Visualizzazione post con etichetta LIBRI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta LIBRI. Mostra tutti i post

domenica 26 agosto 2012

I libri delle vacanze



Inauguriamo il nuovo anno lavorativo con un piccolo riassunto delle letture vacanziere delle scorse settimane. Poca roba - tra calure insostenibili e il pupo attivo da mattina a sera penso comunque di poter essere abbastanza orgoglioso del mio bottino – con qualche titolo clamoroso per cui vale la pena spendere un pugno di parole:

Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan: nel 2012 il Pulitzer per la narrativa non è stato assegnato. “Non è uscito nessun romanzo all’altezza” hanno sentenziato gli inamovibili giudici. Nel 2011 invece il premio se lo è vinto Jennifer Egan. Meritandoselo tutto. Il tempo è un bastardo è un mosaico di storie collegate tra loro dal labile filo della memoria. Al di là di alcuni personaggi più veri del vero colpisce soprattutto la capacità dell’autrice di giocare con le nostre percezioni. Tutti i racconti-capitolo sono disseminati di minuscoli indizi che verranno a galla molto lentamente con il passare delle ore dedicate alla lettura. Così quando sei a pagina 350 carpisci qualcosa che ti ricorda un passaggio sfumato di pagina 16, scatenando una concatenazione di ricordi che è pari a quella dei personaggi del romanzo. Insomma, una bomba. Se siete tra quelli che prima di incominciare un libro voglio sapere almeno uno straccio di trama evitatelo pure, lo sviluppo narrativo non è nulla di che. Solo vite che si incrociano. Come se fosse una cosa da poco.

Voglia di vincere di Tom Bissell: Tom è un fine letterato, un mostro di cultura, un romanziere adorato dalla critica e un videogiocatore allo stadio terminale. Uno che, per sua stessa ammissione, ha giocato a Grand Theft Auto 4 per oltre 30 ore di fila sotto l’effetto di una buona dose di cocaina. Questo suo fantastico lavoro è qualcosa che non avete mai letto prima: parte saggio di critica videoludica (forse la migliore critica videoludica in cui io sia incappato), parte trattato di sociologia e parte racconto autobiografico. Prendete Hunter S. Thompson e sostituite il football con Gears of War, avrete questo Voglia di vincere. Che vi interessi o meno l’argomento almeno un occhio buttateglielo comunque, che di penne così frizzanti e al contempo sinuose ne si trova poche. E poi quante volte avete letto una recensione di uno sparatutto dove si tirano in ballo Conrad e Nabokov?

Retromania di Simon Reynolds: il classico esempio di saggio che acquista valore solo in virtù di chi l’ha scritto, in questo caso il più autorevole critico musicale al mondo. La sua è una tesi discutibile, ma esposta con un tale dispiego di cultura da lasciare a bocca aperta. Riducendo il suo monumentale lavoro (perché di questo si tratta) in parole povere il Nostro sostiene una verità quasi lapalissiana: viviamo in un epoca dominata dal passato perché abbiamo accesso a troppa cultura, passando così da creativi a curatori (basta prendere una qualsiasi opera d’ingegno degli ultimi dieci anni per vederci dentro 3000 riferimenti ad altra roba, come se fossimo in un museo). Secondo Reynolds si produceva musica più fresca – il saggio parla unicamente di dischi, ma non è difficile declinarlo a ogni ambito –quando non si pensava a realizzare per forza di cose il capolavoro, coltissimo e densissimo. Quando, cioè, si suonava e basta. Magari dopo aver ascoltato in tutto 10/20 dischi (che sono quanti ce ne scarichiamo oggi quotidianamente. Senza ascoltarli , naturalmente). Forse aveva ragione Renzo Rosso quando, qualche anno fa, invitava tutti a essere stupidi. Uno slogan frainteso da chiunque, ma che in realtà aveva molto da dire sulla capacità di farci condizionare dall’eccesso di informazioni. Se penso al cinema non trovo un esempio migliore di The Raid: un’opera minuscola, sulla carta una battaglia persa in partenza. Nessuna trama, nessuna citazione, nessun riferimento. Proiettato in poche sale in un periodo dove paiono incassare solo blockbuster da 3 ore. Investirci dei soldi era una cosa da stupidi. Infatti negli Stati Uniti hanno dovuto distribuirlo due volte per accontentare tutti, solo grazie al passaparola. Adesso aspettiamo le devastanti vendite dell’home video (mercato perfetto per un titolo come questo). Grazie Gareth Evans per essere stato incommensurabilmente stupido (a oggi The Raid è il mio film dell'anno, senza ombra di dubbio).

