Quasi dimenticavo... se siete tra i fortunati a essere raggiunti dalla distribuzione della rivista Kult, sappiate che nel numero in edicola ci trovate un mio pezzo sulla follia black metal in cui pare stia cadendo il mainstream (quella sopra è la pubblicità di un modello di jeans... con un bel Cristo capovolto e sventrato come il buon Fenriz insegna, tanto per gradire). Prima di urlare alla fighetteria hipster sappiate che per l'occasione ho intervistato anche Amelia Ishmael. Che sarebbe poi la curatrice della fantastica mostra Black Thorns in the White Cube (piccolo consiglio... ricopiatevi l'elenco degli artisti partecipanti e incominciate a fare ricerca su Google. Ci sono perle clamorose). Insomma, il pezzo è pronto da qualche mese ma esce solo ora. Per fortuna tutte le persone che mi hanno aiutato (tra cui anche il mastermind dietro il marchio di culto - e ora etichetta discografica - AntiDenim) si sono dimostrare estremamente intelligenti e lucide, tanto da rendere le loro dichiarazioni interessanti anche se non esattamente sul pezzo (e comunque quei fighetti iperpompati di SlamXHype ci sono arrivati solo oggi. Alla faccia dei trendsetter globali).
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martedì 6 novembre 2012
lunedì 16 luglio 2012
Un libro che dovrebbero leggere tutti: The First to Know di Lida Hujić
Lida Hujic è quello che in gergo si definisce un alpha trendsetter. Per chi non fosse avvezzo a questa terminologia sappiate solo che questa categoria di persone ha il misterioso dono di essere sempre nel posto giusto al momento giusto. Sfruttando il loro superpotere questi misteriosi figuri raccolgono un sacco di informazioni che noi poveri stronzi percepiremo tra almeno cinque/sei anni (e non è un esagerazione, sono i ritmi medi). Tutto quello che vedremo/sentiremo/vestiremo/useremo nei prossimi anni è influenzato da loro. A scanso di equivoci sappiate che ne io ne voi facciamo parte di questa categoria di persone. Rassegnatevi. Il fatto che stiate leggendo (e io scrivendo) un blog di fumetti e film bizzarri ne è una testimonianza abbastanza forte. Se vi può consolare sappiate che più in alto di loro c’è comunque una categoria ancora più rara: quelli che i trend li creano. Evito di stare a spiegarvi quanto queste persone siano rare e preziose. Evito anche di fare esempi perché, semplicemente, noi queste persone non sapremo mai chi sono. Per conoscerle bisogna essere al posto giusto al momento giusto (appunto), senza considerare che li si deve distinguere nel mare magnum degli “strani per forza”. A noi arriveranno, al limite, solo i nomi di chi certe soluzioni le rende mainstream.
Lida lavora in questo campo da almeno vent’anni e finalmente ha deciso di svelare alcuni degli arcani che muovono i mercati più vitali (il libro è del 2011 e, sebbene l’autrice parli anche solo del 2010 come di preistoria, per noi civili è ancora tutto piuttosto valido). Lo fa sviscerando tre grossi trend, dalla nascita di Mtv Europa al fenomeno hipster. Tenete conto che tutto è molto più complicato di come state per leggere, ma se siete interessati tanto vale che vi prendiate direttamente il libro. Fidatevi, è un acquisto che merita il denaro investito. Secondo le teorie e l'esperienza di questa trendsetter il pattern è più o meno sempre quello:
- Abbiamo un mercato mainstream piuttosto conservatore;
- Nasce una controcultura in risposta al mercato;
- Sempre più gente si indirizza verso questa deriva “alternativa” grazie al movimento generato dagli early adopter;
- Il mercato alza le antenne e intercetta la tendenza. Assorbe la matrice controculturale, la annacqua e la serve al grande pubblico (ormai stanco del vecchio mainstream e aperto alle novità).
- Il mercato mainstream ha un nuovo volto.
- Nasce, di conseguenza, una nuova forma di controcultura.
- E così via…
Nulla di nuovo direi. Quello che colpisce è la costante osservazione reciproca tra i due poli. Ogni prodotto ha un tempo di gestazione, risulta quindi indispensabile per il mainstream basarsi su quello che sarà di moda e non quello che lo è adesso (da qui il fatto che le grandi aziende paghino un sacco di soldi per le consulenze di questi trendsetter). In caso contrario si rischia di arrivare sul mercato con un prodotto già obsoleto, considerato scontato. Alla stessa maniera tutto ciò che è fuori dalle meccaniche del grande pubblico nasce come risposta diretta a queste. Senza non potrebbe esistere (per essere raggirate devono comunque essere stabilite delle regole). Il risultato è un circolo vizioso che porterà a produrre sempre nuova cultura. Direi che la prospettiva non fa schifo.
