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venerdì 11 febbraio 2011

Il lettore medio non esiste (lo dice Studio, nell'angolo in basso a sinistra)




Appena tornato in Italia dopo la solita trasferta parigina (adesso mi manca solo una settimana di fuoco milanese e per questa stagione ho finito) e subito incappo in una notizia da sorriso ebete: la nascita di Studio. Una rivista cartacea che pare raccogliere tutto quello che cerco in un magazine. Colta, snob quanto basta, giovane senza essere giovanilistica.
Su Contemporary Standard una bella intervista al folle dietro al progetto, qui il blog ufficiale.

domenica 9 gennaio 2011

L'antica arte di farsi spalare merda addosso



Finalmente è successo. Mentre in Italia a difendere il cinepanettone si rischia perfino di fare bella figura (sono per tutti, è cinema popolare,... come se popolare significasse solo livellamento verso il basso) anche all'estero cominciano a prenderci per il culo. Su qualche blog da 50 accessi al giorno? No, su Twitch. Non proprio un esempio di sito amatoriale.



E mi raccomando di continuare su questa strada. Il basso ormai è munito di caschetto da minatore mentre l'alto pare sempre più chiuso in se stesso, intento a raccontarci il nulla. Non azzardiamoci neanche a pensare che possa esistere intrattenimento d'autore, di quello leggero fuori ma profondo dentro. Tenere accesi cervello e pancia contemporaneamente sarebbe TROPPO TROPPO TROPPO difficile.

domenica 2 gennaio 2011

[Sfascianews] Nuovo teaser per I.O.U.

I.O.U. musical teaser from Rubaffetto on Vimeo.





Il buon Federico Sfascia ha eliminato dal suo canale Vimeo il vecchio teaser di I.O.U. per sostituirlo con uno più professionale. Così facendo chi capita sul mio vecchio post rischia di perdersi l'anteprima del film che farà fare il botto al creatore di Giada (edizioni Arcadia) e Beauty Full Beast. Poco male, iniziate la settimana (o finite la domenica, dipende da quando leggerete queste righe) nel migliore dei modi (ri)gustandovelo nella nuova versione.

lunedì 22 novembre 2010

Lo sguardo velato e il mostro di lattice: I.O.U. di Federico Sfascia

I.O.U. TEASER 1 from Rubaffetto on Vimeo.





Attendevo il teaser del nuovo lavoro di Federico Sfascia con l'ansia che di solito si riserva ai grandi blockbuster. Questo perchè ho letteralmente consumato il dvd del precedente Beauty Full Beast, anello di congiunzione tra il primissimo Kevin Smith e Sam Raimi. Una commedia romantica con i mostri di gomma, autentico tributo a un immaginario scanzonato e leggero ormai annientato dal cannibalismo imperante. Nonostante un budget inesistente BFB scorre più veloce dell'ennesimo mattone da multisala, diverte di più e traccia un solco più profondo nella nostra memoria. Fosse diretto da un regista estero probabilmente ci sarebbero schiere di cinefili pronti a sbrodolorare sull'ennesimo cult. E, per una volta, ne avrebbero tutte le ragioni.



Questo I.O.U. alza ulteriormente l'asticella, riproponendoci al contempo tutte le cose che ci avevano fatto adorare i precedenti lavori di Federico: artigianalità, una storia d'amore non allineata, mostri di gomma, personaggi assurdi, una marea di trovate che non troverete da nessuna altra parte e l'inconfondibile aroma da videoteca (quelle con le VHS) polverosa. La trama è una bomba, ma aspetto che sia lo stesso regista a renderla pubblica. Per ora godetevi questo splendido montaggio che, sembra incredibile, deve essere ancora postprodotto. Lo so, lo so. Sembra già meglio di tutto quello che avete visto negli ultimi sei mesi. Sono cose che capitano quando si ha talento.



Bonus: il miglior video che vi possiate immaginare per una cover in chiave electro pop dei Ramones. Regia di Sfascia, naturalmente.



Pay - Pet sematary elettro 80 cover from Rubaffetto on Vimeo.



mercoledì 24 marzo 2010

Paolo Sorrentino "Hanno tutti ragione"

Una sola nomination, quella per il miglior trucco. Quando invece Il Divo avrebbe meritato statuette per miglior film, sceneggiatura, montaggio, attore protagonista e colonna sonora. Senza dimenticare quella per miglior regista. E invece si è scelto di premiare un film che non racconta nulla, tra l’altro in maniera piuttosto scialba (anche il coreano Myung Se Lee non ha mai raccontato nulla, ma lo stile a volte compensa la sostanza). Una sorpresona comunque, perché il titolo pigliatutto degli ultimi Academy Awards doveva essere il trionfo del vecchio travestito da novità. Mezzi nuovissimi per risultati più che consueti. Tipicamente statunitense.



Ci voleva un genio come Sorrentino per dimostrare che con il vecchio si può arrivare a risultati inediti. Perché quella perfetta fusione tra realtà e finzione, tra cinema, teatro, videoarte e videoclip, tra genere e autorialità, tra commedia e dramma, tra astrazione e cronaca che è Il Divo la si è saputa ottenere soltanto con movimenti di macchina, montaggio, fotografia, un parco attori da brivido e una facilità di scrittura da beatificare. Basti la magnifica citazione delle Iene tarantiniane (si metta a verbale: una delle uniche due o tre citazioni di tutto il cinema post moderno ad avere REALE significato), i titoli di testa, la messa in scena degli attentati mafiosi, il furioso monologo sulla necessità di amoralità da parte di Servillo per ricordarsi cosa significhi fare cinema. Se poi incominciassimo a parlare dei Boards of Canada e dei Lali Puna messi a punteggiare uno dei migliori noir contemplativi degli ultimi 20 anni e del grottesco Geremia a muoversi su sfondi astratti e geometrici allora non ne usciremmo più. Tutto questo preambolo per arrivare a due conclusioni: 1) Sorrentino è uno dei 5 migliori registi a livello mondiale 2) per quanto si sforzi di fare lo scrittore a me le palle sono girate: Hanno tutti ragione lo volevo vedere su pellicola. Ci si rassegni. Questo perchè, nonostante il libro in questione sia perfetto, il film lo sarebbe stato ancora di più.

