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lunedì 21 settembre 2009

[le bustone] The Seventh Curse di Lam Ngai Kai (1986/HK)

Non tutti i film necessitano di un analisi seria e approfondita. Esistono masterpiece capaci di riportarci a quella dimensione tipicamente infantile legata a doppio filo con le classiche bustone da edicola. Pacchetti multicolor ravvivati da strilli fuori misura, oggetti invitanti e misteriosi. All’interno ci trovavi sempre qualcosa che non ti aspettavi, e anche se ogni ingrediente era completamente slegato dagli altri l’alchimia che si veniva a creare era qualcosa di inimitabile. Questa rubrica è ispirata proprio a quelle bustone, e a tutti quei film dove l’accumulo vale più della coerenza interna. Opere sgangherate, sottovalutate, ma ricche di un fascino che solo l’enumerazione dei singoli ingredienti può spiegare.



- Lam Ngai Kai dietro alla macchina da presa. Se non avete idea di chi si stia parlando pensate a un Ed Wood sotto massicce dosi di Ritalin e con una tecnica cinematografica tale da garantirgli la realizzazione di tutto quello che ha in testa.



- Chow Yun Fat nella parte di un esperto di magia nera amante della pipa.



- Un protagonista che è un ricco e raffinato intellettuale, un ricercatore medico e che non disdegna neppure missioni suicide con le forze speciali della polizia di HK.



- Un numero incredibile di scene totalmente slegate dalla vicenda. Tipo un paio di nudi orrendi e tutta la scena action/poliziesca in apertura (che non dura neppure poco).



- Alien incrociato a un pipistrello.



- Scheletri di cartapesta.



- Un feto volante carnivoro.



- Uno scontro di kung fu tra uno scheletro di cartapesta che si trasforma in un alien/pipistrello e un feto volante carnivoro (giuro!).



- Una pressa in cui sono spiaccicati bambini, con conseguente indugiare della macchina da presa.



- Stigmate esplosive.



- Combattimenti di kung fu su di un Buddha gigante realizzato nella roccia più friabile del mondo.



- Buddha giganti che emettono getti di liquame verde dagli occhi.



- Scippi a tutto il fantasy americano anni ’80.



- Scenette comico/romantiche affiancate a frangenti dove decine di persone muoiono in maniere atroci.



- Uomini ripieni di vermi.



- Il fucile a pompa più potente della storia.




lunedì 31 agosto 2009

[le bustone] The Super Inframan di Shan Hua (1975/HK)




Non tutti i film necessitano di un analisi seria e approfondita. Esistono masterpiece capaci di riportarci a quella dimensione tipicamente infantile legata a doppio filo con le classiche bustone da edicola. Pacchetti multicolor ravvivati da strilli fuori misura, oggetti invitanti e misteriosi. All’interno ci trovavi sempre qualcosa che non ti aspettavi, e anche se ogni ingrediente era completamente slegato dagli altri l’alchimia che si veniva a creare era qualcosa di inimitabile. Questa rubrica è ispirata proprio a quelle bustone, e a tutti quei film dove l’accumulo vale più della coerenza interna. Opere sgangherate, sottovalutate, ma ricche di un fascino che solo l’enumerazione dei singoli ingredienti può spiegare.



Danny Lee: proprio lui, il futuro poliziotto buono di The Killer. O, se preferite, il famigerato regista/produttore di The Untold Story (serial killer movie per eccellenza, senza appelli). Qui ancora impegnato su set improbabili come questo Inframan o il mitico The Oily Maniac, basato sulle imprese di un super eroe fatto di olio magico (?).



Un laboratorio pieno in modo ridicolo di lucette e tute argentate: finirà distrutto da dei tentacoli di gommapiuma giganti.



Un caverna a forma di mostro che sputa mostri, tutto su di un’isola piena di enormi scheletri di mostri.



Mostri con la cerniera sulla schiena.



Riferimenti religiosi proto cattolici, messi solo per fare colore.