Nel libro The First to know lo schema qui sopra viene applicato a una serie di esempi vissuti dall’autrice direttamente sulla propria pelle. A parte il fatto che in questo modo già il volume si presenta come qualcosa di assolutamente moderno (è un incrocio tra un testo accademico di sociologia e un diario personale, trovi la citazione dal libro introvabile accanto al racconto di una festa nella Londra di metà anni ’90), ma quello che colpisce è la totale apertura mentale di Lida. Nessun giudizio, nessuna critica, nessun paternalismo. Solo curiosità maniacale e un desiderio indomabile di vedere sempre un passo più in la.
Lida non si prende mai nessun merito. Lei insiste che tutto le è capitato stando accanto alle persone giuste. Come se lei non abbia fatto altro che incontrare questi misteriosi creatori di trend (che dai suoi racconti oggi parrebbero tutti miliardari. E, considerata la testolina che si ritrovano, direi che se lo meritano). La lezione che ne esce è di estrema umiltà, di capacità di ascolto e di apertura verso tutto. Non puoi mai sapere da chi arriverà la prossima idea geniale.
Non male per un libro che, a una prima occhiata, parrebbe parlare solo di negozi di vestiti ed emittenti musicali. No?
giovedì 22 marzo 2012
Chi li avverte?
Esce in questi giorni il catalogo The Art of Videogames, celebrazione della megamostra a tema videoludico allestita allo Smithsonian American Art Museum. Ora, considerando che:
1) è il secondo evento di portata mondiale dopo la scorsa Biennale di Venezia a mettere sullo stesso piano videogiochi e arte (quindi gli accademici li abbiamo),
2) ho letto la news su di un sito ultrafighetto specializzato in trend e mode (i trendsetter pure),
3) sempre in questi giorni il raffinato scrittore Francesco Pacifico pubblica sul sito di Studio un lungo (e bellissimo) articolo sul videogioco Journey per PS3 (gli intellettuali anche),
direi che a questo punto qualcuno deve avvertire anche i videogiocatori. Mica possono essere gli unici a non sapere che il loro hobby è diventato una cosa da grandi.
venerdì 2 marzo 2012
Fanculo Twitter: Le Ultime 5 Ore di Douglas Coupland (Edizioni ISBN)
Finalmente un romanzo (pubblicato da noi il mese scorso, uscito in patria nel lontano 2010) che riesce a rendere alla perfezione il concetto di tempo puntiforme. Secondo l’arcinota teoria sociologica (sviluppata, tra gli altri, anche da Bauman) si è passati da una concezione di linea cronologica priva di presente (quando penso al presente è già passato) a una vita che si concentra su un costante azzeramento della memoria. Noi siamo adesso, rimuoviamo il passato perché ci fa comodo e non riusciamo a concentrarci sul futuro per via delle troppe distrazioni (William Gibson, non proprio l’ultimo scemo, aveva riassunto questo concetto con un eloquente: “ Abbiamo smesso di fare grandi progetti, distratti da Facebook, l'iPhone, Twitter e mille puttanate televisive”. Pura religione). Non leggiamo perché dobbiamo “fare” (da reader a user, anche se si tratta solo di aggiornare il profilo FB), non produciamo perché aggreghiamo (che è più veloce) e lo spazio dedicato alla riflessione ci sembra tempo sprecato. Da questa prospettiva Douglas Coupland costruisce un romanzo di quasi 300 pagine dove non succede nulla. Solo cinque persone rinchiuse in un non-luogo (il bar di un aeroporto). A raccontarsi l’un l’altro mentre fuori infuria l’apocalisse, rappresentata in questo caso da un rialzo estremo del prezzo del petrolio (Mio Dio! Il mondo torna a essere un posto enorme, non il paesotto in cui noi post-Generazione X siamo cresciuti). E, tanto per rincarare la dose, prima di ogni nuovo capitolo un misterioso PlayerOne ci riassume quello che succederà tra qualche pagina. Così anche ORA sappiamo quello che succederà DOPO, evitandoci emozioni non previste. Aggiungiamoci un paio di personaggi inseriti praticamente a caso, sviluppo narrativo relegato nell’ultima mezza pagina del volume e una sinistra somiglianza tra i protagonisti (tutti alla ricerca di un’identità più definita rispetto alla loro mise da limbo sociale).