Piccola anticipazione sulle mie attività future: questo testo e il precedente sono stati fondamentali per scrivere un saggio che leggerete nei prossimi mesi. Si dovrebbe intitolare Ho fraggato Andy Warhol e di cosa parla mi pare sia chiaro.

Le cronache del ghiaccio e del fuoco vol. 1-2 di George R. Martin: grazie alla HBO finalmente anche io ho la mia saga fantasy preferita, una roba che invidiavo un sacco ai nerd più convinti. Dopo aver abbandonato a metà Tolkien, aver evitato con cura un sacco di altra roba con dei tizi muscolosi in copertina (Conan escluso), aver deriso per una vita chi giocava a WoW (piuttosto che Magic o qualsiasi roba in cui servono dadi con più di sei facce) anche io adesso mi trovo a gasarmi come un pupo ripensando a spade incrociate e lande attraversate a cavallo. Forse perché, dalle parole di un mio amico ultranerd, “Trono di Spade è fantasy senza il fantasy”. Quindi mi spiego un sacco di robe e posso continuare a fare quello che elencavo qua sopra senza il rischio di sentirmi poco coerente. Comunque sia una grande scrittura, muscolosa e nervosa (esattamente il contrario della stasi ampollosa e iperdescrittiva che affligge troppi romanzi fantasy), e un sacco di personaggi indimenticabili. Naturalmente il migliore rimane il nano Tyrion, l’antitesi perfetta a tanti eroi criptogay in mutandone di pelo (mettiamo nella lista delle personalità non gradite anche elfi effemminati dalle simpatie politiche sconvenienti).  

Oltre a questo naturalmente c'è stato spazio per qualche cosina minore, un paio di fumetti di cui parlerò presto e le raccolte ultra-pop Tex contro Mefisto. Un bell’antipasto alla mazzata che mi aspetta ora, visto che il prossimo libro sulla colonnina delle letture arretrate è l’infinito L’arcobaleno della Gravità di Thomas Pynchon. In vacanza mi sono divertito, adesso ci si rimette la lavoro.

lunedì 16 luglio 2012

Un libro che dovrebbero leggere tutti: The First to Know di Lida Hujić



Lida Hujic  è quello che in gergo si definisce un alpha trendsetter. Per chi non fosse avvezzo a questa terminologia sappiate solo che questa categoria di persone ha il misterioso dono di essere sempre nel posto giusto al momento giusto. Sfruttando il loro superpotere questi misteriosi figuri raccolgono un sacco di informazioni che noi poveri stronzi percepiremo tra almeno cinque/sei anni (e non è un esagerazione, sono i ritmi medi). Tutto quello che vedremo/sentiremo/vestiremo/useremo nei prossimi anni è influenzato da loro.  A scanso di equivoci sappiate che ne io ne voi facciamo parte di questa categoria di persone. Rassegnatevi. Il fatto che stiate leggendo (e io scrivendo) un blog di fumetti e film bizzarri ne è una testimonianza abbastanza forte. Se vi può consolare sappiate che più in alto di loro c’è comunque una categoria ancora più rara: quelli che i trend li creano. Evito di stare a spiegarvi quanto queste persone siano rare e preziose. Evito anche di fare esempi perché, semplicemente, noi queste persone non sapremo mai chi sono. Per conoscerle bisogna essere al posto giusto al momento giusto (appunto), senza considerare che li si deve  distinguere nel mare magnum degli “strani per forza”. A noi arriveranno, al limite, solo i nomi di chi certe soluzioni le rende mainstream.


Lida lavora in questo campo da almeno vent’anni e finalmente ha deciso di svelare alcuni degli arcani che muovono i mercati più vitali (il libro è del 2011 e, sebbene l’autrice parli anche solo del 2010 come di preistoria, per noi civili è ancora tutto piuttosto valido). Lo fa sviscerando tre grossi trend, dalla nascita di Mtv Europa al fenomeno hipster. Tenete conto che tutto è molto più complicato di come state per leggere, ma se siete interessati tanto vale che vi prendiate direttamente il libro. Fidatevi, è un acquisto che merita il denaro investito. Secondo le teorie e l'esperienza di questa trendsetter il pattern è più o meno sempre quello:


  1. Abbiamo un mercato mainstream piuttosto conservatore;
  2. Nasce una controcultura in risposta al mercato;
  3. Sempre più gente si indirizza verso questa deriva “alternativa” grazie al movimento generato dagli early adopter;
  4. Il mercato alza le antenne e intercetta la tendenza. Assorbe la matrice controculturale, la annacqua e la serve al grande pubblico (ormai stanco del vecchio mainstream e aperto alle novità).
  5. Il mercato mainstream ha un nuovo volto.
  6. Nasce, di conseguenza, una nuova forma di controcultura.
  7. E così via…



