontare, le meccaniche della narrazione tradizionale vengono scansate con estrema nonchalance. Chi cerca semplicemente un bel film è fuori strada. Se siete tra quelli che entrano in una sala cinematografica con il bilancino per misurare quanti buchi ci sono in sceneggiatura, quante incongruenze, quanto rispetto dei tre atti,... allora lasciate stare. Meglio per voi. Se invece cercate coraggio, sfrontatezza e incoscienza allora mettetevi comodi e aspettate che si abbassi la sbarra.
lunedì 6 dicembre 2010
Sfiancato
Enter the Void mi ha sconfitto. Dopo un'ora e mezza (su due ore e quaranta totali) cedo e mi riprometto di finirlo il prima possibile. O almeno prima che si raffreddi. Siamo dalle parti della cagata totale o del capolavoro senza mezzi termini. In qualsiasi caso Gaspar Noé l'ha fatta veramente grossa. Una cosa così non l'avete mai vista prima.
domenica 5 dicembre 2010
Seul come Manhattan: I Saw the Devil di Jo Woon Kim (Kr/2010)

Jo Woon Kim è il miglior mestierante del mondo. Uno che ha spiattellato tutto quello che c’era da dire in due film e ora può dedicarsi alla forma come solo un vero autore farebbe. Confusi? Andiamo per gradi. Kim viene dal teatro ma vuole fare cinema. Il ponte è The Quiet Family, farsa esagerata e nerissima. Il pregio maggiore del film è quello di fornire a Miike materiale per un remake straordinario (The Happiness of the Katakuris), mentre per il resto è mero esercizio. Pratica necessaria per passare al prossimo The Foul King, commedia amara a base di wrestling e perdenti (una sorta di The Wrestler ancora più pessimista, forse perché completamente rassegnato). Alla seconda prova dietro la macchina da presa JWK dimostra che ci troviamo di fronte a un grande artista, dotato di sguardo lucido e poetica potente. Chiarito questa cosa il Nostro decide di mollare ogni discorso interiore per dedicarsi all’esplorazione dei generi. A oggi la sua è un’opera estetizzante, capace di svuotare il cinema di ogni significato per lasciarne solo uno sfavillante (e riconoscibilissimo) involucro esterno. E proprio qui sta la sua forza. Per spiegarlo tiriamo in ballo l’artista statunitense Kaws.
Il soggetto in questione è diventato famoso ridisegnando i Simpson, SpongeBob e altri personaggi di fantasia in maniera identica agli originali (copiando proprio i fotogrammi), se non sostituendone il volto con il suo logo. Sono personaggi autentici in due sensi: Homer è veramente Homer (creazione di Matt Groening), ma è anche un qualcosa riconducibile esclusivamente al writer di NY. Proprio come i generi modificati da Kim: il suo Bittersweet Life è un noir melodrammatico come tanti ma che solo lui poteva fare, Two Sisters è un k-horror banalissimo ma inconfondibile, e così via. Sono OriginalFake, per usare un’espressione dello stesso Kaws. Che, guarda caso, chiama proprio così il suo negozio di Tokyo. Dove, tanto per rincarare la dose, vende la sua linea di abbigliamento e i suoi giocattoli definendoli estensioni del proprio percorso artistico. Sono Original perché disegnati da lui, Fake perché riprodotti in serie. Ron English diventa famoso sabotando cartelloni pubblicitari in maniera clandestina, Kaws assurge a celebrità perché in quel di Manhattan invece li abbellisce (sempre in maniera illegale). La gente comincia a rubare le affissioni, mentre i grandi fotografi lo lasciano accedere agli scatti originali. Kaws vuole essere la cultura visiva che ci circonda, non sovvertila. Proprio come la mente dietro a I Saw the Devil.
Jo Woon Kim può contare sul suo bagaglio tecnico impressionante per portare a nuova vita sceneggiature già viste mille volte. Un meccanismo perfetto se applicato al blockbuster (vedi il suo precedente The Good, the Bad, the Weird) perché cinema di superficie, ma che lascia qualche riserva se fatto aderire all’exploitation pù di pancia (come il rape’n’revenge). I Saw the Devil punta al basso ventre ma è troppo bello in senso classico per poterci riuscire. Si è concentrati a perdersi nella fotografia maniacale e nei movimenti di macchina impossibili (c’è un combattimento in macchina che vi farà cercare la mascella sotto il divano) per provare veramente orrore e raccapriccio. Anche lo scaltro Bong ci era arrivato, affidando a una messa in scena (solo apparentemente) sommessa e minimale il suo capolavoro Mother.
