venerdì 11 luglio 2008

[trailer] Max Payne di John Moore (US/2008)


Qui il link a questa nuova occasione sprecata made in US. Proprio non capisco: hai un videogioco capolavoro (entrambi i capitoli), cinematografico al 100%, con una trama tra noir e melodramma resa fresca e accattivante da interessanti spunti onirici, decine di morti e tonnellate di bossoli ancora fumanti. Era chiedere troppo una trasposizione pari pari da medium a medium? Evidentemente sì.


Nel trailer piacevole il richiamo ad Hard Boiled (John Woo era citato alla lettera nel videogame), inquietanti gli angeli (spero si tratti dei famosi spunti onirici), fuori posto


Mark Wahlberg. Il Max Payne cinematografico sarà degno del Max Payne in pixel?

giovedì 10 luglio 2008

Tropa de Elite di Josè Badilha (Brasile/2007)

Tropa de Elite è un capolavoro perché scontenta tutti. Politicamente, stilisticamente, cinematograficamente. Glissando sulla totale mancanza dell’ aspetto sessuale, Tropa de Elite è il film più Verhoeveniano mai girato da qualcuno che non sia Verhoeven stesso.



Roberto Nascimento è stanco del suo ruolo di comandante tra le fila del BOPE, i famosi squadroni della morte brasiliani, e decide di trovare qualcuno degno di sostituirlo. Per arrivare al risultato dovrà privare dell’anima una giovane recluta idealista.



In Brasile la polizia è corrotta, molto corrotta. Le favelas sono violente e nelle università i contestatori figli di papà sperano di cambiare il mondo fumando canne e discutendo di sofismi inutili. Occorre qualcuno che risolva questa situazione con la forza, qualcuno di incorruttibile e innamorato della giustizia. In altre parole il BOPE. Un teschio, due semiautomatiche e un pugnale come stendardo, l’ordine di sparare a vista come strumento di rieducazione. Praticamente un film di propaganda per la destra più ferma e radicale. Un manifesto della violenza come strumento sociale.



Nel BOPE però non troviamo agenti pronti a distribuire caramelle ai bambini. Nel BOPE ci arrivi dopo aver passato un corso di addestramento che fa dell’umiliazione la portata principale, e nel BOPE ci rimani se sai usare un sacchetto di plastica come strumento di tortura, se spari sulla folla e sorridi nel rendere pubblica all’interno del microcosmo favela l’identità di una spia. Un ritratto che dimostra quanto detto prima sia fascista e sbagliato.



Eppure, anche mostrando alla platea quanto siano brutti e cattivi gli uomini in nero brasiliani, i contestatori universitari continuano ad alimentare il mercato del narcotraffico fumando erba, la polizia rimane corrotta e Rio De Janeiro un campo di battaglia dove ogni giorno si muore senza sapere il perché. Dove stia la ragione Josè Padilha non se lo chiede neppure, troppo impegnato a sbatterci in faccia le contraddizioni dei nostri giorni con tutta la violenza possibile. Proprio come l’olandese citato nel primo paragrafo, capace di dirigere un kolossal sulla seconda guerra mondiale dove resistenza e regime finiscono per assomigliarsi in maniera sinistra.


Anche cinematograficamente tutti sono scontenti di questo Tropa de Elite: troppo sanguigno per il circolino d’essai, troppo serio per i cultori dell’exploitation. Ultraviolento, convulso, a metà tra documentario e videoclip. Crossover portoghese ad accompagnare i titoli di testa, freeze frame per mettere l’accento sull’immancabile frase cazzuta da action hero, Michael Mann ben stampato in testa quando si tratta di girare le sparatorie. Ma anche delicato nel concedere lunghe parentesi ai monologhi interiori dei soldati, nel seguirli durante la loro vita quotidiana, nei loro sogni e nel loro desiderio di normalità. Perché essere una macchina di morte può stancare, soprattutto quando propria moglie attende un figlio. Vuoi mettere che palle rispetto a un Die Hard dove Bruce Willis cammina su un jet che vola tra i palazzi di una megalopoli statunitense e non è mai stanco di uccidere cattivoni?



