giovedì 17 novembre 2011

Ecovengeance! Bugs di Barone & Babich (001 Edizioni/2011)



Bugs ha prima di tutto il grande merito di portare avanti un discorso profondo e stratificato impacchettandolo in una bella confezione da prodotto di genere. Pratica diffusa all’estero (in ogni ambito della narrativa) ma che non ha mai preso piede in maniera continuativa nel nostro territorio. Nelle nostre librerie possiamo trovare o minimalismo d’acchito, o giornalismo a fumetti, o evasione pura o… Tutte cose meravigliose e stimolanti, però di tanto in tanto sarebbe piacevole anche godere di qualche crossover tra filoni. Tanto per vedere che effetto fa. O per poter permettere a un autore di aprirci il suo mondo più intimo senza doverci sorbire per forza di cose i ricordi della sua infanzia. Gli esempi in passato non sono mancati (il più celebre penso sia il primissimo Dylan Dog) ma da un po’ di tempo a questa parte gli esperimenti latitavano.


In Bugs c’è un sacco di roba pescata dal copioso mare magnum della cultura pop. Ci sono le minacce entomologiche tipiche del b-movie, organizzazioni segrete e prescelti, le sincopi action del cinema noir nipponico, il controfinale da horror-comedy anni ’80 e un pugno di personaggi a metà tra Minoru Kawasaki e Quentin Tarantino. Tutto materiale succulento e croccante, apparentemente lontano da contaminazioni “alte” e cerebrali.


Barone e Babich approfittano della bagarre sollevata da questa sarabanda di suggestioni per andare un po’ più in profondità, parlandoci di cambiamenti ed evoluzione. Il tutto potrebbe essere visto come una sanguinolenta metafora del vecchio adagio “Si diventa sempre ciò che si odia”, riletto però in chiave politica e positivista (oppure, se proprio non volete accendere il cervello, fermatevi pure al livello ento-gastronomico). Il fatto che tra le pagine sia compresa una soluzione e non una cronaca del problema differenzia Bugs da tutti quei titoli basati su di un immaginario specchio dell’epoca in cui venivano creati. Pensiamo a un Hellblazer, fino ai più recenti DMZ o il sopraffine primo ciclo di Chew (la più geniale parodia/metafora dell’iper-igienismo, e relativa avversione per il ributtante, della nostra epoca). Tutte riletture di un presente, senza visioni sul domani. Qui invece si punta in alto, dirigendosi direttamente alla seconda tappa. I due autori sanno bene a che rischi vanno in contro e decidono (saggiamente) di stemperata l’atmosfera eliminando una divisione netta tra buoni e cattivi, virando al grottesco. Il finale aperto rende il tutto ulteriormente più leggero e, a conti fatti, un troppo insistere sull’attuale situazione sociopolitica avrebbe reso l’insieme pesante e fermo sui suoi passi (e dopo tutto si sta parlando di evoluzione/progressione, no?).


In questa prospettiva l’apporto di Babich è fondamentale, capace di dare al volume un appeal sospeso tra serie statunitense e il manga meno scontato. La fragorosa sequenza finale è un compendio del fumetto action negli ultimi anni. Il disegnatore aggiunge un’ulteriore incarto sfavillante attorno a un nucleo denso e un poco minaccioso. Il rischio di "fumetto impegnato dal peso specifico della ghisa" si perde in mille linee cinetiche e prospettive mirabolanti.


Peccato che tutto questo a volte tenda a ingolfarsi. Il flusso di riferimenti spesso infatti non procede con la fluidità che ci si aspetterebbe. Al posto di lanciare l’amo e lasciare che il lettore abbocchi all’esca, compiacendosi della ragnatela di collegamenti tessuta in fase di ideazione e dando fiducia a chi sta dall’altra parte della pagina, l’amo viene messo a forza sotto i riflettori. Il caso più eclatante è il grillo parlante che declama a gran voce, evidenziando in un bel giallo fosforescente l'imperdonabile spiegone, di essere una trovata meta testuale. In momenti come questi la dinamica della narrazione subisce un brutale stop, come se i vari ganci ad altre opere non fossero bene amalgamati a Bugs e necessitassero di una spintarella privilegiata.


Ma sono piccole imperfezioni, minuscole. Sbavature risolvibili con un semplice passaggio di carta abrasiva. Dopotutto, come già dimostrato da Ernest Cline, non è facile navigare nel fiume perennemente in piena dell’immaginario collettivo. Lo si deve conoscere tanto bene da lasciarlo fluire come meglio crede (anche perché frutto di una mente comunitaria, quindi superiore al singolo contributore), in caso contrario ogni costrizione risulta forzata.

5 commenti:

:A: ha detto...

Minchia! O___O

:A: ha detto...

(E grazie. ^.^)

fabio babich ha detto...

Non posso far altro che inchinarmi e ringraziare di cuore!

MA! ha detto...

Ringraziare de che? Ho detto quello che c'era da dire, nel bene e nel male. Se dopo voi siete persone intelligenti che capiscono e apprezzano le critiche piuttosto che controbattere non è mica merito mio.

:A: ha detto...

Se le critiche fossero tutte di questo livello, ringrazierei tutto il tempo, fidati.