Detto così pare di trovarsi di fronte a un disastro. E invece tutto funziona alla grande. Vuoi per la scrittura asciutta e brillante di Coupland (i dialoghi sapranno anche di artefatto, ma ce ne sono un paio da incorniciare), vuoi per la tensione generata dalla mancanza di spiegazioni. Oppure, più sinistramente, per l’impressionante mimesi con la vita media di ognuno di noi. L’egocentrismo smisurato della nostra epoca (come siamo arrivati a concepire mezzi per fare sapere agli altri cosa stiamo facendo/pensando in ogni momento della nostra giornata? E perché pensiamo che agli altri interessi veramente?) ci fa credere di essere costantemente proiettati verso chissà quali futuri radiosi (sempre individuali, mai collettivi). Peccato che poi la stra-grande maggioranza di noi rimanga delusa, e si ritrovi a resettare la sua esistenza in continuazione (“Ora basta. Da domani cambio vita!”). Con esiti sempre più disastrosi. Vedi alla voce “ritrovarsi nel bel mezzo della fine del mondo”.
Va detto che a un’esecuzione così acuta e chirurgica non corrisponde un finale all’altezza. Un po’ troppo didascalico nel ricordarci, come un bravo e amorevole papà, che abbiamo bisogno di un grosso strappo per rimetterci in carreggiata. Si tratta comunque di un’inezia, visto che si tratta delle ultime due pagine del romanzo (svalutare tutta l’arguzia del lavoro per così poco sarebbe un po’ come ritenere certi film belli solo in virtù del twist-ending…). Quello che conta veramente è come l’idea di presente eterno venga resa con un linguaggio da sit-com. Indorando la pillola e facendoci quasi credere che questa normalità aumentata va benissimo. Se riesco a scrivere un romanzo di 300 pagine, privo di un reale plot, e a renderlo godibile e divertente (come effettivamente è) allora non far succedere nulla neanche nella vita reale non è così male. Questa è la vera intuizione geniale dell’autore: mettere su carta l’ovattato nido di bambagia in cui ci siamo (non ci hanno, ci siamo) adagiati. Bastava questo, senza pacche sulle spalle da uno che è messo male tanto quanto noi.
mercoledì 21 dicembre 2011
[Amo la mia vita di merda] Fuck This Life 16 di Weirdo Dave (And Press)
Cosa è Fuck This Life? Riducendolo ai minimi termini non abbiamo tra le mani che 28 pagine fotocopiate in b/n, riempite con ritagli di giornale incollati con diligenza da scolaretto. Articoletti di cronaca nera, frammenti di pornografia, pubblicità, cartoni animati e un sacco di altra roba. Tutti ritagliati con cura e disposti in ordine, come in un album fotografico di famiglia. Apparentemente non esiste una vera logica, se non qualche richiamo tematico piuttosto labile. Ci fosse stato in mezzo un Harmony Korine qualsiasi probabilmente avrebbe arricchito il tutto con qualche innocua uscita inscrivibile nel tremendo calderone dell’artsy fartsy. Sapete di cosa si tratta, no? Disegnini tremolanti, macchie finto casuali, scritte prive di senso. Magari avrebbe reso il tutto un po’ più commestibile, ma il senso finale ne sarebbe uscito stravolto. Un bel manifesto anti-consumista a misura di radical chic, disturbante il giusto. Quindi perfetto per i salotti buoni della cultura. Esattamente agli antipodi di dove mi vogliono portare queste pagine stampate e distribuite con ammirevole coraggio dalla And Press.
Tanto per essere chiari: nella testa di Weirdo Dave l’idea di criticare la produzione di bassa macelleria culturale composta da pornografia, rotocalchi e pubblicità non esiste proprio. Anzi, Dave adora tutto questo. Fuck This Life è il suo album di nozze. Lo scrigno dei tesori di un bambino che ha passato troppo tempo solo davanti alla TV. Non parliamo del nobile rapporto d’amore tra Warhol e Brillo, qui si tratta proprio di un amplesso lercio e puzzolente consumato nei bagni della stazione.
Logico che al fruitore medio questi collage sospesi tra autismo e serial killer in potenza appaiano come gratuiti e dozzinali. Il punto sta tutto nel fatto che lo sono, senza tante ipocrisie. Fuck This Life è brutale e trasparente (con un titolo così cosa ti aspetti?). Non c’è malizia, ironia o, tanto meno, sovrastrutture. Tra le sua pagine troverete solo accumulo di sesso e mercanzia a basso costo, disposti bene ordinati come la casalinga di Voghera ripone la spesa del sabato mattina. E, per quanto l’orgoglio ci impedisca di riconoscerlo, in questa metodica religione da hard discount bene o male ci siamo caduti tutti almeno una volta. Non fa nulla se leggiamo tanti libri difficili e ci riempiamo la bocca con parole altisonanti. Arriverà il giorno in cui ci sorprenderanno a razzolare (metaforicamente) nella spazzatura.