Nulla di nuovo direi. Quello che colpisce è la costante osservazione reciproca tra i due poli. Ogni prodotto ha un tempo di gestazione, risulta quindi indispensabile per il mainstream basarsi su quello che sarà di moda e non quello che lo è adesso (da qui il fatto che le grandi aziende paghino un sacco di soldi per le consulenze di questi trendsetter). In caso contrario si rischia di arrivare sul mercato con un prodotto già obsoleto, considerato scontato. Alla stessa maniera tutto ciò che è fuori dalle meccaniche del grande pubblico nasce come risposta diretta a queste. Senza non potrebbe esistere (per essere raggirate devono comunque essere stabilite delle regole). Il risultato è un circolo vizioso che porterà a produrre sempre nuova cultura. Direi che la prospettiva non fa schifo.


Nel libro The First to know lo schema qui sopra viene applicato a una serie di esempi vissuti dall’autrice direttamente sulla propria pelle. A parte il fatto che in questo modo già il volume si presenta come qualcosa di assolutamente moderno (è un incrocio tra un testo accademico di sociologia e un diario personale, trovi la citazione dal libro introvabile accanto al racconto di una festa nella Londra di metà anni ’90), ma quello che colpisce è la totale apertura mentale di Lida. Nessun giudizio, nessuna critica, nessun paternalismo. Solo curiosità maniacale e un desiderio indomabile di vedere sempre un passo più in la. 


Lida non si prende mai nessun merito. Lei insiste che tutto le è capitato stando accanto alle persone giuste. Come se lei non abbia fatto altro che incontrare questi misteriosi creatori di trend (che dai suoi racconti oggi parrebbero tutti miliardari. E, considerata la testolina che si ritrovano, direi che se lo meritano). La lezione che ne esce è di estrema umiltà, di capacità di ascolto e di apertura verso tutto. Non puoi mai sapere da chi arriverà la prossima idea geniale.     


Non male per un libro che, a una prima occhiata, parrebbe parlare solo di negozi di vestiti ed emittenti musicali. No?

venerdì 2 marzo 2012

Fanculo Twitter: Le Ultime 5 Ore di Douglas Coupland (Edizioni ISBN)



Finalmente un romanzo (pubblicato da noi il mese scorso, uscito in patria nel lontano 2010) che riesce a rendere alla perfezione il concetto di tempo puntiforme. Secondo l’arcinota teoria sociologica (sviluppata, tra gli altri, anche da Bauman) si è passati da una concezione di linea cronologica priva di presente (quando penso al presente è già passato) a una vita che si concentra su un costante azzeramento della memoria. Noi siamo adesso, rimuoviamo il passato perché ci fa comodo e non riusciamo a concentrarci sul futuro per via delle troppe distrazioni (William Gibson, non proprio l’ultimo scemo, aveva riassunto questo concetto con un eloquente: “ Abbiamo smesso di fare grandi progetti, distratti da Facebook, l'iPhone, Twitter e mille puttanate televisive”. Pura religione). Non leggiamo perché dobbiamo “fare” (da reader a user, anche se si tratta solo di aggiornare il profilo FB), non produciamo perché aggreghiamo (che è più veloce) e lo spazio dedicato alla riflessione ci sembra tempo sprecato. Da questa prospettiva Douglas Coupland costruisce un romanzo di quasi 300 pagine dove non succede nulla. Solo cinque persone rinchiuse in un non-luogo (il bar di un aeroporto). A raccontarsi l’un l’altro mentre fuori infuria l’apocalisse, rappresentata in questo caso da un rialzo estremo del prezzo del petrolio (Mio Dio! Il mondo torna a essere un posto enorme, non il paesotto in cui noi post-Generazione X siamo cresciuti). E, tanto per rincarare la dose, prima di ogni nuovo capitolo un misterioso PlayerOne ci riassume quello che succederà tra qualche pagina. Così anche ORA sappiamo quello che succederà DOPO, evitandoci emozioni non previste. Aggiungiamoci un paio di personaggi inseriti praticamente a caso, sviluppo narrativo relegato nell’ultima mezza pagina del volume e una sinistra somiglianza tra i protagonisti (tutti alla ricerca di un’identità più definita rispetto alla loro mise da limbo sociale).