Sinossi ufficiale: Tony Pagoda è un cantante melodico con tanto passato alle spalle. La sua è stata la scena di un’Italia florida e sgangheratamente felice, fra Napoli, Capri, e il mondo. È stato tutto molto facile e tutto all’insegna del successo. Ha avuto il talento, i soldi, le donne. E inoltre ha incontrato personaggi straordinari e miserabili, maestri e compagni di strada. Da tutti ha saputo imparare e ora è come se una sfrenata, esuberante saggezza si sprigionasse da lui senza fatica. Ne ha per tutti e, come un Falstaff contemporaneo, svela con comica ebbrezza di cosa è fatta la sostanza degli uomini, di quelli che vincono e di quelli che perdono. Quando la vita comincia a complicarsi, quando la scena muta, Tony Pagoda sa che è venuto il tempo di cambiare. Una sterzata netta. Andarsene. Sparire. Cercare il silenzio. Fa una breve tournée in Brasile e decide di restarci, prima a Rio, poi a Manaus, coronato da una nuova libertà e ossessionato dagli scarafaggi. Ma per Tony Pagoda, picaro senza confini, non è finita. Dopo diciotto anni di umido esilio amazzonico qualcuno è pronto a firmare un assegno stratosferico perché torni in Italia. C’è ancora una vita che lo aspetta.

Perfetto nella sua prosa da monologo teatrale, così facile da immaginarsi in bocca a un Servillo perfettamente calato nei panni del cantante Tony Pagoda. Napoletano fino al midollo, cocainomane, grottesco nel suo essere sospeso tra donne facili, camorristi e manager eroinomani. Eppure così vero. Tutta la prima, lunghissima, parte del libro è un alternarsi torrenziale di aneddoti e ricordi. Perle di filosofia spicciola sputate da uno che pensa di aver vissuto fino in fondo. Colto, infantile, volgare, saggio e stronzo da ogni lato lo si osservi. Un mare di episodi più veri della vita vera. Semplicemente grandioso.



Poi arriva il purgatorio amazzonico. La lingua si fa più carica di figure retoriche e di parentesi profonde. Viene introdotto il personaggio di Roberto Ratto, e subito vi ritroverete a sperare in un’intera collana di romanzi dedicata a lui. Picchiatore selvaggio munito di sole quattro dita, burattinaio di tutta la politica italiana quando il fango si tentava ancora di nasconderlo.



Conclusione capitolina, amara e aulica. Leggermente indigesta, si trascina stanca come il protagonista. La forma ha il sopravvento sul contenuto. La fusione tra linguaggio e contenuti è perfetta, mentre Tony si perde in una nuova Italia fatta di lustrini e volgarità. Doveva essere il paradiso, ci si commuove pensando alla vecchiaia come obbiettivo ultimo.



Si chiude il libro e si incominciano a contare le ore che ci separano da Questo deve essere il posto.

lunedì 21 dicembre 2009

X-Campus (di Medda, Artibani, Medri e un botto di altri disegnatori fighi): adolescenza?




Evitiamo tutte le possibili polemiche sul fatto che X-Campus, fumetto 100% italiano, è finalmente fruibile da noi italioti solo in forma di allegato a un quotidiano. Tentare di decifrare le politiche editoriali del nostro paese è qualcosa di molto più complesso che l’analisi della miniserie in se. Opera ambiziosa tra l’altro, che prevede le narrazione di vicende legate ai mutanti di casa Marvel in chiave adolescenziale.



Graficamente il livello è stellare, oltre che perfetto ai fini della narrazione. Sospeso tra suggestioni street, classe europea e influenze nippostatunitensi travolge con un’identità fresca e travolgente. I colori brillanti si sposano alla perfezione con tratti decisi e ben marcati. Pensare a un character design migliore di quello proposto è molto, molto difficile, impossibile se si pensa a come sono stati resi Henry McCoy, Ororo Munroe, Magneto ed Emma Frost. Cool è l’unica parola che si può utilizzare per descrivere le tavole di questo volume. Confrontando poi il risultato con la stasi di certi altri prodotti di casa nostra lo stupore lascia spazio alla desolazione.



La sceneggiatura risulta fruibile su due diversi livelli, uno buono e uno indiscutibilmente insufficiente. Se si considera la narrazione come successione di eventi concatenati tra loro, allora si tratta di un prodotto solido e ben fatto. Le singole uscite sono avvincenti, scritte con esperienza e mestiere. Si tratta, a conti fatti, di vicende adatte a un qualsiasi numero della serie regolare con la X in copertina. E qui arrivano le note dolenti: X-Campus di adolescenziale non ha nulla. Si tratta unicamente di un cambio di set e di una diversa caratterizzazione grafica dei personaggi.



Da una serie che parla di teenager cerco altro. Cerco sbalzi ormonali, scazzo adolescenziale, ribellione, continui riferimenti al sesso (perché ogni 15enne medio pensa solo e comunque a quello), paura per il futuro e sbruffoneria da sbarbatello. Invece i nostri protagonisti sono perfetti, pronti a rischiare la vita per ideali più grandi di loro. Non ho idea delle direttive arrivate agli autori da mamma Marvel, quindi non sto a sindacare il fatto che tutto sia estremamente edulcorato. Qui abbiamo un gruppo di adolescenti che parlano come dei chierichetti, non si vede un brandello di carne al vento neanche a pagarlo e l’idea di trasgredire è una chimera irraggiungibile. Però anche il veto su questi punti non avrebbe impedito di puntare meno alla narrativa di genere per concentrarsi maggiormente sul lato umano dei personaggi.



