martedì 16 agosto 2011

Stanchi di Photoshop? Ci pensano i Mastodon



Stanchi delle solite copertine fatte in 5 minuti con il Photoshop? Ci pensano i Mastodon. Qui sopra il making of per l'artwork del loro nuovo disco (fuori il 27 settembre, ma sembra manchi una vita!). Il terrore che l'abbandono del sodalizio con lo storico illustratore Paul Romano portasse a uno stravolgimento dell'immagine del combo di Atlanta era forte, ma ancora una volta la band di Troy Sanders ha dimostrato di non sbagliare un colpo.

mercoledì 10 agosto 2011

Robot Chicken Star Wars ep.3: la vendetta dei nerd



Terzo episodio dell’oramai classica serie di tributi all’universo di Star Wars da parte dei geni dietro Robot Chicken. Chi non ne avesse mai vista una puntata si prepari a un esempio perfetto di “scrittura a cipolla”. Se prendiamo un episodio qualsiasi di un’ altrettanto generica stagione avremmo sempre a che fare con una superficie stupida, spesso tangente al piano della volgarità gratuita o del nonsense fine a se stesso. Da questo punto di vista le varie gag dovrebbero avere una potenza dirompente, basandosi su meccanismi ben comprensibili da chiunque e rodati in anni di commedie cinematografiche e televisive (pensiamo al continuo gioco al ribasso di Seth MacFarlane). Eppure non sono in molti a ridere delle action figure di Green e Senreich. Questo perché, scandagliando un livello appena più profondo, si scopre di avere a che fare con una scrittura asciutta e talmente sintetica da sfiorare il parossismo. Per quanto possa apparire stupido allo spettatore medio Robot Chicken non ha mai ceduto alla tentazione di imboccare il suo pubblico. Se vuoi capirne l’umorismo devi aver letto tonnellate di fumetti, visto centinaia di film e passato intere giornate davanti alla TV. Siamo di fronte alla classica serie sfigata per sfigati? Così sembrerebbe, anche se scendendo di ancora un livello si arriva a un'altra conclusione.


Cosa ha permesso al mondo nerd di diventare la macchina multimilionaria degli ultimi anni? L’innesto di realtà in un mondo di carta e inchiostro. In una maniera tutta nuova. Se Moore e Miller (e Mills, e Veitch,…) negli anni ’80 ci avevano convinto che maschere e mantelli nel mondo reale avrebbero fatto rima con depressione e malattia, i più recenti Millar ed Ennis (tra i tanti) ci hanno convinto del contrario. Da Authority al Tony Stark cinematografico, passando per tutta la macchina narrativa di Bendis, abbiamo a che fare con una masnada di smargiassi pieni di sé. Tutto è quantificabile (in migliaia di vittime), collegabile alla nostra esperienza del mondo (le Stark Enterprises che fanno concorrenza alla Nokia) e dolosamente attuale (superterroristi al posto di supercriminali, come visto anche in serie extra Ultimate tipo l’Iron Man di Fraction). I super eroi sono meglio di noi. Più intelligenti, più belli, più popolari. Nel mondo di Green e Senreich invece tutto funziona al contrario. Non prendono personaggi di fantasia per fargli vivere roboanti avventure nel nostro mondo, ma invertono il paradigma. Prendono situazioni reali (anzi, quotidiane) e le infilano sotto l’epidermide della narrazione di genere. Il risultato è dirompente. Gli eroi saranno in grado di salvare l’Universo prima della fine di ogni episodio (non di RC, comunque), ma si comportano da autentici imbecilli quando hanno a che fare con uno dei nostri problemi. Così eccoli trasformarsi in idioti meschini ed egoisti.