Detto così pare di trovarsi di fronte a un disastro. E invece tutto funziona alla grande. Vuoi per la scrittura asciutta e brillante di Coupland (i dialoghi sapranno anche di artefatto, ma ce ne sono un paio da incorniciare), vuoi per la tensione generata dalla mancanza di spiegazioni. Oppure, più sinistramente, per l’impressionante mimesi con la vita media di ognuno di noi. L’egocentrismo smisurato della nostra epoca (come siamo arrivati a concepire mezzi per fare sapere agli altri cosa stiamo facendo/pensando in ogni momento della nostra giornata? E perché pensiamo che agli altri interessi veramente?) ci fa credere di essere costantemente proiettati verso chissà quali futuri radiosi (sempre individuali, mai collettivi). Peccato che poi la stra-grande maggioranza di noi rimanga delusa, e si ritrovi a resettare la sua esistenza in continuazione (“Ora basta. Da domani cambio vita!”). Con esiti sempre più disastrosi. Vedi alla voce “ritrovarsi nel bel mezzo della fine del mondo”.


Va detto che a un’esecuzione così acuta e chirurgica non corrisponde un finale all’altezza. Un po’ troppo didascalico nel ricordarci, come un bravo e amorevole papà, che abbiamo bisogno di un grosso strappo per rimetterci in carreggiata. Si tratta comunque di un’inezia, visto che si tratta delle ultime due pagine del romanzo (svalutare tutta l’arguzia del lavoro per così poco sarebbe un po’ come ritenere certi film belli solo in virtù del twist-ending…). Quello che conta veramente è come l’idea di presente eterno venga resa con un linguaggio da sit-com. Indorando la pillola e facendoci quasi credere che questa normalità aumentata va benissimo. Se riesco a scrivere un romanzo di 300 pagine, privo di un reale plot, e a renderlo godibile e divertente (come effettivamente è) allora non far succedere nulla neanche nella vita reale non è così male. Questa è la vera intuizione geniale dell’autore: mettere su carta l’ovattato nido di bambagia in cui ci siamo (non ci hanno, ci siamo) adagiati. Bastava questo, senza pacche sulle spalle da uno che è messo male tanto quanto noi.    

mercoledì 7 dicembre 2011

Pagine serie: Il Memoriale della Repubblica di Miguel Gotor (Einaudi/2011)



Poche righe per consigliare un titolo che poco c’entra con gli argomenti solitamente trattati su queste pagine, incapaci di essere tanto neri e terribili quanto le pagine di cui vado a parlare. Il Memoriale della Repubblica di Miguel Gotor cerca di ricostruire, attraverso una ricerca che tira in ballo una mole immensa di riferimenti, l'iter delle pagine scritte a mano (e successivamente fotocopiate e battute a macchina) da Aldo Moro nel corso della sua prigionia. Un documento su cui si sono fatte tutte le supposizioni possibili, cercando in ogni modo di capire quante possano essere le pagine mancanti e (soprattutto) cosa ci potesse essere scritto di così sconvolgente. Uno dei grandi misteri d’Italia.


La triste vicenda è così incredibile da sembrare in più frangenti la trasposizione in prosa di un film spionistico, con tanto di organizzazioni sempre più sotterranee, cattivi amorali e macchinazioni internazionali. Peccato che sia tutto vero e riguardi la storia della nostra nazione. Dal 1978 a oggi sono passati più di 30 anni, eppure in quel dedalo di insabbiamenti e decisioni Machiavelliche ci si può leggere un ritratto del nostro paese perfetto anche per i nostri giorni. Tanto per dire quanto lo sviluppo della nostra società si sia bloccato in un frangente che pare dilatarsi all'infinito.


Miguel Gotor fa l’impossibile rendendo appassionante e scorrevole un tomo di oltre 600 pagine composto per lo più da nomi, date, stralci di documenti giuridici e riferimenti alla politica del periodo. Il ritmo di lettura è appesantito solo dalla sua maniacale precisione nel voler far quadrare ogni osservazione e nel contestualizzarla nella maniera più oggettiva possibile. In questo senso il lavoro dell’autore è straordinario, raccogliendo in una forma fluida e godibile anni e anni di ricerche su argomenti non proprio appetibili per il grande pubblico (me compreso).


Il Memoriale della Repubblica può essere letto in vari modi. Indignandosi per la gesta infami e vigliacche della nostra classe politica oppure lasciandosi affascinare da quanto ci sia ancora da scoprire sulla nostra storia recente. In qualsiasi caso una lettura importante e un bel saggio su come liberare un tomo impossibile su di un pubblico più vasto di quello a cui sarebbe solitamente indirizzato. Senza scadere nel Lucarellismo spicciolo (cosa più importante).

venerdì 18 novembre 2011

I need this place like i need a shotgun blast to the face!