Weirdo Dave invece lo fa con un bel sorriso stampato sul volto. Prende i suoi tesori e li riproduce nel modo più dozzinale possibile (la fotocopia). L’assenza di freni nell’amare questa massa informe di rumore (nel senso di fastidio, distrazione) lo ha spinto poi a creare un modo per diffondere queste sue composizioni a più ampio raggio possibile (riuscendoci, visto che siamo arrivati al numero 16. Senza contare che i primi numeri sono raccolti in volumi sponsorizzati da gallerie d'arte e da brand come Supreme). Marshall McLuhan ci sarebbe andato a nozze, Walter Benjamin forse un po’ meno (eufemisticamente).
Fuck This Life è una di quelle idee che potrebbero esistere anche solo come astrazione. Perché, nel suo ipermaterialismo, è il concetto che ci sta dietro ad avere (un immenso) valore. La possiamo acquistare o meno, ma il fatto che qualcuno abbia pensato di realizzare e pubblicare una fanzina di questo tipo rimarrà comunque. E non esiste modo migliore per farci capire che nella spazzatura ci stiamo affogando.
mercoledì 7 dicembre 2011
Pagine serie: Il Memoriale della Repubblica di Miguel Gotor (Einaudi/2011)

Poche righe per consigliare un titolo che poco c’entra con gli argomenti solitamente trattati su queste pagine, incapaci di essere tanto neri e terribili quanto le pagine di cui vado a parlare. Il Memoriale della Repubblica di Miguel Gotor cerca di ricostruire, attraverso una ricerca che tira in ballo una mole immensa di riferimenti, l'iter delle pagine scritte a mano (e successivamente fotocopiate e battute a macchina) da Aldo Moro nel corso della sua prigionia. Un documento su cui si sono fatte tutte le supposizioni possibili, cercando in ogni modo di capire quante possano essere le pagine mancanti e (soprattutto) cosa ci potesse essere scritto di così sconvolgente. Uno dei grandi misteri d’Italia.
La triste vicenda è così incredibile da sembrare in più frangenti la trasposizione in prosa di un film spionistico, con tanto di organizzazioni sempre più sotterranee, cattivi amorali e macchinazioni internazionali. Peccato che sia tutto vero e riguardi la storia della nostra nazione. Dal 1978 a oggi sono passati più di 30 anni, eppure in quel dedalo di insabbiamenti e decisioni Machiavelliche ci si può leggere un ritratto del nostro paese perfetto anche per i nostri giorni. Tanto per dire quanto lo sviluppo della nostra società si sia bloccato in un frangente che pare dilatarsi all'infinito.
Miguel Gotor fa l’impossibile rendendo appassionante e scorrevole un tomo di oltre 600 pagine composto per lo più da nomi, date, stralci di documenti giuridici e riferimenti alla politica del periodo. Il ritmo di lettura è appesantito solo dalla sua maniacale precisione nel voler far quadrare ogni osservazione e nel contestualizzarla nella maniera più oggettiva possibile. In questo senso il lavoro dell’autore è straordinario, raccogliendo in una forma fluida e godibile anni e anni di ricerche su argomenti non proprio appetibili per il grande pubblico (me compreso).
Il Memoriale della Repubblica può essere letto in vari modi. Indignandosi per la gesta infami e vigliacche della nostra classe politica oppure lasciandosi affascinare da quanto ci sia ancora da scoprire sulla nostra storia recente. In qualsiasi caso una lettura importante e un bel saggio su come liberare un tomo impossibile su di un pubblico più vasto di quello a cui sarebbe solitamente indirizzato. Senza scadere nel Lucarellismo spicciolo (cosa più importante).
martedì 4 ottobre 2011
[Giochiamo alla VERA guerra?] Warco
Un giorno o l'altro dovrò costruire un monumento a Matteo Bittanti. Questa volta gli devo la scoperta di Warco, uno FPS in prima persona che mette il giocatore nei panni di un reporter di guerra. Nessuna tempesta di piombo o secchiata di testosterone quindi, ma qualche stimolo in più per una parte della corteccia celebrale che solitamente l'arte videoludica evita accuratamente di stimolare. Chi ha avuto a che fare con questi singolari personaggi, i reporter di guerra, sa bene di che pasta siano fatti per potersi confrontare ogni giorno con scelte morali di un peso certo non indifferente. Il giornalista è sempre diviso tra il ruolo di eroe e quello di spietato avvoltoio (il caso più eclatante rimane quello del famigerato Bang Bang Club). Al videogiocatore quindi la difficile scelta di cosa riprendere (e montare e inviare al network) e di cosa lasciare fuori dall'inquadratura.