Questo terzo speciale di Star Wars non fa eccezione. Anche se si rimpiange il grezzume di cartone delle primissime puntate della serie principale, l’umorismo si è fatto più raffinato e sottile. A volte fa addirittura capolino una parvenza di costruzione narrativa coerente. Tutto senza mai perdere un grammo della sua carica rabbiosa. Nonostante tutti i proclami degli autori, e una conoscenza enciclopedica dell’universo di George Lucas, non si scorge il minimo segno di affetto verso i bersagli degli scherni. Sembrerebbe quasi una vendetta nerd, un atto terroristico per riprendersi anni gettati davanti a uno schermo o a un albo. Non è un caso che in questo episodio le gag più gustose siano affidate a tutta una serie di personaggi che nei film originali rimangono sullo sfondo: Gary lo Stormtrooper, Prune Face (geniale), il maestro Jedi dal pianeta Kamino,… e le citazioni si siano fatte più colte e meno legate all'universo da fumetteria. Che Green e Senreich siano (o vogliano farci credere di essere) diventati grandi?

martedì 9 agosto 2011

Un ottimo esempio di buon cattivo gusto






Di questa particolare categoria estetica (il buon cattivo gusto) ne parlavo qui. Le foto qui sopra, di Jasmin Schuller, mi pare centrino in pieno la questione.

lunedì 8 agosto 2011

Essere di Sacramento, suonare in una band chiamata † † † e non fare metal













Piccolo (ma prezioso) break musicale (per una volta privo di ogni forma di robaccia estrema) in questi placidi primi giorni di vacanza. Appena ho letto di un progetto lo-fi da parte di Chino Moreno dei Deftones e di un componente dei Far sono saltato sulla sedia. Basta il ricordo di una Passenger in cui la voce del cinoispanico si intrecciva con sua maestà Maynard (dei Tool) per avere i brividi di piacere. E questa volta si parla addirittura di Jonah Matranga, una delle 3/4 ugole per cui il termine emo ha ragione di esistere (clicca sul nome, ascoltati la canzone e prova a dire il contrario). E invece...


... e invece niente. Dietro il progetto troviamo Moreno e Shaun Lopez, chitarrista dei (troppo, troppo, troppo sottovalutati) Far. Poco male perché il progettino resta una piccola perla. Elettronica piuttosto atmosferica registrata in camera da letto. Scaricabile gratuitamente a una qualità più che accettabile (o a qualità cd pagando 5 dollari). In più l' artwork di copertina è una bomba. Con la speranza che alla prossima uscita Matranga salga a bordo.

mercoledì 3 agosto 2011

I fratelli Chapman e la sottile arte della provocazione



Simpatico mini-servizio sull'ultima personale di Jake & Dinos Chapman. Sottili e discreti come di loro solito. Ricordo, tanto per far capire con chi abbiamo a che fare, che questi due geni sono le menti dietro alla mastodontica opera Fucking Hell. Un enorme diorama a forma di svastica dove oltre 30000 (trentamila) miniature realizzate a mano inscenano una battaglia tra demoni e nazisti. Detto così fa ridere, visto dal vivo è un calcio in faccia (sopratutto quando si trova la miniatura di Hitler, intento a... ). Qui sotto un piccolo esempio.


martedì 2 agosto 2011

[Chinare ossequiosamente il capo e prendere nota]Blood, Sweat + Vinyl: DIY in the 21st Century



Trailer per quello che pare un bel documentario sul DIY discografico. Se già la qualità dei nomi tirati in ballo dovrebbe fare alzare le antenne a chiunque sia un minimo interessato alla musica, le parole di Steve Von Till (cantante e chitarrista di quel gruppo da storia del rock che sono i Neurosis, oltre che mente dietro la Neurot Record) messe in chiusura provocano un brivido lungo la schiena. Questa è gente che ha tracciato nuove rotte. Perdendo soldi, sputando sangue e investendoci anni della loro esistenza. Eppure dovevano farlo. Per loro stessi.

lunedì 1 agosto 2011

Perché i videogiocatori non si meritano una cheerleader con motosega e il cinema di John Waters



Da qualche settimana l’autore Goichi Suda (aka Suda51) ha reso pubblici i primissimi screenshot del suo nuovo lavoro: Lollipop Chainsaw. Per la precisione si tratta di alcune sequenze che ritraggono una splendida cheerleader, dotata di motosega e testa mozzata legata in vita, combattere furiosamente contro orde di zombie. A sostituire laghi di sangue una serie di cuori rosa shocking. Figurarsi cosa possa essere successo nel mondo nerd come conseguenza a una tale visione. Tra le reazioni, sia di esaltazione che di stanchezza nei confronti di un certo tipo di estetica, un unico termine ha accumunato entrambe le fazioni: trashata. Guarda caso associato, nella maggior parte dei casi, alle recenti produzioni Sushi Typhoon. Esatto, quei mentecatti dietro a, tra i tanti esempi possibili, Machine Girl, Tokyo Gore Police e RoboGeisha. Esattamente il genere di film amato e ricercato da chi il cinema giapponese (soprattutto exploitation) non ha la minima idea di cosa sia (permettetemi di essere snob, ma sono robaccia veramente atroce).