Scopro solo oggi, a distanza di due anni precisi dalla sua pubblicazione, l'esistenza di questo volume. Una raccolta delle migliori lettere d'insulti ricevute da Andy Kaufman. Teorico e fondatore dell'anti-comicità, genio assoluto e una delle mie più profonde influenze (e non parlo di creatività, parlo proprio di visione sul mondo in toto). Anche se fuori tempo massimo mi sento in dovere di segnalarvelo. Perché tutti noi dobbiamo un sacco a Andy.


Procuratevi in qualche modo The Andy Kaufman Show, pilot di un suo varietà stroncato dopo una sola apparizione. La gag in apertura (se si può chiamare gag) è forse la cosa migliore si sia mai vista in televisione. Per farla breve: il programma parte già sul finale. Si è appena conclusa una gag esilarante (o almeno questo si deduce, visto che tutti ridono a crepapelle), Andy si ricompone, ringrazia il suo pubblico e ci saluta. Via ai titoli di coda. Il vero show parte solo dopo la conclusione di questi. Peccato che gran parte degli spettatori abbiano già cambiato canale. Divertente, no?


Ma Andy era anche quello che sfidava le donne a wrestling in diretta tv, sostenendo che nessuna di queste potesse battere un uomo (gag durata mesi, conclusasi in maniera drammatica [naturalmente era tutta finzione nella finzione]). O che si travestiva da Tony Clifton, il più scarso e irritante cantante da pianobar di tutta Las Vegas, per insultare i suoi complici infiltrati tra il pubblico (naturalmente nessuno sapeva niente, trovandosi nel mezzo di una situazione piuttosto sgradevole). Il titolo del post è forse la sua esclamazione più famosa.


La sua influenza è stata enorme, anche se nessuno lo vuole ammettere. Se oggi troviamo un sacco di roba più divertente dei vari tormentoni televisivi è anche merito suo. Ha insegnato al mondo cosa significhi ribaltare ogni prospettiva, come essere estremamente cerebrali apparendo stupidi e petulanti. A 25 anni dalla sua morte il socio di una vita non trova metodo migliore per commemorarlo che rendendo pubblici una serie di insulti e minacce di morte. Genio anche da morto.

giovedì 10 novembre 2011

L'ultimo gettone poi me ne vado: Player One di Ernest Cline (Edizioni ISBN/2011)





A una prima occhiata Player One non è che l’ennesimo romanzo basato sulla cultura geek. Tonnellate e tonnellate di citazioni anni ’80 adagiate precariamente su di un’intelaiatura piuttosto esile e banale. Eppure i motivi per cui l’acquisto da parte mia è stato inevitabile e compulsivo sono addirittura tre:


1- E’ pubblicato dalla ISBN Edizioni. Che saranno anche antipatici, snob e da salotto buono, però il loro lavoro lo sanno fare molto bene. E il fatto che pubblichino un libro di questo genere qualcosa deve pur significare (va bene, la Warner Bros. si è accaparrata i diritti di Player One a meno di 48 dalla sua pubblicazione, però non voglio pensare che si tratti solo di un investimento in questa prospettiva).


2- Matteo Bittanti ne parla benissimo e lo definisce “romanzo videoludico dell’anno”.


3- L’autore è Ernest Cline. L’uomo a cui dobbiamo quel gioiello di Fanboys. E per capire Player One dobbiamo per forza parlare dalla pellicola del 2008.


Fanboys partiva come la più bieca delle nerd-comedy di questa epoca nerd-centrica per poi svilupparsi in direzioni del tutto inaspettate. L’ironia tutta battutine e ammicchi lasciava ben presto spazio a un bildungsroman sentito e dai risvolti agrodolci (Seth Rogen fuori controllo escluso). Le citazioni e il fanboy-ismo diventavano lo scheletro su cui costruire un film toccante e realmente empatico con i suoi spettatori. La differenza con il resto delle produzioni indie a misura di hipster è semplice: prima di essere uno scrittore Ernest Cline è un vero talebano della cultura pop. E lo è da 39 anni, non dalla prima serie di Big Bang Theory. Tanto fanatico che i richiami metalinguistici per lui sono un automatismo incontrollabile. Se in uno qualsiasi dei film con Michael Cera l’ammicco è il motivo d’interesse di tante (troppe) scene, in Fanboys i ganci più intelligenti e sagaci sono relegati allo sfondo. Non a caso moltissimi sono andati persi con la traduzione in italiano. Dopotutto anche il più abile e colto dei traduttori non può conoscere a menadito ogni modo di dire o scelta lessicale legata all’immaginario delle ultime tre decadi. Cline evidentemente sì. Perché la sua non è un’infatuazione furba e disonesta. Il suo è vero amore. Di quello folle, incondizionato e pure un poco stupido.