lunedì 1 agosto 2011
Perché i videogiocatori non si meritano una cheerleader con motosega e il cinema di John Waters

Da qualche settimana l’autore Goichi Suda (aka Suda51) ha reso pubblici i primissimi screenshot del suo nuovo lavoro: Lollipop Chainsaw. Per la precisione si tratta di alcune sequenze che ritraggono una splendida cheerleader, dotata di motosega e testa mozzata legata in vita, combattere furiosamente contro orde di zombie. A sostituire laghi di sangue una serie di cuori rosa shocking. Figurarsi cosa possa essere successo nel mondo nerd come conseguenza a una tale visione. Tra le reazioni, sia di esaltazione che di stanchezza nei confronti di un certo tipo di estetica, un unico termine ha accumunato entrambe le fazioni: trashata. Guarda caso associato, nella maggior parte dei casi, alle recenti produzioni Sushi Typhoon. Esatto, quei mentecatti dietro a, tra i tanti esempi possibili, Machine Girl, Tokyo Gore Police e RoboGeisha. Esattamente il genere di film amato e ricercato da chi il cinema giapponese (soprattutto exploitation) non ha la minima idea di cosa sia (permettetemi di essere snob, ma sono robaccia veramente atroce).
Per il videogiocatore medio il punctum di quelle immagini non è la possibilità un gioco potenzialmente non violento (esattamente come lo è uno Zelda qualsiasi, dove i nemici sono sì da abbattere ma questo non porta a nessun tipo di glorificazione grafica della violenza) in uno scenario che pare offrire solo geyser di sangue e fps per adolescenti asociali, ma il fatto che un’accozzaglia di elementi apparentemente priva di logica faccia scadere il tutto nel grande (e più o meno eccitante) cassonetto del trash. Questo perché oggi come oggi, in un deserto culturale dove l’ironia del So Bad, It's Good non sembra ancora morta e sepolta, il termine in questione serve per indicare informi e innocui pastoni dove solo l’eccesso sanguinolento e clownesco viene premiato. Eccoci quindi alle prese con un altro caso di de-potenziamento semantico. Esattamente come successe con il pulp, che passò dall’indicare racconti fortemente conservatori contraddistinti da una continua spinta verso l’immoralità (risultando così doppiamente offensivi) a etichetta per sterili giochini metalinguistico. Per capire cosa significhi realmente trash si deve fare un salto nel passato, fino al 1972. Un 26enne John Waters consegna ai posteri quello che è ancora oggi il miglior esempio di buon cattivo gusto possibile. Si parla naturalmente di Pink Flamingos, lungometraggio noto a tutti soprattutto per l’oltraggiosa scena conclusiva in cui il protagonista Divine (un travestito di oltre un quintale) mangia merda di cane (senza stacchi di montaggio dalla defecazione all’ ingoio). Ma è l’intero film a essere un continuo ottovolante di trovate disgustose, dall’ obesa ritardata che si nutre solo di uova al tizio che durante l’amplesso cerca di inserire nella vagina della partner una gallina (viva!). Passando per ani aperti, vomito, feci e fellatio omoincestuose. Tutto naturalmente ripreso in piena luce. Un film per pochissimi, quindi? Assolutamente no. Dopotutto se John Waters ora è chiamato per allestire sue personali al MOMA di New York un motivo c’è. Il papa del cattivo gusto, l’uomo che considerava uno spettatore vomitante come una standing ovation, ha sempre avuto un senso dell’umorismo irresistibile. E i suoi Fenicotteri Rosa non fanno eccezione. Eccessivo, oltre ogni limite, esagerato. Eppure sguaiatamente divertente. Cosa che Yoshihiro Nishimura non riuscirà mai a essere. Nonostante i suoi arti di lattice, i litri di sangue e tutta la sarabanda di effetti speciali.
Ecco qual’ è il vero significato di trash. Scioccare con bassezze oltraggiose, risultando comunque (e soprattutto) spassoso e liberatorio. E oggi più che mai oltraggio fa rima con sesso, non con violenza (soprattutto nella sfera adulta, per i più giovani penso che lo stesso termine oltraggio non abbia più senso), declassando tutta la produzione di cui si parlava prima come semplice paccottiglia frigida e complessata.
Quindi i prodotti Sushi Typhoon sono trash? No. Lollipop Chainsaw è (per quello visto fino a ora) trash? Forse, ma non nella maniera in cui l’utente medio se lo aspetta. Il mondo del videogioco sarebbe pronto per un prodotto inscrivibile in questa particolare categoria estetica, da sempre tangente a una sfaccettatura del cattivo gusto politicizzata come il camp? No. Si parla di un pubblico (per la precisione della più grande platea offerta oggi come oggi al mercato dell’intrattenimento) che non riesce a rinunciare all’aggressività (la famosa scelta di Suda dei cuori rosa è infatti già criticata, ancora prima di vedere il videogioco completato), figuriamoci se riesce a concepire il frantumare i limiti del mostrabile come gioiosa liberazione e non come risposta a pruriti adolescenziali.
Per un approfondimento di questo punto non posso non consigliare l’ascolto del podcast n.23 a opera dei ragazzi di ArsLudica, lucidi e intelligenti sull’argomento come pochi sanno essere. Buon ascolto.
martedì 14 giugno 2011
Com'è cool essere grim!