Si pensi ai numeri che Morrison, durante la sua celebre run, dedica alla vita all’interno dell’istituto Xavier. Abbiamo l’outsider, semplicemente dotato del potere di essere brutto, il tipo composto da gas e quindi invisibile agli altri, il gruppetto di amiche perfide e inseparabili, lo spocchioso superdotato, lo strano e il bullo. In qualunque anno voi abbiate frequentato un liceo qualsiasi non potete non riconoscere in quel pugno di numeri un’istantanea del corridoio che portava alla vostra aula. Di tutte le trame tessute dal visionario scozzese questo è il suo vero capolavoro mutante, perché nulla si adatta meglio all’idea del diverso di una scuola superiore traboccante frenesia e irruenza giovanile.



X-Campus ha una sceneggiatura che funziona come un orologio svizzero, tutto torna e ogni regolina è stata seguita alla perfezione. Proprio come non riesco a ricordare i miei 16 anni (e non che io sia stato un ribelle di quelli HC, sia ben chiaro).

mercoledì 9 dicembre 2009

"Tipologie di un amore fantasma" di Adriano Barone e Mauro Cao

Tipologie di un amore fantasma non è certo un fumetto facile. Ostile, pesante, stipato di roba fino a esplodere. Da questo punto di vista abbiamo un’aderenza perfetta ai temi trattati, non proprio esempi di leggerezza e disimpegno. Eppure Adriano Barone ci deve credere fino in fondo, visto che oltre a mettere il nome in copertina è pure finito per prestare le proprie sembianze al protagonista della storia. Che, tanto per rendere le cose ancora più difficili, di narrativo ha ben poco.



Siamo più dalle parti di un monologo illustrato, un flusso di coscienza che piega a proprio piacimento le regole della meta narrativa. In un mare di riferimenti (anche espliciti) Adriano finisce per parlarci del suo rapporto con l’amore, in maniera a volte spietatamente sincera a volte sottilmente compiaciuta. Come si sarà già capito, non siamo dalle parti della commedia romantica. I rapporti interpersonali vengono indagati con uno sguardo tra il metaforico e il criptico, spesso andandoci a mostrare aspetti di questi che forse era meglio non conoscere.



Attraverso una serie di strumenti ritrovabili solo nel fumetto (colorazione, character design, sovrapposizione tra didascalie e narrazione illustrata) si cerca di fare un ritratto a quello che parrebbe indescrivibile, sopratutto partendo da un linguaggio che ancora soffre di un forte complesso d’inferiorità rispetto a medium più radicati. E proprio qui sta il potenziale maggiore dell’opera: nonostante la contaminazione esplicita con altri media (dalle citazioni ai set) Tipologie procede sfruttando unicamente i mezzi propri del mondo a cui appartiene. Spesso con passaggi perfettamente riusciti, a volte in maniera un po’ farraginosa (anche se questo punto è preso di mira proprio dal narratore interno).



Se dovessi trovare un corrispettivo letterario a questo Tipologie indicherei senza dubbio Il Sopravvissuto di Antonio Scurati. Stesso pessimismo cosmico, stessa apparente impenetrabilità, stessa densità di contenuti (e di citazioni) e stessa vicinanza tra autore e protagonista. Due prove non facili, che si gongolano di questo loro aspetto. Senza valutazioni di sorta, pare di trovarsi agli antipodi di certa quotidianità minimale di scuola Coconino dove tutto sembra sempre facile e romantico (nel senso meno tragico del termine).



Più che un prodotto concluso, l’avvio di un percorso autoriale ancora tutto in divenire.

martedì 3 novembre 2009

MechaBrillo: L'Era dei Titani di Adriano Barone e Massimo Dall'Oglio

Parliamo ancora una volta di postmoderno, ma questa volta evitiamo tutto il discorso su citazioni e Tarantinate varie per fare un passo indietro. Tipo fino ai tempi del decostruzionismo di Heidegger, ovvero il tentativo del filosofo di mostrare un qualsiasi fenomeno come esso appare in realtà, andando a intaccare direttamente i vari piani ontologici. Il tedesco cercava di applicare questi concetti al linguaggio della metafisica, Adriano Barone e Massimo Dall’Oglio invece agli anime dove enormi robot si prendono a mazzate. Tradotto in linguaggio corrente sta più o meno a significare che L’Era dei Titani è uno studio filologicamente perfetto del genere in questione (nella sua accezione più moderna). Tanto chirurgico e perfetto da dimostrare la propria consapevolezza con l’adesione maniacale al modello originale, piuttosto che incappando nella trappola dello spiegone e della battuta metanarrativa.



Sfogliando il primo volume di L’EdT si ha l’impressione di assistere a una puntata di un anime. Ancora meglio, del succo di tutti gli anime prodotti negli ultimi 20 anni. Abbiamo un segmento di subplot a lunghissimo termine sovrapposto a una narrazione di tipo verticale (destinata cioè a nascere e morire nell’arco della puntata) con cui condivide toni e tematiche. La puntata si apre con un evento che introduce narrativamente (getta le basi per il dipanarsi della sceneggiatura) e concettualmente (tra le righe ci puoi leggere il tema dell’episodio) a quello che verrà, abbiamo la parte centrale dove vengono sviluppate le due trame e la conclusione con il più classico degli scontri finali. Che, naturalmente, avviene sia a livello fisico (mazzate) che a livello di crescita interiore del personaggio (scelte difficili da prendere, traumi da superare,…). Tutto questo rispettando ogni tipo di punto fisso di serie come Evangelion e compagnia varia: la prima apparizione del robottone (a effetto ma non tamarra, con tanto di didascalia apparentemente relativa al mecha ma che in realtà parla di chi c’è dentro), introduzione di una nuova arma (cresce il personaggio quindi anche il suo avatar meccanico), spalla simpatica, il dottore austero e disumano che comanda tutto, amori, tradimenti, diversi piani di lettura sul significato dei cattivi,… Tutto come da copione? Assolutamente sì. E per una volta è puro sollazzo.