Per il videogiocatore medio il punctum di quelle immagini non è la possibilità un gioco potenzialmente non violento (esattamente come lo è uno Zelda qualsiasi, dove i nemici sono sì da abbattere ma questo non porta a nessun tipo di glorificazione grafica della violenza) in uno scenario che pare offrire solo geyser di sangue e fps per adolescenti asociali, ma il fatto che un’accozzaglia di elementi apparentemente priva di logica faccia scadere il tutto nel grande (e più o meno eccitante) cassonetto del trash. Questo perché oggi come oggi, in un deserto culturale dove l’ironia del So Bad, It's Good non sembra ancora morta e sepolta, il termine in questione serve per indicare informi e innocui pastoni dove solo l’eccesso sanguinolento e clownesco viene premiato. Eccoci quindi alle prese con un altro caso di de-potenziamento semantico. Esattamente come successe con il pulp, che passò dall’indicare racconti fortemente conservatori contraddistinti da una continua spinta verso l’immoralità (risultando così doppiamente offensivi) a etichetta per sterili giochini metalinguistico. Per capire cosa significhi realmente trash si deve fare un salto nel passato, fino al 1972. Un 26enne John Waters consegna ai posteri quello che è ancora oggi il miglior esempio di buon cattivo gusto possibile. Si parla naturalmente di Pink Flamingos, lungometraggio noto a tutti soprattutto per l’oltraggiosa scena conclusiva in cui il protagonista Divine (un travestito di oltre un quintale) mangia merda di cane (senza stacchi di montaggio dalla defecazione all’ ingoio). Ma è l’intero film a essere un continuo ottovolante di trovate disgustose, dall’ obesa ritardata che si nutre solo di uova al tizio che durante l’amplesso cerca di inserire nella vagina della partner una gallina (viva!). Passando per ani aperti, vomito, feci e fellatio omoincestuose. Tutto naturalmente ripreso in piena luce. Un film per pochissimi, quindi? Assolutamente no. Dopotutto se John Waters ora è chiamato per allestire sue personali al MOMA di New York un motivo c’è. Il papa del cattivo gusto, l’uomo che considerava uno spettatore vomitante come una standing ovation, ha sempre avuto un senso dell’umorismo irresistibile. E i suoi Fenicotteri Rosa non fanno eccezione. Eccessivo, oltre ogni limite, esagerato. Eppure sguaiatamente divertente. Cosa che Yoshihiro Nishimura non riuscirà mai a essere. Nonostante i suoi arti di lattice, i litri di sangue e tutta la sarabanda di effetti speciali.


Ecco qual’ è il vero significato di trash. Scioccare con bassezze oltraggiose, risultando comunque (e soprattutto) spassoso e liberatorio. E oggi più che mai oltraggio fa rima con sesso, non con violenza (soprattutto nella sfera adulta, per i più giovani penso che lo stesso termine oltraggio non abbia più senso), declassando tutta la produzione di cui si parlava prima come semplice paccottiglia frigida e complessata.


Quindi i prodotti Sushi Typhoon sono trash? No. Lollipop Chainsaw è (per quello visto fino a ora) trash? Forse, ma non nella maniera in cui l’utente medio se lo aspetta. Il mondo del videogioco sarebbe pronto per un prodotto inscrivibile in questa particolare categoria estetica, da sempre tangente a una sfaccettatura del cattivo gusto politicizzata come il camp? No. Si parla di un pubblico (per la precisione della più grande platea offerta oggi come oggi al mercato dell’intrattenimento) che non riesce a rinunciare all’aggressività (la famosa scelta di Suda dei cuori rosa è infatti già criticata, ancora prima di vedere il videogioco completato), figuriamoci se riesce a concepire il frantumare i limiti del mostrabile come gioiosa liberazione e non come risposta a pruriti adolescenziali.


Per un approfondimento di questo punto non posso non consigliare l’ascolto del podcast n.23 a opera dei ragazzi di ArsLudica, lucidi e intelligenti sull’argomento come pochi sanno essere. Buon ascolto.