Scusate se torno ancora sull'argomento, ma segnalare che l'ultrafighetto e megahype Highsnobiety ha pubblicato un'intervista alle menti dietro a CVLT Nation è d'obbligo. Adesso manca solo Monocle che pubblica uno speciale su Crust Cake e poi siamo a posto. Che ne è stato del mantra Extreme music for extreme people?
mercoledì 8 giugno 2011
Ricetta per l'italico rinascimento
IGDA Italia & Global Game Jam 2011 from paolo pedercini on Vimeo.
Dal blog del sempre attento Matteo Bittanti una videocartolina di Molleindustria. Nonostante tutto il video sia estremamente interessante la vera ricetta per un rinascimento della cultura italiana la si trova a 6:14 (si parla di videogiochi, ma il messaggio dovrebbe essere chiaro lo stesso). Era ora che in un paese dove tutti si millantano professionisti (in un industria dell'intrattenimento che praticamente non esiste) arrivasse qualcuno a dire una cosa simile (non vi dico cosa, così vi guardate il video. Starà poi a voi traslare il concetto nel campo che preferite).
martedì 17 maggio 2011
Stiamo entrando nell'era dell'invisibilità?

Vuoi vedere che ha sempre avuto ragione il buon Snake Plissken? Alla fine del delirante 2013: Fuga da Los Angeles ci lasciava soli, al buio. Dandoci il benvenuto nel regno della razza umana. Oggi, ormai a metà 2011, mi guardo in giro e scopro che quell’obbiettivo non è troppo lontano.
Partiamo da quel formidabile indicatore di trend sociali che è il suono estremo. Sembrerà una forzatura o una provocazione a basso costo, eppure vi assicuro che dove arrivano le falangi più estremiste di questo genere (quelle che passano per tutte quelle case discografiche così minuscole e specializzate da guadagnarsi un minimo di esposizione solo nel momento in cui esplode il filone di cui si occupano) tutti gli altri ci arrivano almeno un paio di anni dopo. Prendiamo, a esempio, il fenomeno dei social-network.
Scegliersi un prodotto commerciale e pomparlo tramite i Facebook vari può richiedere impegno ma non certo un QI da fenomeni. Quando invece una schiera di 16enni riesce a far diventare il death-metal (seppur in chiave –core) un fenomeno di costume (ovunque tranne che in Italia, e per fenomeno di costume non intendo far esplodere una o due band. Intendo proprio cambiare il gusto comune) significa avere, nel bene e nel male, un bel po’ di talento. E se lo si fa quando certi meccanismi sono ancora sconosciuti ai colossi dell’industria l’impresa acquista un che di epico. Al di la dei gusti personali abbiamo quindi una vittoria su tutta la linea.
Anche da un punto di vista meno sociologicamente profondo i nostri metallari arrivano sempre prima di noi. Va di moda il look da skater inizio anni '90? Loro ci sono arrivati prima. Dobbiamo sembrare tutti dei boscaioli venuti dal Canada? Loro ci sono arrivati prima. Il disco deve andare in download gratuito e il formato fisico deve essere lussuosissimo? Loro ci sono arrivati prima. Non ho idea di come funzioni questa cosa, però ormai è qualche anno che ci bado e tutto mi torna sempre.
Cosa ci azzecca questo con Snake?
Ci azzecca perché nel giro di sei mesi siamo passati dalle band post-ironiche meta testuali (che per almeno 2 anni hanno rappresentato la parte più vitale e orgogliosamente esposta del metal, andando a raccogliere il timone perso per eccessiva serietà dai vari Hatebreed e Shadows Fall) a una situazione dove la cosa più simpatica che ho ascoltato nelle ultime settimane è una band chiamata Rot in Hell. Fino a un anno fa si faceva a gara a chi aveva l’artwork più colorato e divertente possibile (con tanto di mostri, scritte che colavano e colori fluo) mentre adesso uno come Justin Bartlett è l’illustratore più conteso dalle band di mezzo mondo (e ci mancherebbe, visto quanto è figo). Un salto pindarico dalle copertine patinate dedicate a teen-emo-deathsters tipo Carnifex, realtà magari musicalmente poco dotate ma con una capacità infinita di plasmare i media a loro uso e consumo, al rincorrere oscure band che sembra facciano di tutto per non essere trovate. Twitter inesistenti, profili Myspace fermi da mesi, uscite discografiche distribuite con il contagocce e per etichette impossibili (e infatti le varie Southern Lord e Relapse corrono ai ripari rilasciando ristampe o EP d’emergenza). Sfogliate i booklet dei lavori più importanti degli ultimi mesi. Simboli esoterici, roba astratta, fotografie di monti e/o boschi e/o ghiacciai (altra mania, ormai dilagata ovunque, partita da questi lidi musicali un bel po’ di tempo fa). Un fottuto medioevo. Di essere social non frega più niente a nessuno. Siamo tutti soli, illuminati da un misero fiammifero. O, ancora meglio, siamo divisi in gruppi minuscoli che si distinguono gli uni dagli altri per tratti distintivi di cui andiamo estremamente orgogliosi.