Peccato, perché la sceneggiatura era di quanto più volgare e dritto in faccia si potesse cercare. In poche parole: un serial killer uccide la fidanzata di un poliziotto, questo si mette a indagare sul colpevole. Lo trova prima che sul display del lettore dvd scatti la mezz’ora. Il film dura due ore e venti. Se si conosce la tipica variazione sud coreana al genere cosa succede nei restanti 110 minuti è abbastanza intuibile. Di splatter e torture ce ne sono in abbondanza, ma sono filmate in maniera troppo elegante per fare veramente male. Tanto per capirci un film come The Chaser, bello senza essere nulla di trascendentale, colpiva in maniera molto più efficace (nonostante una scrittura meno immediata e furba).
Una delusione, quindi? No. No perché Jo Woon Kim gira veramente da paura, gli attori sono straordinari, tutto ha una classe insuperabile e ci sono un pugno di scene che riconciliano con il linguaggio cinema. Però l’amaro in bocca rimane comunque.
Brutta storia essere viziati…
sabato 4 dicembre 2010
We've Got A Damned Situation Here
Every Time I Die + Anthrax + Fall Out Boy = The Damned Things. Una nuova super band di cui tutti avevano bisogno. La voce balorda di Keith Buckley finalmente trova la giusta dimensione in un progetto dichiaratamente leggero e disimpegnato. Loro si dicono pronti a salvare l'industria discografica, per ora mi accontento di un gran bel pezzo e della conferma che Scott Ian è un idolo assoluto (oltre a essere una delle macchine da riff più sconsiderate di tutti i tempi).
venerdì 3 dicembre 2010
Ari il grande

La Rizzoli NY sale sempre più in alto nella mia personalissima classifica delle meglio case editrici. Tra gli ultimi volumi pubblicati non posso non segnalare la monografia dedicata alla fotografa nipponica Mika Ninagawa (350 patinatissime pagine racchiuse in box cartonato con scintillante stampa a caldo), il volume su Kaws (sovracopertina trasparente con stampa a contrasto, logo in rilievo, pagine dedicate ai lavori street stampate su carta grezza, sezione sulle esposizioni in galleria d'arte su carta lucida) e questo, che non possiedo esclusivamente per motivi economici. Eppure il meglio deve ancora venire.
Per l'anno prossimo è fissata l'uscita del nuovo volume di Ari Marcopoulos: 1200 pagine per altrettante fotografie. Per chi non lo sapesse Ari è l'uomo che ha portato lo stile da fanzina nel mainstream. Prima che Vice Magazine sputtanasse tutto. Foto crude, legate alla cultura di strada, spesso pubblicate proprio su riviste autoprodotte. Uno stile apparentemente povero che, forse proprio per questo, ha finito per espandersi come una chiazza d'olio (o un tumore). Grazie alla Rizzoli sarà possibile ristabilire il giusto ordine delle cose, dividendo tra prime movers (Ari) e cialtroni populisti (Terry, ti fischiano le orecchie?).
giovedì 2 dicembre 2010
[kick-ass movie] Men from the gutter di Nam Nai Choi (HK/1983)
Nam Nai Choi lo si conosce per capisaldi come The Story of Ricky, The Cat, Seventh Curse, Erotic Ghost Story e Peacock King. Autentici simboli di un cinema che si costruisce per accumulo e per compressione, dove ai pochi mezzi si sopperisce con una quantità di idee esagerata e ingestibile. Opere di genere fantastico, la cui natura stessa spinge alla ricerca dell’effetto speciale e della trovata a sorpresa a ogni costo (anche per distrarre dai limiti della produzione). Mostri in lattice, combattimenti impossibili, corpi dilaniati e ogni sorta di fantasia visiva possa essere inserita in un copione cinematografico. Un universo barocco e, forse, un poco indigeribile per chiunque non sia più che avvezzo ai sapori speziati della serie B. Ma, tra una risata postmoderna e l’altra, in pochi sanno che Nam Nai Choi è realmente un grande regista. Non narratore, regista. Capace di un montaggio furioso e di movimenti di macchina impetuosi, pronto a regalarci sempre e comunque spettacolarità e sense of wonder (nonostante le condizioni in cui si sia sempre trovato a lavorare). Basta una porzione qualsiasi del capolavoro Seventh Curse per strappare più oooh meravigliati di tutti i milioni di dollari dietro Narnie o Pirati caraibici vari. Che dopo questa meraviglia sia o meno di nostro gradimento è tutto un altro discorso. A riprova di queste sue capacità espressive (alla faccia di tutti quelli che vedono la serie B come sinonimo di incapacità) bisogna rispolverare questo Men from the gutter, action poliziesco del 1983 prodotto dagli studi Shaw Brothers. Un titolo misconosciuto, privo di ogni forma di bizzarria gratuita, dove il Nostro ha la possibilità di esprimersi senza l’obbligo di eccedere nel suo solito helzapoppin’ di fantasie deviate.