Una volta chiariti questi punti sappiate che Player One è la stessa cosa, ma al cubo. Non è un romanzo che parla di videogiochi, giochi di ruolo o film per teenager anni ’80. E’ la versione cartacea di tutto questo. La sintassi, le scelte linguistiche, la costruzione narrativa. Ogni singola virgola di questo romanzo è mediata da uno di questi mondi. Per quanto vi possiate illudere di cogliere ogni possibile richiamo, probabilmente qualcosa vi sta sfuggendo. Come pensano i protagonisti, cosa gli succede attorno, le loro meccaniche sociali. Tutto deriva da altro. Anche se il target perfetto del romanzo sono over 30 colti e capaci di ricostruire la ragnatela di richiami testuali, le vicende del giovane Wade sono narrate con una prosa da young adult. La sensazione è di perdere 15 anni in un colpo solo, di vedere per la prima volta i Goonies o Explorers. Detto così sembra una palla mostruosa, ma in realtà c’è molto altro.


Nel futuro ricostruito da Cline la gente passa gran parte della sua vita in un mondo virtuale chiamato OASIS, costruito attorno all’immaginario di James Halliday, adolescente dei primi ’80, geniale programmatore di videogiochi e padre di questa nuova versione di Second Life (o WoW). Un bel giorno il megamiliardario muore e lascia tutti i suoi averi al primo che riuscirà a trovare l’easter egg nascosto nella sua creazione. Per riuscirci si dovranno superare una serie di prove ultranerd, a base di film recitati a memoria e partite perfette. Una sorta di Le 12 fatiche del piccolo grande mago dei videogames nella fabbrica di cioccolato.


Ci sarebbe da fare un discorso piuttosto profondo sullo scambio realtà finzione, anche a più livelli (pensate a Inception nell’immaginario piuttosto che nei sogni) e con spaventose analogie con la nostra realtà. Ci si potrebbe vedere anche una metafora non proprio consolante e accondiscendente del mondo geek. Ma non è quello il punto. Player One si legge alla velocità di un libro per ragazzi ma è filologicamente monumentale. Anche per chi non ha mai giocato una partita al coin-op sotto casa. La fusione tra fandom, narrazione e ricerca linguistica è perfetta. Le citazioni anni ’80 non sono una strizzata d’occhio al lettore appassionato di metanarrativa, ma una componente fondamentale dell’architettura di tutto il tomo. Se Ernest Cline non fosse realmente l’enciclopedia pop che millanta di essere avrebbe impiegato anni per scrivere le 600 pagine del suo romanzo d’esordio. Certe soluzioni e sfumature non nascono certo da un’infarinatura ottenuta con qualche click di Wikipedia, sono figlie della conoscenza e dal bagaglio culturale costruito in migliaia di ore perse tra fumetti, videogiochi, vhs e romanzi dalle copertine imbarazzanti.


E’ ironico come uno dei migliori lavori del filone post/meta/geek/… sia dato alle stampe in concomitanza con la conclusione di questa moda. Fosse uscito 5/6 anni fa sarebbe venerato come la Bibbia, mentre ora sarà etichettato come un’uscita tremendamente modaiola e dal fiato corto. Rimane comunque un documento di valore indiscutibile per poter capire, senza parodie o paternalismi, le meccaniche di uno stile di vita fin troppo familiare per alcuni e totalmente alieno per tutti gli altri.


sabato 15 ottobre 2011

In arrivo a Lucca 2011: Bizzarro Magazine




Ora che ho veramente finito posso parlare di questo progetto, una delle principali cause del mio allontanamento da questo blog negli ultimi mesi. Bizzarro Magazine è una rivista cartacea fondata e prodotta dai ragazzi di Bizzarro Cinema, pubblicata dalla Laboratorio Bizzarro Edizioni. Il primo numero è completamente dedicato a quel calderone di suggestioni che è il post-atomico, qui sezionato e analizzato come pochi hanno saputo fare prima. Al centro rimane il cinema, ma l'argomento è sviscerato in ogni sua variante. Dal videogioco alla letteratura, per capirci. Io di mio ci ho messo la direzione artistica (leggi: ho impaginato) e un pugno di articoletti (di cui uno sul mio caratterista preferito di sempre: l'inimitabile Luigi Montefiori), mentre un sacco di gente talentuosa ci ha messo illustrazioni da paura e articoli belli lunghi e difficili (che sarebbe poi il motivo principale per cui sono salito a bordo del progetto: cultura pop trattata come si deve, evitando ammiccamenti o linguaggi da ritardati). Sempre tra le lussuose pagine del volume trovate un mucchio di foto rare ricevute direttamente dai registi e ben 24 pagine di fumetto (4 trailer di film immaginari, di cui uno di Christian Marra e uno di Massimo Dall'Oglio).