Tutto a un tratto si è smesso di ridere e ci si è chiusi in un guscio nero come la pece. Poi, mentre ascolto Lichtlærm/Minus.Mensch degli Alpinist e l’ultimo dei Weekend Nachos, mi rendo conto che anche nelle gallerie d’arte la tendenza è quella. Si è passati dall’arte di vendersi (tipo l'esplosione della street-art negli ultimi anni) all’arte di non farsi trovare. Ne ho parlato solo qui e qui sotto, eppure gli esempi si sprecherebbero. Poi non possiamo non parlare della nuova esplosione delle micro-fanzine. Fotocopiate in 50 copie, criptiche, non distribuite se non attraverso il web (vedi lo specialista Giorgio Di Salvo). Il successo non passa attraverso quanta gente parla della tua roba, ma da quanto si considerano fortunati i pochi che ne possono fruire. Siamo al passo successivo rispetto al meccanismo della tiratura limitata, ormai vicinissimi al concetto di pezzo unico. Come se io scrivessi un libro, lo inviassi a 1o persone e gli chiedessi di di bruciarlo una volta conclusa la lettura. Vi viene in mente un calcio nel culo più deciso e intransigente alla produzione di massa? La fruizione di cultura diventa atto mistico, oscuro nella sua ottusa incapacità di reiterarsi.
La via sembra segnata: sempre più radicali, sempre più chiusi. Dove si arriverà non ne ho la minima idea, però per adesso ha portato un sacco di roba davvero, davvero interessante. Godiamocela fino alla prossima onda.
venerdì 13 maggio 2011
How To Disappear Completely









Alec Soth, la mente dietro a Lonely Boy Mag, dedica il suo nuovo progetto Broken Manual a une delle categorie umane che ammiro di più: quei meravigliosi pazzi visionari che decidono di scomparire del tutto. Che non significa stare chiusi nella propria stanzetta e passare le ore su Facebook. Qui si parla di gente che molla tutto e se ne va a vivere nella classica capanna in mezzo alla foresta. Concept meraviglioso, packaging geniale ma prezzo inaccessibile: 950 $ (qui). Tra l'altro esce anche il documentario sul making of.
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martedì 19 aprile 2011
Il peso delle morti virtuali


Un paio di segnalazioni circa un argomento di cui nei prossimi mesi sentiremo parlare parecchio. Prima di tutto l'installazione qui sopra, a opera di Riley Harmon. Per ogni morto nei server di Counter Strike la macchina perde del sangue, tracciando dei segni sul muro. La dipartita virtuale diventa così reale e tangibile.
Altrettanto affascinante questo pezzo di Jamie Madigan. Il tema è semplice: e se la piattezza della narrativa videoludica fosse data dalla violenza gratuita e ottusamente ineluttabile?
E già che ci siete fatevi un giro anche su Kill Screen, uno dei pochi siti (e magazine cartacei) che parlano di videogame in maniera seria.
lunedì 18 aprile 2011
PressPausePlay
Trailer di quello che sembrerebbe un bel documentario (nonostante Moby) sulla recente rivoluzione digitale. Quella che ci ha reso tutti creativi e ha permesso a chiunque almeno di provarci. Nonostante quelli della vecchia guardia non l'abbiano ancora accettato del tutto non mi pare affatto una cosa da poco.
Maggiori informazioni su http://www.presspauseplay.com/ .
domenica 20 febbraio 2011
Politicamente scorretto, socialmente utile (Pt. 4)
sabato 12 febbraio 2011
Politicamente scorretto, socialmente utile (Pt. 3)
martedì 25 gennaio 2011
Noi anziani di 28 anni (appena compiuti, eh!)

Lo dice perfino il New York Observer: usare Myspace fa figo perchè è old-school. E' la prima volta che qualcosa di cui mi ricordo la nascita (con la mia band dell'epoca eravamo indecisi tra Myspace e Purevolume) viene legato alla vecchia scuola. La cosa mi fa parecchio strano.
mercoledì 19 gennaio 2011
Manuale di rivolta per ufficio
















In questi giorni la mia speranza più grande timbrando il cartellino la mattina (però mi fermerei volentieri allo stadio furia cieca. Niente risvolti hippy per me, grazie). Note autobiografiche a parte loro sono i ragazzi di The Centennial Society. Caustici culture jammers capaci di riprendere i linguaggi più massificanti (affissioni, trailer, packaging,..) e di trasformarli in qualcosa di sovversivo e agli antipodi del loro significato originale. Tra le perle: adesivi anti-Bibbia, il sabotaggio di Wal Mart, l'action figure del black block,..