In questi casi non si dovrebbe parlare di postmoderno puro, manca la componente di sberleffo e di prospettivismo, ma la forte carica pop del soggetto di studio non può fare a meno di distanziarci da modelli troppo alti per finire nell'apprezzamento dell’oggetto industriale (riproducibile) di per sé. Non voglio dire che L’Era dei Titani è il detersivo Brillo dei fumetti di robot giganti, ma più o meno il concetto è quello. Da questa prospettiva verrebbe quasi voglia di cancellare quel paio di ottime trovate autoriali che arricchiscono l’albo (come per esempio l’omertà che circonda l’infezione, probabilmente il punto più umanamente alto dell’opera).



Un esempio di narrazione talmente tipicizzata da risultare appetibile soprattutto a chi di tali prodotti ne ha consumate tonnellate. Come si diceva, postmoderno.

lunedì 15 giugno 2009

Inferno's Pompa Magna: furia electrogrindpop


Adoro i romani Inferno, da sempre. Tutti gli altri gruppi grind spingono per costruirsi un immaginario/suono sempre più estremo. Loro no. Si spacciano per rock, ma finiscono per somministrarci una letale commistione di grindcore, HC e math, tutto amalgamato da un uso sapiente e mai scontato dell’elettronica. Così ci si ritrova con una produzione chirurgica (ma non iperprocessata), gelida e tagliente come una lama di rasoio, che se ne va a braccetto con suggestioni electropop. Un delirio, come confermano titoli e testi della canzoni. Senza esagerazioni, spesso pare di trovarsi più dalle parti di un Ire Works stonato che tra le tracce di Human 2.0. Considerate che le band umane sono riuscite ad assimilare Calculating Infinity più o meno con l’uscita di Miss Machine (ovvero 5 anni dopo, nel 2004), poi pensate che gli Inferno hanno debuttato nel 2004 con questo suono già ben codificato e inconfondibile. Tanto per farvi capire quanto questi ragazzi prendano poco in considerazione l’ipotesi di essere derivativi od opportunisti. La loro è l’ennesima dimostrazione che pesantezza e intelligenza possono andare a braccetto con il concetto di piacevolezza, basta esserne capaci. Si veda l’impennata qualitativa che hanno avuto i Cephalic Carnage una volta deciso di limare e limitare derive free jazz o proto sludge, o il rock apparentemente inoffensivo di quei paraculi degli Every Time I Die (i Guns N’Roses post Dillinger Espape Plan?). Nel loro piccolo anche quei fenomeni dei Dr. Doom, pazzi olandesi dediti a una sorta di grind melodico senza metri di paragone. Un disco che farà la felicità di chi non sa cosa farsene del blast beat perenne ma che si annoia pure con le scalette svedesi e certi eccessi da schizzati a tutti i costi (Psyopus?). E poi il packaging è stupendo: artwork naif alla Blood Brothers con finestrella su cd annessa. A quando il contratto con la Black Market Activities (almeno)?

mercoledì 6 maggio 2009

MIODI Festival: l'evento musicale del decennio?

Solo a vedere il logo io direi di sì! Ringrazio di cuore Rae per avermi segnalato l'evento e il blog relativo. Se il 10 giugno siete dalle parti di Milano non potete farvi scappare il bill più figo di sempre. Beccatevi la lista qui sotto e godete con me:



Zu
Cripple Bastards
Ovo (sonorizzazione del Nosferatu di Murnau)
Inferno
Morkobot
Xabier Iriondo
Bastion (Reverberi + Cosi + Donadello)
The Secret
Zippo
Bologna Violenta
Gerda
The Infarto, Scheisse!
El Thule
Stoner Kebab
Lucertulas
Cani Sciorrì
Goran D. Sanchez



Praticamente adoro tre quarti delle band coinvolte, mentre le rimanenti sfoggiano comunque dei nomi da fighi. Cosa ci vuole per convincervi a chiedere un giorno di ferie?

martedì 14 aprile 2009

Beauty Full Beast di Federico Sfascia: la commedia degli equivoci si fa horror


Frank, amante della perfezione estetica e gestore di una profumeria di successo, venera Rosa in virtù della sua bellezza. Dopo 5 anni di fidanzamento finalmente riesce a farsi invitare a casa, desideroso di conoscere i genitori dell' amata e di ufficializzare così l’unione. Tutto sembra quadrare, ma un errore di tragitto cambierà per sempre la sua visione del mondo



Penso a horror indipendente e subito il pensiero corre a due accezioni: metafora sociologica arty e pallosa o fiera dell’eccesso scorreggione. Grazie, ma ho già dato. In entrambi i casi. Poi ti capita tra le mani un gioiellino come questo Beauty Full Beast e le carte in tavola cambiano. Perché al di là del budget risicato, di alcuni scivoloni e dei compromessi inevitabili il debutto di Federico Sfascia rimane un fantastico esempio di contaminazione tra generi. Oltre che una divertente commedia romantica.