Le migliori scenografie della storia: pensate al Diabolik di Mario Bava, tutto girato in chiave tokusatsu nei teatri di posa degli Shaw Brothers.



Motorette: non ne vedevo tante dai tempi di Mercenaries from Hong Kong o Wonder Seven (uno degli action più deliranti di sempre. Da recuperare anche solo per l'ascensore/proiettile che abbatte un elicottero).



Inframan: che, detto fra noi, è un infame da paura. I suoi nemici si limitano a urlare e saltellare, lui li schiaccia, li fulmina, li brucia vivi (con primi piani sul corpo esanime avvolto dalle fiamme). Adesso capiamo da dove arriva The Untold Story.



Pugni volanti e kung fu: siamo pur sempre a HK.



Mostri che guidano motoscafi: abitano all’Inferno, si ingrandiscono a dismisura, sparano raggi da parti del corpo imbarazzanti. Eppure per muoversi nulla di meglio del vecchio motoscafo.



La regina degli inferi: in minigonna e munita di frusta. Senza dimenticare la lesbo assistente (unica altra donna nelle file dei cattivi).



Robot fatti di molle: che si allungano, si annodano e, naturalmente, se cadono in terra si rialzano senza battere ciglio. Come li sconfiggi? Annodandoli, mi pare ovvio.




lunedì 27 ottobre 2008

[le bustone] Conquest di Lucio Fulci (1983/Italia)

Non tutti i film necessitano di un analisi seria e approfondita. Esistono masterpiece capaci di riportarci a quella dimensione tipicamente infantile legata a doppio filo con le classiche bustone da edicola. Pacchetti multicolor ravvivati da strilli fuori misura, oggetti invitanti e misteriosi. All’interno ci trovavi sempre qualcosa che non ti aspettavi, e anche se ogni ingrediente era completamente slegato dagli altri l’alchimia che si veniva a creare era qualcosa di inimitabile. Questa rubrica è ispirata proprio a quelle bustone, e a tutti quei film dove l’accumulo vale più della coerenza interna. Opere sgangherate, sottovalutate, ma ricche di un fascino che solo l’enumerazione dei singoli ingredienti può spiegare.



Nella bustona di oggi troverete:



Un banda di wookie cocainomani (se li potesse vedere il buon Chewbecca, che vergogna!)



Una regina malvagia in tanga borchiati e con una propensione inquietante alla zoofilia (e che tra l’altro pippa alla grandissima con gli wookie di prima).



Omosessualità latente (dopotutto si parla di culturisti che si aggirano in microslip di pelo).



Frattaglie (tante, e con una frequenza imbarazzante. Diciamo che il Fulci’s touch non si fa fatica a percepire).



Archi laser.



Messaggi ecologisti (e anche moraleggianti se si vede la fine che fanno gli wookies cocainomani).



Nebbia (che il fumo sia la scenografia più funzionale ed economica l’abbiamo capito tutti, ma una cosa così non li vedeva dai più scalcinati low budget HKonghesi degli anni 80).



Erotomani mutaforma.



Zombie (cosa dicevamo circa il Fulci’s touch?).



Sintetizzatori (a pioggia continua).



Mostri di ragnatela ripieni di fanghiglia.



Barbari vestiti come i compari Mad Max.



Mutandoni pelosi.



Nunchako di pietra (sic).



Cespugli-che-lanciano-frecce-avvelenate.



Bubboni.



Riti di magia nera palesemente improvvisato sul set.


sabato 24 maggio 2008

[le bustone] Blindman di Ferdinando Baldi (1971/Italia)

Non tutti i film necessitano di un analisi seria e approfondita. Esistono masterpiece capaci di riportarci a quella dimensione tipicamente infantile legata a doppio filo con le classiche bustone da edicola. Pacchetti multicolor ravvivati da strilli fuori misura, oggetti invitanti e misteriosi. All’interno ci trovavi sempre qualcosa che non ti aspettavi, e anche se ogni ingrediente era completamente slegato dagli altri l’alchimia che si veniva a creare era qualcosa di inimitabile. Questa rubrica è ispirata proprio a quelle bustone, e a tutti quei film dove l’accumulo vale più della coerenza interna. Opere sgangherate, sottovalutate, ma ricche di un fascino che solo l’enumerazione dei singoli ingredienti può spiegare.

