Mettiamo subito in chiaro le cose: Casanova non è un fumetto imperdibile. Però è uno di quei tre/quattro volumi usciti quest’anno che chiariscono alla perfezione l'idea di postmoderno.Il concetto di tale corrente artistica nasce all’inizio del secolo e finisce per essere applicato alla settima arte solo alla fine del millennio. Il cinema come meccanismo cosciente di sè non è affatto una novità quando, nel 1994, Tarantino esplode con il fenomeno Pulp Fiction. A livello di immaginario e struttura Mario Bava e Seijun Suzuki avevano già toccato vette impossibili, mentre Fernando di Leo ci aveva già regalato linee di dialogo definitive in questo senso (come dice Roberto Curti in Italia odia, i personaggi del pugliese parlano come se fossero parte di un’opera teatrale). Ma solo dopo il boom del ex commesso tutti incominciano a fare i distaccati, con le vicende che si fanno sempre più caricaturali e la parola ironia arricchita ogni giorno di un significato nuovo. Tutto bellissimo, fino all’ecatombe Kill Bill.
Se Pulp Fiction era un lavoro perfetto, dove i contenuti erano tipizzati ma non localizzabili, Kill Bill risulta essere solo un giochino metacinematografico. In altre parole PF crea una mitologia, KB la saccheggia e basta. Vincent e Jules sono personaggi così perfettamente cesellati attorno ai cliché dell’immaginario collettivo da entrarne subito a farne parte. Senza saperlo li conoscevamo già, li avevamo già visti in decine di altri film ma non riuscivamo a mettere a fuoco di quali pellicole si trattava. Un lavoro di scrittura immane, che prevede la visione e l’interiorizzazione di una quantità enorme di cinema, letteratura e fumetto. Significa creare qualcosa di totalmente nuovo partendo dal dominio pubblico. Tutto il contrario di KB, dove l’unica attrazione è data dal cogliere la citazione. Prendiamo la trama di Lady Snowblood (oltre che la scena più famosa e la colonna sonora), le suggestioni western di Da Uomo a Uomo e I Giorni dell’Ira, qualche attore feticcio che vada dallo yakuza eiga agli Shaw Brothers, i dialoghi di Miike (lo scambio di battute più bello dell’intera opera), le soggettive di Ching Siu-tung. Manca solo la scena a base di sangue e fango sotto la pioggia.
E’ decisamente doloroso scoprire che un capolavoro del post moderno come Miami Vice (rappresentazione definitiva del cinema come entità dotata di vita e forma proprie, in costante mutazione e alla ricerca continua di un’identità ben definita) non l’abbia cagato nessuno, a favore di Spose e tutine gialle.
Tornando ai fumetti, è indubbiamente più facile percorrere la via di KB rispetto a quella di PF. L’accozzaglia di riferimenti (compresa l’insopportabile gara a chi va a scovare il film più introvabile e sconosciuto) sopperisce a tutte le mancanze, con risultati che passano in fretta dal divertente alla noia catacombale. Per fortuna che con i vari Iron Fist, Umbrella Academy e Casanova (per rimanere nelle pubblicazioni italiane di quest’anno e senza contare Atomic Robo, leggermente inferiore agli altri tre esempi) la situazione cambia: nessuno di questi fumetti è originale in senso assoluto (anzi), eppure tutti vengono percepiti come freschi e frizzanti. Dialoghi troppo brillanti (al limite del teatrale per Umbrella Accademy e Casanova) per uscire da bocche di personaggi che non sanno di essere tali, organizzazioni criminali che si firmano con acronimi assurdi, snodi narrativi da soap opera. Tutto è fumetto al cubo, ma senza spiegoni che ne chiariscano la natura (in questo senso Iron Fist è perfetto, mentre Casanova pecca in un paio di punti). Esattamente come succedeva nella miglior serie Marvel da molti anni a questa parte. Gli Ultimates? No, Nextwave. Uno dei picchi più alti mai raggiunti da Warren Ellis. Quello che sarebbe stato Tom Strong se al posto dei fumetti anni ’50 ci fosse stato 2000AD.
Scrivere opere simili significa avere il polso dell’immaginario degli ultimi 50 anni, saper stare sempre sul bilico tra cazzata immane e buona narrativa (capolavoro no, per definizione) ed essere in grado trattare il lettore da complice in un triangolo amoroso tra fruitore, creatore e personaggi. Senza dimenticare che in questi casi il rapporto tra disegni e sceneggiatura non può ovviare dalla perfezione, complice la caduta di tutto il castello di carte eretto a suon di metalinguaggi e strizzatine d’occhio.
Fortunatamente Casanova riesce a rispondere perfettamente a tutti questi punti. Vi può bastare?