L’intuizione geniale sta proprio nell’aver (quasi) ovviato le solite pacchianerie da bmovie forzato per costruire tutto il lungometraggio attorno a uno scheletro di umorismo garbato e intelligente, totalmente fuori contesto. Non è un caso se i momenti in cui si ride di più sono proprio le gustose scenette di vita familiare, i battibecchi tra la copia protagonista e le gag meno grafiche e più “di sceneggiatura”. A lasciare perplessi sono le rare cadute in un sense of wonder eccessivamente strampalato e troppo legato a un bizzarro a tutti i costi. Federico scrive dialoghi freschi e brillanti, dirige alla grande gli attori e riesce a immergerci in un’atmosfera scanzonata, senza volgarità o eccessi gratuiti. Poi trasla tutto in un mondo popolato da demoni ed esseri mostruosi, ottenendo un’alchimia strepitosa. Immaginate un film di Sam Raimi scritto da Kevin Smith e avrete un immagine piuttosto fedele di questo Beauty Full Beast.



Una commedia basata su battute fulminati e monologhi autoriflessivi incontra una regia inventiva e rapidissima, tutta stacchi di montaggio e steady al fulmicotone. Influenze conducibili al cineasta del Michigan incontrano le intuizioni del suo gemello/allievo/maestro/rivale Ching Siu-tung (pose plastiche, teli svolazzanti, fumo, primissimi piani su oggetti in volo) con risultati eccezionali, soprattutto se si considerano mezzi e budget a disposizione. Perfino la resa video gioca a favore del regista, donando al tutto un’aura deliziosamente ottantiana e spazzando in un colpo solo anni di ciofeche in digitale. Stesso discorso vale per effetti e make up, orgogliosamente artigianali e "fisici".



Beauty Full Beast non è un film perfetto, sia dal punto di vista tecnico che registico, ma risulta di una sincerità e di un amore per il suo medium talmente palesi da far soprassedere a questi piccoli nei. Un cult che meriterebbe maggiore visibilità, magari dopo un adeguato make up.



venerdì 6 febbraio 2009

Ephel Duath - Through my dog's eyes (Earache/2009)




Quando il tuo lavoro più complesso rischia di essere confuso per quello più semplice allora significa che l’hai fatta grossa. Molto grossa. Oppure potrebbe significare che fai parte della band più scomoda, ambiziosa, talentuosa, antipatica e mutevole della penisola italica. Che poi sarebbero gli Ephel Duath.



Sperimentatori arditi fin dai loro primi vagiti, i nostri approdano alla Earache dopo un fuggevole passaggio alla nostrana Code666, evolvendo il proprio suono da avant black a un destabilizzante frullato di free jazz, noise e post core. Tutto condito da abbondanti dosi di italianità, nel senso di sregolatezza, stile e freschezza.



Tutte cose che li ha portati a un nuovo stadio della loro inarrestabile marcia. Persi per strada elementi della line up (dei vecchi lavori rimangono solo il funambolo mastermind Davide Tiso e il grande Luciano Lorusso alle vocals) tutto lasciava presagire un ritorno sulle scene clamoroso. Gli elementi per il capolavoro ci sono tutti: un concept devastante (il mondo visto dagli occhi di un cane), la masterizzazione ai Finnvox Studio di Helsinky, Marco Minneman alla batteria, Ben Weinman dei Dillinger Escape Plan come special guest e, dulcis in fundo, grafica e artwork a cura del sommo Seldon Hunt.



Tutti soldi ben spesi, perché Through my dog’s eye pare un disco dei Melvins coverizzato da John Zorn infilato nella line up della più stonata stoner band. Con in più un tocco di Unsane. Detto in altre parole, gli Ephel Duath ci hanno regalato ancora una volta un disco che non suona come nient’altro, neppure confrontandolo con il resto della discografia della band. Tonnellate di idee che ci arrivano alle orecchie raffinate da una tecnica che parrà caos ingiustificabile ai più. Perché con gli Ephel Duath anche la puzza sotto il naso diventa un pregio.



Grandiosi.

martedì 20 gennaio 2009

Vota Passenger Press



La Passenger Press è stata selezionata da Abitare come uno dei 46 progetti che faranno da ossigeno alla creatività italiana. Per fare la vostra parte basta cliccare qui e votare.

lunedì 19 gennaio 2009

Jonah Martini di Crippa & Buscaglia (ReNoir/2008): l'Italia dei miracoli




Jonah Martini non potrebbe che essere un fumetto italiano. Senza urli, senza eccessi, che sfrutta a pieno il bagaglio culturale della provincia. Un’opera che procede con ritmi pacati, sfugge al sensazionalismo e punge i nervi scoperti di chiunque si senta appartenente a quella fetta d’Italia lontana dai grandi centri metropolitani.



Alex Crippa maneggia la materia religiosa in maniera magistrale, sfuggendo a tutti i rischi del caso. Nessuna cospirazione, nessuna mafia vaticana, nessun segreto millenario. Solo piccole storie di piccole persone. Lo scrittore dimostra come non si debba guardare lontano per trovare misteri, leggende e folklore esoterico. Se si volesse tratteggiare un parallelismo cinematografico si dovrebbe pensare a una variante meno feroce e più romantica del “Non si sevizia un paperino“ fulciano. Mentre nel thriller settantiano il vero protagonista era un meridione periferico e allo sbando, fermo a un’epoca passata rispetto al resto d’Italia, la storia narrata da Crippa e Buscaglia si svolge in un settentrione (anche se il vero paese di Montelago è Umbro) brumoso e impregnato dall’umidità dei boschi. Anche l’ambientazione storica ben precisa gioca il suo ruolo fondamentale nella costruzione della vicenda. Il fascismo come sintomo di una catastrofe imminente, simbolo di una chiusura e di una miopia che ci portarono vicino al tracollo.