Nella bustona di oggi troverete:

Tony Anthony nei panni di un pistolero cieco, esattamente come Zatoichi ma molto più figlio di mignotta.

Misoginia oltre il livello di guardia (anche per essere uno spaghetti western!).

Ringo Starr nei panni di un messicano psicopatico che si fa chiamare Candy.

50 donne nude che corrono nel deserto, dopo essere state vendute e rubate da cani e porci.

Un centinaio di soldati messicani, una mitragliatrice e Tony Anthony nella stessa stanza.

Esplosioni che al confronto Michael Bay è il terzo fratello Dardenne.

Torture.

Mappe codificate in braille.

Una vagonata di battute tipicamente spaghetti, ma con picchi di insensibilità e cinismo da pelle d'oca. Alla faccia del politicamente corretto.

Stelvio Cipriani alla colonna sonora, confermandosi una macchina da composizione (200 film nel suo carniere).

mercoledì 7 maggio 2008

[le bustone] Tiger on the Beat di Liu Chia Liang (HK/1988)

Non tutti i film necessitano di un analisi seria e approfondita. Esistono masterpiece capaci di riportarci a quella dimensione tipicamente infantile legata a doppio filo con le classiche bustone da edicola. Pacchetti multicolor ravvivati da strilli fuori misura, oggetti invitanti e misteriosi. All’interno ci trovavi sempre qualcosa che non ti aspettavi, e anche se ogni ingrediente era completamente slegato dagli altri l’alchimia che si veniva a creare era qualcosa di inimitabile. Questa rubrica è ispirata proprio a quelle bustone, e a tutti quei film dove l’accumulo vale più della coerenza interna. Opere sgangherate, sottovalutate, ma ricche di un fascino che solo l’enumerazione dei singoli ingredienti può spiegare.

Nella bustona di oggi troverete:


Chow Yun Fat vestito da ritardato, che si aggira per HK con una macchina da ritardati e che si atteggia come Mel Gibson nella versione per ritardati di Arma Letale (che non differenzia molto da quella standard),

Liu Chia-liang alla regia (per chi non lo sapesse qui si parla di uno dei più grandi registi e coreografi d’arti marziali di sempre, l’uomo che ha consegnato ai posteri The 36th Chamber of Shaolin),

Ti Lung nei panni di un ex boss delle triadi (sempre per chi non lo sapesse Ti Lung è l’uomo con la più alta media di morti per pellicola nella storia del cinema, andatevi a riguardare A Better Tomorrow 1&2, Blood Brothers, Mercenaries from Hong Kong, The Flying Guillotine 2, Return of the One-Armed Swordsman,…),

Gordon Liu che interpreta un killer (va bene, se non sapete eppure questa non avete mai visto nulla di made in HK, a questo punto accontentatevi di sapere che Liu è il monaco protagonista della trentaseiesima camera nonché fratello adottivo del regista),

Un discreto numero di comparsate da parte della generazione di attori che fecero grandi le produzioni Shaw Brother,

Misoginia (recuperate la versione UK che riporta tutta la scena in cui Chow Yun Fat picchia Nina Li come se non ci fosse un domani),

Orrido canto pop anni’80 (il canto pop è la versione HK del jpop giapponese o del kpop coreano),

Vagonate di umorismo becero e sguaiato,

Una sceneggiatura che si esaurisce dopo 60 minuti,

Una mezz’ora finale composta unicamente da morti, distruzione e sangue a secchi,

Improbabili acrobazie aeree di un fucile a pompa,

Duelli alla Chang Cheh ma con delle simpatiche motoseghe,

I seni di Nina Li.


A 5.5o euri su Play.com. Mi pare che li valga tutti.