Sul loro sito un altro bel pò di roba interessante.
Sul loro sito un altro bel pò di roba interessante.
lunedì 29 novembre 2010
C'è porno e porno...

...e Isabella Rossellini l'aveva già capito. Parto dal green porno dell'attrice italiana meno allineata per arrivare alla rapida segnalazione di due uscite strettamente legate alla produzione XXX.
Prendi qualche esordiente alle prime armi tipo... Matthew Barney, Gaspar Noe, Larry Clark, Richard Prince (ripeto, sua Maestà Richard Prince), Marylin Minter,... Commissionagli un corto dove esprimere il proprio punto di vista su sessualità e pornografia. Il risultato sarà Destricted, per la prima volta pubblicato in edizione integrale (il film è del 2006). Fighetto? Probabile. Pretenzioso? Quasi certo. Snob? Per definizione. Eppure i nomi coinvolti obbligano chiunque si interessi un minimo di arte moderna a buttargli almeno un occhio. Mettiamola così, per quanto vi faccia cagare avrete qualche perla da sciorinare alla prossima riunione del salotto buono.
Discorso diverso per Graphic Sexual Horror. Ricordo che quando cinema estremo significava ricerca smodata e non solo download selvaggio incappai in un cofanetto marchiato InSex. Tiratura limitatissima, confezione quasi artigianale, prezzo da oreficeria (si parla di centinaia di euro). Il tizio che lo vendeva lo spacciava come il non plus ultra del bizzarro, senza specificare nulla di più. Vista l'impossibilità di un'anteprima e il prezzo fuori scala declinai l'offerta. Venni a conoscenza solo tempo dopo del caso InSex.com, il sito pornografico più estremo di sempre (il cofanetto ne conteneva una sorta di "best of", virgolette obbligatorie). Il documentario delle registe Barbara Bell e Anna Lorentzon indaga sul fenomeno, dal successo mondiale alla chiusura in seguito al Patriot Act. Siamo dalle parti di 9 to 5: Days in Porn, ma in chiave bondage. Con, si spera, una spolveratina di sociologia in più.
Discorso diverso per Graphic Sexual Horror. Ricordo che quando cinema estremo significava ricerca smodata e non solo download selvaggio incappai in un cofanetto marchiato InSex. Tiratura limitatissima, confezione quasi artigianale, prezzo da oreficeria (si parla di centinaia di euro). Il tizio che lo vendeva lo spacciava come il non plus ultra del bizzarro, senza specificare nulla di più. Vista l'impossibilità di un'anteprima e il prezzo fuori scala declinai l'offerta. Venni a conoscenza solo tempo dopo del caso InSex.com, il sito pornografico più estremo di sempre (il cofanetto ne conteneva una sorta di "best of", virgolette obbligatorie). Il documentario delle registe Barbara Bell e Anna Lorentzon indaga sul fenomeno, dal successo mondiale alla chiusura in seguito al Patriot Act. Siamo dalle parti di 9 to 5: Days in Porn, ma in chiave bondage. Con, si spera, una spolveratina di sociologia in più.
venerdì 5 novembre 2010
Qualche consiglio per chi è nella stanza dei bottoni
INFLUENCERS FULL VERSION from R+I creative on Vimeo.
Riassunto per i pigri:
- si deve prendere qualcosa di sconosciuto e lo si deve immettere nel mainstream, non prendere qualcosa che ci è già e renderlo ancora più annacquato.
- stare in mezzo alla gente e avere fiducia nelle capacità di ognuno.
- ascoltare i giovani (che non significa per forza di cose metterli al comando).
- lasciarsi ispirare da tutto quello che ci circonda.
Inutile dire che condivido dalla prima all'ultima parola. Nonostante tutto rimango sempre convinto che il meglio debba ancora venire. E che probabilmente sarà qualche illustre sconosciuto a portarcelo.
- si deve prendere qualcosa di sconosciuto e lo si deve immettere nel mainstream, non prendere qualcosa che ci è già e renderlo ancora più annacquato.
- stare in mezzo alla gente e avere fiducia nelle capacità di ognuno.
- ascoltare i giovani (che non significa per forza di cose metterli al comando).
- lasciarsi ispirare da tutto quello che ci circonda.
Inutile dire che condivido dalla prima all'ultima parola. Nonostante tutto rimango sempre convinto che il meglio debba ancora venire. E che probabilmente sarà qualche illustre sconosciuto a portarcelo.
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