Non ho idea di come tutto questo possa essere stato recepito all’estero, ma Jonah Martini è un fumetto che ci parla della sostanza di cui è fatta l’Italia. Senza luoghi comuni o pericolose cessioni a quello che i lettori vorrebbero sentirsi dire.



La narrazione rispecchia a pieno questa scelta. La tavola si frammenta in modo deciso, rallentando il ritmo e favorendo un’andatura riflessiva. I personaggi sono prolissi come mai potrebbero essere le loro controparti anglofone, le vignette si riempiono dei loro pensieri. Le splash page sono quasi bandite, mentre il particolare certosino sbalza dalla lista delle priorità la sensazione forte a ogni costo. Disegni di una classe infinita e colorazione che ti immerge da subito in un’epoca passata completano un quadro senza crepe apparenti.



Jonah Martini rimane un’opera di genere, ma l’amarezza che la permea gli dona una profondità indispensabile per saldarla in maniera indissolubile al nostro immaginario. Curioso constatare come, nonostante i vari nomignoli appioppati al nostro staterello, difficilmente le nostre storie prevedano un lieto fine. Qualcosa vorrà pur dire.

giovedì 27 novembre 2008

Antropoide 1&2 (Latitudine 42 Comics/2008)




Antropoide è rivoltante. Nel senso che fomenta una sovversione culturale partendo dai conati di vomito.



Non credete a chi vi dice che la pubblicazione in questione è stupenda, meravigliosa, superfantastica, perché avete a che fare con qualcuno che non ci ha capito nulla. Leggere Antropoide è l’equivalente cartaceo di un disco di Atrax Morgue o di una compilation di grind sintetico: è quasi impossibile che possiate trarre piacere e stimoli costruttivi da tale esperienza. Inutile prendersi in giro, certe proposte puntano solo all’annichilimento, alla pura aggressione sensoriale ed emotiva. Non esiste bellezza o grazia nella devianza della carne putrescente. E con Antropoide si parla proprio di questo.



Saltano le categorie di bello/brutto, sbriciolate sotto la potenza da bomba termonucleare degli autori raccolti in questa uscita, la pornografia più gratuita prende il posto dei discorsi tra le righe. Lo sguardo velato viene privato della sua sicurezza e violentato fino allo sfinimento. Meno dissacrante de La Scimmia ma dotato di una maggiore potenza destabilizzante, Antropoide si presenta come una sequela di illustrazioni che paiono derivare da qualche misconosciuto eroguru nipponico. La riuscita degli intenti di chi ha compilato tale patchwork dell’orrore è misurabile nella nostra disapprovazione, nei nostri sorrisi ebeti e cristallizzati, nell’impossibilità di realizzare come ci si deve comportare di fronte a certi stimoli.



Lasciamo da parte i discorsi su cosa possa essere considerato arte e cosa no, sull’effettiva utilità di certe sfumature della creatività, sul senso della censura. Prendiamo Antropoide e sfogliamolo. Ne usciremo con le ossa rotte e il volto livido. Complimenti Andrea Grieco, missione compiuta.


mercoledì 26 novembre 2008

Kurt Cobain Cherie/Io è Giacomo Leopardi di Saverio Montella (Passenger Press/2008)

Un pugno di storie semplici semplici. Disegnate con un tratto ingenuo, strutturate senza capo ne coda. Prive di effetti speciali, pugni allo stomaco o provocazioni gratuite. Eppure capaci di dire tanto, tantissimo. Così tra pastori filosofeggianti, pite vegetariane e passeggiate nei vicoli di Napoli ci si ritrova in una lettura profonda e sognante, capace di oscillare dall’inflessione dialettale alla riflessione sociologica. Un libro fatto solo di parentesi, di scorci poco importanti, di tempi persi fissando il soffitto della propria stanza. Una fuga dall’ansia da prestazione del moderno romanzo grafico, abbandonando altisonanti proclami d’autorialità costruiti sul nulla a favore di un’immersione completa nel mondo di Saverio Montella. Con tutti i pregi e i difetti del caso.



Come se si venisse in possesso di un taccuino privato dove non ci è dato di capire tutto, così questo Io è Giacomo Leopardi/Kurt Cobain Cherie si pone verso il lettore con una tale sincerità da mettere in imbarazzo. Le sovrastrutture scompaiono, la libertà di espressione prende il sopravvento e smette di preoccuparsi del lettore generalista. Ma anche di quello hard core o di quello affetto dalla nota sindrome di nicchia. Sembra che nelle rotative della tipografia sia caduto il volume sbagliato, che la vera opera sia stata dimenticata sulla scrivania di qualche editore. Si ha l’impressione di avere tra le mani un diario personale, una serie di appunti, un quadernetto scarabocchiato tuffando lo sguardo fuori dalla finestra. L’empatia arriva a livelli incomprensibili, i difetti diventano pregi perché sintomi di una non convenzionalità delicata e leggera.



Una finta semplicità che si rispecchia anche nella confezione del volume, dal formato e dai colori rassicuranti e che scompaiono nel mare di lustrini delle fumetterie. L’eleganza che viene dalla semplicità, impreziosita da curiose soluzioni come la flip cover.



Io è Giacomo Leopardi/Kurt Cobain Cherie non piacerà a tutti, risulterà ostico a chi nel fumetto cerca narrazione schematica e strutture seriali, grandi eventi e personaggi sopra le righe. Il tepore tranquillizzante del già noto, per quanto questo possa essere estremo e al limite. Perché a Saverio Montella non occorre urlare per destabilizzare e far riflettere.

mercoledì 19 novembre 2008

Giada 2: squadra antimostri di Sfascia, Bellardo, Rosenzweig (Edizioni Arcadia/2008)




Prendete la solita serie con protagonista un’adolescente dark dalla doppia vita. Un esempio qualsiasi, dalla statunitense Buffy alla pletora di proposte orientali a base vampirica e/o spiritistica. A questo punto date carta bianca a tre autori italici che fanno dell’esser sopra le righe cifra stilistica. Shakerate il tutto con la maggior dose di violenza possibile e avrete Giada.