Piccola nota a margine. Anche se non ci avessi lavorato farei di tutto per promuovere questo progetto, per un semplice motivo: in Italia una rivista culturale "di genere" occorre. Occorre che sia di carta (per durare), fighetta e ben vestita (per vendere) e piena di articoli che richiedano concentrazione per essere capiti (per riattivare qualche cervelletto sopito da troppo tempo). Duellanti e Cineforum saranno sicuramente testate prestigiose, ma io voglio tutto quello di cui accennavo prima declinato nel mio mondo. Visto che, e mi sembra di averlo dimostrato più volte su queste pagine, anche fumetti commerciali e produzioni a basso budget possono avere tantissimo da dire.

martedì 11 ottobre 2011

The great days of fotocopia: The Slayer Mag Diaries




Dopo il libro Lego un'altra uscita che mi solletica non poco. La ristampa integrale della seminale fanzina Slayer in un gigalibrone di 744 pagine. Un fantastico mezzo per capire come ci si muoveva nell'underground prima dell'avvento di Internet (ricordo che Slayer Mag, scritto e fotocopiato da poco più di adolescenti, aveva diffusione mondiale e un peso più che autorevole). Fuori per quelli della Bazillion Points.

giovedì 6 ottobre 2011

L'omino giallo che è in me...



...non potrà assolutamente fare a meno di questo libro. Qui una succosa anteprima. Piccola nota di colore: i miei pensavano che regalandomi esclusivamente Lego per tutta la mia infanzia (storia vera, ne avevo una marea) sarei diventato intelligente. Illusi.


P.S. se leggendo "omino giallo" avete pensato al mio amore per il cinema orientale siete razzisti.

venerdì 22 aprile 2011

La fanzina più grossa del mondo






Ieri, dopo mesi di attesa, mi sono ritrovato nella cassetta delle lettere il tanto agognato Directory di Ari Marcopoulos. Pensavo si trattasse del solito, raffinato tomo made in Rizzoli US e invece mi sbagliavo di grosso. Directory è essenzialmente una fanzina di 1200 pagine. Stampata in b/n su carta da giornale, impaginata spartanamente e arricchita con una fotocopia a tiratura limitata (!) firmata dallo stesso autore. Una fregatura? Neanche per scherzo.


A parte il costo ridicolo del volume (ve la cavate con 30 euro) tutte le scelte prese si sposano perfettamente con la poetica del fotografo statunitense. Ruvido, suburbano, underground e sanguigno fino al midollo. Directory non fa nulla per piacere al lettore (perfino la scelta delle fotografie sarebbe discutibile, con una reiterazione ossessiva di soggetti quasi identici) eppure risulta estremamente affascinante. Dopo tutto si tratta di un viaggio intimo e sentito nell'immaginario di un'artista che ha vissuto sulla sua pelle gli ultimi 30 anni di controcultura di strada. Quanto avrebbero stonato carta patinata e slipcase ultra-grammato?

giovedì 24 marzo 2011

Tutti attenti! Arriva Marc McKee



Da mercoledì 13 a domenica 17 aprile, presso il Bastard Store milanese, seconda tappa della mostra itinerante sulla leggenda Marc McKee. Un tipino con l'hobby di collezionare denunce e diffide per i suoi artworks, controversi sempre un pelino più in la del consentito. Autorità assoluta nel mondo dello skate, finalmente viene premiato per il suo incredibile contributo all'iconografia di questa disciplina con la pubblicazione di un libro monografico (presentato in anteprima alla mostra). Da non perdere, anche solo per farsi una cultura su di un' artista che ha fatto della tavola la sua personale galleria d'arte.

venerdì 31 dicembre 2010

[Fine anno, fine della benzina. Vai di modalità riciclo] Top 5 (+1) libri d'arte




Trespass. A History of Uncommissioned Urban Art: non solo graffiti e stickers ma anche performance, installazioni e sabotaggi all’arredo urbano. Ogni via per riprendersi la città è raccolta in questo fantastico gigavolume edito da Taschen. Carta lussuosissima, grande formato, copertina realizzata con vero nastro adesivo (bollicine d’aria comprese). Un compendio immancabile.