Il risultato è travolgente.
Men from the gutter potrebbe essere definito con due sole parole: fast & brutal. Protagonisti su protagonisti buttati lì solo per farli morire nel modo più drammatico possibile, una sceneggiatura composta unicamente da buchi, una marea di scene d’azione dove succede di tutto, protagonisti tagliati con l’accetta, fucilate in pieno petto come se piovesse e la solita miriade di trovate disseminate da Nam Nai per tutta la durata del film. Non ha importanza che si tratti di uno stacco di montaggio, di un movimento di macchina o di una coreografia. Tutto è fatto per arrivare allo spettatore nel modo più diretto possibile. Non c’è retorica, profondità o grazia. E’ azione per il gusto dell’azione. Non siamo nei territori dell’esagerazione di Wonder Seven, Tiger on the Beat o The Black Panther Warriors (tre esempi di action cantonese estremo fino al parossismo): Men from the gutter è prima di tutto un’opera piccola e sporca, priva di quella gioia ludica evidente nelle pellicole di (rispettivamente) Siu Tung Ching, Lau Kar Leung e Clarence Fok.
E tutto questo senza urlare. La classe di Nam è tale da non sfociare mai nella pagliacciata, scegliendo piuttosto la via del taglio selvaggio. La colluttazione media non dura mai più di qualche secondo, terminando sempre nella maniera meno gloriosa possibile. Ginocchiate, colonne vertebrali che si spezzano, fucilate. Una tendenza alla compressione che permette di leggere il cartello The End poco dopo lo scoccare degli 82 minuti. Men from the gutter è semplicemente un film cazzuto, dove un pugno lo si tira per far male. Non per far spettacolo o per puntare a chissà quale figura retorica. Cinque nocche in volto non hanno bisogno di sovrastrutture per essere capite e metabolizzate dal pubblico. Il bagaglio tecnico da Maestro Minore del Nostro fa il resto, facendo viaggiare il tutto alla velocità di un treno merci fuori controllo. A un certo punto c’è un dolly che segue l’irruzione di una squadra speciale e termina sulla posa plastica di uno dei protagonisti. In 3-4 secondi. Altra gente ci avrebbe costruito una sequenza tronfia e carica di quell’adrenalina sintetica che ha soffocato il cinema moderno. Nam invece stava già pensando a come filmare il prossimo calcio volante con scarica di fucile a pompa annessa.
Il risultato è travolgente.
Men from the gutter potrebbe essere definito con due sole parole: fast & brutal. Protagonisti su protagonisti buttati lì solo per farli morire nel modo più drammatico possibile, una sceneggiatura composta unicamente da buchi, una marea di scene d’azione dove succede di tutto, protagonisti tagliati con l’accetta, fucilate in pieno petto come se piovesse e la solita miriade di trovate disseminate da Nam Nai per tutta la durata del film. Non ha importanza che si tratti di uno stacco di montaggio, di un movimento di macchina o di una coreografia. Tutto è fatto per arrivare allo spettatore nel modo più diretto possibile. Non c’è retorica, profondità o grazia. E’ azione per il gusto dell’azione. Non siamo nei territori dell’esagerazione di Wonder Seven, Tiger on the Beat o The Black Panther Warriors (tre esempi di action cantonese estremo fino al parossismo): Men from the gutter è prima di tutto un’opera piccola e sporca, priva di quella gioia ludica evidente nelle pellicole di (rispettivamente) Siu Tung Ching, Lau Kar Leung e Clarence Fok.
E tutto questo senza urlare. La classe di Nam è tale da non sfociare mai nella pagliacciata, scegliendo piuttosto la via del taglio selvaggio. La colluttazione media non dura mai più di qualche secondo, terminando sempre nella maniera meno gloriosa possibile. Ginocchiate, colonne vertebrali che si spezzano, fucilate. Una tendenza alla compressione che permette di leggere il cartello The End poco dopo lo scoccare degli 82 minuti. Men from the gutter è semplicemente un film cazzuto, dove un pugno lo si tira per far male. Non per far spettacolo o per puntare a chissà quale figura retorica. Cinque nocche in volto non hanno bisogno di sovrastrutture per essere capite e metabolizzate dal pubblico. Il bagaglio tecnico da Maestro Minore del Nostro fa il resto, facendo viaggiare il tutto alla velocità di un treno merci fuori controllo. A un certo punto c’è un dolly che segue l’irruzione di una squadra speciale e termina sulla posa plastica di uno dei protagonisti. In 3-4 secondi. Altra gente ci avrebbe costruito una sequenza tronfia e carica di quell’adrenalina sintetica che ha soffocato il cinema moderno. Nam invece stava già pensando a come filmare il prossimo calcio volante con scarica di fucile a pompa annessa.
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