Sospesa tra incubo Tromesco e teen serial di metà anni ’90, la serie targata Edizioni Arcadia arriva alla sua terza uscita marcando una curva di miglioramento costantemente impennata verso l’alto. Dopo uno speciale, stupendo dal punto di vista grafico ma carente sul lato della storia, Federico Sfascia torna ai testi regalandoci una vicenda frizzante e imprevedibile. Proprio come dovrebbero esserlo tutte quelle in cui si parla di adolescenti, mostri e cospirazioni religiose. Giada procede per accumulo, facendo del menefreghismo verso autorialità e rigore un autentico punto fermo nel suo sgangherato universo. La carne al fuoco è tanta che congruenza e lucidità di visione perdono importanza, a vantaggio di uno scatenato giro sull’ottovolante più esagerato del luna park.



In Giada tutto è troppo. Troppo esplicite le allusioni sessuali (si parla sempre di adolescenti, quindi fatevi i vostri calcoli), troppo piene le vignette, troppo splatter i combattimenti, troppo stereotipati i personaggi, troppo frequenti gli eccessi. E per tutte queste ragioni funziona in maniera magnifica. Senza nessun tipo di pretese, senza rincorrere il mercato, senza considerare il lettore come un deficiente a cui far credere che tutto quello che non capisce è arte (e che quindi può leggere solo pattume da supermercato). Gli autori di Giada giocano con il loro amore sconfinato per il fumetto, sporgendosi senza pudore sul filo del rasoio che separa buon cattivo gusto da semplice ciarpame. La creatura di casa Arcadia è un fumetto che sovverte l’ordine tra alto e basso, che prende il fumetto nella sua accezione più pura e ce lo restituisce distillato e, in un certo senso, idealizzato.



Una serie che sarebbe perfetta se serializzata, anche solo per far rabbia a Walter Benjamin e ai suoi seguaci.


lunedì 17 novembre 2008

Daredevil: Battlin' Jack Murdock di Carmine di Giandomenico (Panini/2008).




Come si può riscrivere una storia di cui si sa già tutto? Come si può competere con autentici giganti del fumetto statunitense sul loro campo da gioco? Come ci si prende la responsabilità di essere il primo autore italiano a scrivere e disegnare una miniserie Marvel? Chiedetelo a Carmine di Giandomenico, enorme (e troppo spesso dimenticato) talento del fumetto nostrano.



Battlin’ Jack Murdock riesce a raccontare di super eroi senza mostrare un costume, di melodramma senza sfociare nel patetico, di grandi uomini senza nessun tipo di retorica. Dilatando per tutta la lunghezza del volume l’ultimo combattimento di Jack Murdock, padre del ben più noto Matt, di Giandomenico getta lo scheletro su cui una ragnatela di flashback dipingerà la parabola di un uomo con cui la vita è stata troppo arida. Portando una profondità tutta europea in un contesto fin troppo US, e rafforzando il tutto con un cinismo strisciante legato a doppio filo con la sua italianità, l’autore ci accompagna verso un finale che stupisce per come la gestione dei personaggi non permetta a sentimenti fortissimi di trascinare il pathos della vicenda in territori da soap opera.



Di Giandomenico toglie l’infallibile eroe dal centro del fumetto, dimentica effetti speciali e pornografia muscolare, per rimetterci un uomo che non riesce a muoversi senza sbagliare. Jack e il ricco cast di comprimari riempiono ogni vignetta di ogni tavola, nella gran parte dei casi ne travalicano i limiti limitandosi a mostrarci figure tagliate, particolari o sguardi. Troppo veri per essere contenuti in quattro linee tracciate su di un foglio di carta. Il tratto di Carmine è particolareggiato, vigoroso ma adatto a tratteggiare emozioni sui volti di un microcosmo fatto di soprusi e voglia di rivalsa, perfetto per una storia che richiede fisicità più che voli pindarici.



La potenza metaforica dell’incontro di boxe, un uomo contro un altro uomo, solo fiumi di sangue e sudore tra di loro, amplifica la potenza narrativa dei flashback e descrive alla perfezione l’orgoglio e la dignità di un uomo capace di porre il figlio davanti a tutto. Anche a se stesso. La vita come un ring, dove conta solo il proprio valore, dove le parole sono inutili e sono solo i fatti a contare. L’unico posto al mondo dove puoi veramente dimostrare chi sei e cosa vali. Ma anche un campo di battaglia dove molto è tacitamente ammesso, e dove non sono pochi quelli disposti a tutto pur di vincere.



Riuscendoci.

martedì 11 novembre 2008

Milano criminale: la città esige vendetta (pt.2) di Cajelli e Ferrario (Edizioni BD/2008)

Devo ammettere che alla conclusione del primo volume di Milano criminale: la città esige vendetta ero rimasto piuttosto dubbioso: sfuggiti al rischio del classico giochino citazionista, Cajelli e Ferrario si avviavano verso la riproposta filologicamente perfetta del poliziesco anni ’70. Una ricostruzione maniacale, seguito di un lavoro di ricerca serio e approfondito, restituiva al lettore un ibrido tra “Roma a mano armata” e “Uomini si nasce, poliziotti si muore”. Il valore iconografico del primo (che rimane il poliziesco per antonomasia, nonostante si tratti di una speculazione sul prototipo “La polizia incrimina, la legge assolve”) incontra la potenza scardinatrice della sceneggiatura DiLeiana (ma anche della regia sempre sopra le righe di un Deodato non ancora prigioniero di se stesso) del secondo, andando a completare un quadro esemplare. Forse troppo, e qui ritorno sui miei dubbi. Il volume poteva essere esaltante per chi era a digiuno di Lenzi e Castellari, ma rappresentava una proposta troppo puntuale nell’aderire al suo originale per chi, con quei film, si è bruciato l’adolescenza.