Più che un film una bomba tubo, progettata a tavolino per scagliare le sue schegge mortali a 360 gradi e fare terra bruciata tutto intorno a sè. Un oggetto pericoloso e instabile, ma soprattutto terribilmente reale.


mercoledì 9 luglio 2008

Lucy and Bart: quando Cronenberg incontra la fotografia fashion




Qui il link al blog di Lucy e Bart, due fenomenali fotografi sospesi tra fashion, design e ossessione per la nuova carne. Inquietanti o meravigliosi?

venerdì 4 luglio 2008

Back to the roots: Strenght Approach & Solid Ground


In tempi dove il metal core si ritrova inspiegabilmente in cima alle classifiche è bello concedersi una boccata di ossigeno con due dischi che fanno dell'old school la loro bandiera. Su Haternal.com due rece del sottoscritto, dedicate a Strenght Approach e Solid Ground.


giovedì 3 luglio 2008

Street Art @ Tate Modern

Sabato me ne vado a Londra. Motivo che spinge alla trasferta è la fantastica esposizione Street Art alla Tate Modern. Tra gli artisti coinvolti anche l'immenso Blu, bolognese al 100% e noto per aver inventato i graffiti in stop motion. Cosa significa? Penso che il filmato qui sotto parli da solo. Pura poesia metropolitana.



MUTO a wall-painted animation by BLU from blu on Vimeo.

martedì 1 luglio 2008

[oldiest but goldiest] We Are Going To Eat You di Tsui Hark (1980)

Correva l’anno 1980 e il giovane Tsui Hark non era ancora diventato il maestro che oggi tutti riconoscono. Dopo aver diretto un interessante esperimento a metà tra wuxia e gotico (The Butterfly Murders) il Nostro decide di giocarsi la carta politica. Nasce così We Are Going To Eat You, meltin pot di generi ad alto tasso caustico.



Sulle tracce del criminale Rolex l’Agente 999 finisce prigioniero in un villaggio sperduto. Qui scoprirà che la verità è molto peggio di quello che ci si aspetta.



Giocattolone ultracinetico, a metà tra commedia di bassa lega e kung fu splatter, We Are Going To Eat You gioca le sue carte migliori insinuando i suoi veri punti di forza tra le righe. Tsui Hark incomincia qui a sperimentare una nuova semiotica per il cinema d’azione, destrutturando il gesto marziale per elevarlo a sensazione subliminale oltre che semplice stimolo visivo. Un percorso che maturerà lungo tutti gli anni ’80, arrivando a una nuova grammatica del montaggio e del linguaggio cinematografico in toto. Il maestro si diverte a sporcare il suo operato con eccessi gore da baraccone, rendendo i suoi interpeti giullari di un teatrino sospeso tra grand guignol e avanspettacolo. L’horror si tinge di slapstick comedy un anno prima del capolavoro di Sam Raimi, fan e seguace dichiarato del dinamismo tipico del cinema proveniente dall’ex colonia inglese.
Con un budget ridicolo a disposizione (che spinge a scippare senza tante pretese le musiche di Suspiria) la catastrofe si annidava dietro l’angolo, soprattutto in una fase del cinema fantastico mondiale dove i grandi fondi cominciavano a fare la differenza, ma l’abilità e il gusto, forgiato da anni di letture fumettistiche, del Nostro riescono a rendere l’insieme di influenze alte e basse qualcosa di unico e, fortunatamente, ripetibile.



Al di là del valore di scatenato helzapoppin umoristico e d’intrattenimento We Are Going To Eat You nasconde (ma neanche troppo) un’anima nera e cinica, legata a un periodo spietato e senza apparente uscita per la perla d’Oriente. Lo spettro della Cina (continuamente richiamata in maniera più o meno velata) come tribù di cannibali che punta a un’assurda autarchia, dove le persone stesse finiscono per alimentare la macchina economica e di sostentamento, è una presenza soffocante e claustrofobia, oltre che influenza fondamentale anche per il successivo film del regista, Dangerous Encounters: 1st Kind. Un problema d’attualità che Tsui Hark ci ha messo sotto gli occhi, con i sottili strumenti dello sberleffo, trent’anni fa.