Tutti dubbi fugati da questo secondo capitolo. Con il dipanarsi della vicenda Cajelli riesce a dimostrare quanto la visione dalla distanza possa essere utile in un tipo di narrazione che trae ispirazione prima di tutto dal reale. Gli autori di Milano criminale riprendono una serie di cliché e caratterizzazioni tipiche dei ‘70 per innestarle alla conoscenza che si ha di quegli eventi a quasi 40 anni di distanza. Come risultato i due milanesi danno alle stampe un poliziesco che distilla attraverso il filtro della storia tutto ciò che era già contenuto in potenza negli originali, trame politiche e sociali all’epoca senza privilegio dell’invecchiamento, ma che oggi riusciamo a leggere con l’ottica corretta. Si avverte la sensazione di uno spostamento da “Milano trema: la polizia vuole giustizia” verso la narrazione a ventaglio di “La polizia accusa: il Servizio Segreto uccide”, con la speranza che si arrivi alla profondità di “Confessioni di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica”.



Plauso per la scorrevolezza dei dialoghi, così veri ma al contempo indissolubilmente legati alla mitologia italica della frase lapidaria (vedi alla voce spaghetti western), e per il magnifico lavoro di Ferrario nel fondere disegni e fotografia in maniera del tutto organica e originale. Interessante come il suo stile così cartoonesco si sposi alla perfezione con la durezza della trama e come una costruzione della tavola piuttosto convenzionale non riesca a sferzarne dinamismo e appeal cinematografico. Sono cose che succedono quando si è gran bravi a fare il proprio lavoro.



Aldilà di tutta la dietrologia possibile sui crime movies settantiani Milano criminale è un fumetto splendido, che riesce a essere accessibile (e comprensibile) a chiunque, nonostante la sua ricercatezza e minuziosità.
Si attende con ansia il terzo capitolo.

lunedì 10 novembre 2008

Crimini Finanziari di Malka e Mutti (Edizioni BD/2008)

Un titolo che meno attraente non potrebbe essere (a proposito, perché non optare per l’acuta e sottile traduzione inglese?), un argomento non proprio alla portata di tutti e uno stile di narrazione che fa dell’essere anti spettacolare il suo punto di forza. Bisogna dire che alla BD hanno coraggio da vendere. In questo caso ben riposto.



Dalla prima all’ultima pagina saranno almeno quattro o cinque le occasioni in cui la squadra protagonista di Crimini Finanziari si raccoglie per riassumere i fatti e tirare le fila della vicenda. Una scelta narrativa che spesso cade nel classico “spiegone”, ma che in questo caso rappresenta alla perfezione l’opera di cui si sta parlando, ponendosi esattamente all’antitesi della sua controparte statunitense. Perché se in un caso, quello US, la razionalizzazione di una vicenda ne ammazza pathos e potenza drammatica, nel caso del fumetto di Richard Malka e Andrea Mutti si ha una completa immersione in una matassa narrativa di proporzioni quasi ingestibili. Personaggi, dati, locations, scambi tra reale e finzione, tutto in una quantità esagerata e compresso dentro una foliazione che sembrerà sempre e comunque riduttiva. Non è un caso se per tutte le 144 pagine di questo tomo le vignette si moltiplicano, si frammentano, riempiono la pagina in maniera quasi parossistica. E all’interno di ogni singola sequenza abbiamo personaggi che parlano tanto, tantissimo. Parlano di numeri, tecnicismi finanziari e politica, sorprendendoci come le poche frasi a effetto inserite quasi a forza da Malka risultino fuori luogo in un flusso di informazioni che pare troppo vero per essere relegato al genere. Anche la struttura narrativa ne risente, muovendosi per ellissi e lasciando spesso il compito al lettore di decifrarne svolte e colpi di scena. La scelta di non rallentare mai il ritmo, di non dare un attimo di respiro neppure alle svolte più importanti (non dico splash page come se piovesse, ma almeno una vignetta più grande di un francobollo ogni tanto non sarebbe stata male), stordisce il lettore e lo fa sentire minuscolo, come se la sua presenza non fosse desiderata o comunque gradita. Una scelta di coraggio, che da spessore e realismo impossibili da ottenere in altri modi, ma che rende la lettura spesso difficile da seguire. Come si sarà già capito, Crimini Finanziari non è un fumetto per tutti. Grazie ancora BD, per non considerarci come una massa di nerd interessati solo all'ultimo megacrossover da discount.



Leggere Crimini Finanziari è un po’ come essere travolti da un treno in corsa: enorme, veloce e inarrestabile. Se si volesse essere un po’ più cinici si potrebbero mettere in disparte paragoni ferroviari per lasciare spazio a leggi economiche e flussi di denaro, arrivando alla conclusione che in questo senso l’opera è metafora perfetta dei nostri tempi. Peccato per le occasionali svisate in territori televisivi o per le facilonerie che punteggiano qua e la il dipanarsi della trama, ma il risultato è comunque ottimo. Immaginatevi uno 007, con tanto di cospirazione mondiale, alle prese con qualcosa di infinitamente più grande di quello che tratta solitamente (è la prima volta che trovo in un libro cifre così alte da aver bisogno di note a margine per poterle capire). Dimenticatevi cocktail e locations esotiche per calarvi in studi legali, banche e paradisi fiscali. In Crimini Finanziari si fa sul serio, attentati e scalate si susseguono senza sosta, e per riderci sopra ci sarà sempre tempo. Forse.