Yoshitomo Nara – Nobody’s Fool: mentre ormai il suo compare Takashi Murakami è sulla bocca soprattutto di chi non ne capisce, Yoshitomo continua a sfuggire alla sdoganazione di massa. E per fortuna, perché il suo mondo fatto di cagnolini stralunati e bambine imbronciate deve rimanere piccolo e intimo come i ricordi della nostra infanzia. Questo libro extralusso (fantastico lo slip case fatto a finestrelle) finalmente gli rende giustizia raccogliendone praticamente l’opera omnia. Dai flyer per i concerti punk alle sculture esposte nelle gallerie d’arte.







Full Bleed/Supreme: 30 anni di skate newyorkese attraverso una serie di fotografie sbalorditive (tra i contributori c’è gente del calibro di Spike Jonze e Larry Clark). Volume semplicissimo (tutte fotografie stampate full bleed – al vivo) ma fondamentale per capire come una certa cultura di strada abbia veramente rivoluzionato il mondo partendo dal basso. Affiancatelo al volume della Supreme edito da Rizzoli, tanto per capire come un piccolo brand di abbigliamento skate (made in NY) sia arrivato a lavorare con Jeff Koons, Richard Prince, Damien Hirst e George Condo. E a farsi rappresentare da Tera Patrick.






Kaws – S/T: forse l’artista simbolo di questo 2010. Portato a un certo pubblico dai cacciatori di teste di Colette oggi Kaws è praticamente una one-man-factory: stilista, designer, writer e scultore. Questa sua prima monografia ci racconta, attraverso diversi tipi di carta e di stampa, la sua storia. Dai cartelloni di Manhattan al suo personale concept store in quel di Tokyo, passando da abbigliamento street e giocattoli in vinile. Ogni mezzo è lecito per diffonderla propria arte.






Mika Ninagawa – S/T: l’anello mancante tra Takashi Murakami, David LaChapelle e Mariko Mori. In questo volume sono raccolte centinaia di fotografie della giovanissima nipponica. Tra estetica manga, kitsch, erotismo raffinato e improvvisi sprazzi di interiorità. Una gioia per gli occhi e una valida alternativa al poverismo Vice-style ormai dilagante ovunque.




potente di fuoco from Modo infoshop on Vimeo.





Leonardo/Erica il Cane – Potente di Fuoco: è di fine 2009 ma io me ne frego, è talmente bello che ne voglio parlare a ogni costo. Leonardo non è altro che lo stesso Erica in età prescolare, già impegnato a creare universi lontani (ma non troppo). Nel volume troviamogli stessi disegni rivisti a 25 anni di distanza da un artista ormai affermato a livello globale. Cambia l’esposizione pubblica ma non la poesia, e così finisce che ogni doppia pagina racconta storie in cui è bello perdersi.

sabato 7 agosto 2010

All my friends are dead

Il libro che non ho mai ricevuto da bambino. Qui ne potete sfogliare qualche pagina. Quanto è crudele la gag del pensionato?

lunedì 5 luglio 2010

Frutti d'autunno...

Piccolo memorandum per le uscite cartacee del prossimo autunno.



21 settembre 2010



Partenza bomba con il monografico di Kaws fuori per la Rizzoli (Us). Forte di una serie di uscite incredibili (Takashi Murakami, Ryan McGinness, Supreme) la casa editrice statunitense promette di deliziarci ancora una volta con questo bel tomo dedicato allo street artist di NY. Un pezzo di contemporaneità, per capire come come le barriere tra i vari linguaggi stiano ormai scomparendo. Dai muri allo streetwear nipponico (vedi Original Fake), passando per gallerie alternative, musei di caratura internazionale e giocattoli in vinile.



5 ottobre 2010






Eccessivo, kitsch, inconfondibilmente giapponese. Mika Ninagawa è senza dubbio uno dei più grandi fotografi di sempre. Basta uno sguardo a uno qualsiasi dei suoi scatti per capirlo. La solita Rizzoli provvede alla sua prima monografia (per il mercato occidentale, sperando che poi si passi a Miwa Yanagi).



2 novembre





Sasha Grey – neu sex




Doveva uscire per la powerHouse Books, poi la palla è andata alla Vice Books. Considerando il rischio speculazione del soggetto in questione (quanto è di moda mettere Sasha in copertina?) un paio di ragionamenti sono leciti. La powerHouse Books è una delle case editrici a livello qualitativo più alto in assoluto. Diffondono una cover provvisoria (più bella di quella definitiva), mettono il libro in preorder, poi decidono che questa mano è il caso di passarla. Vice è uno dei magazine più brutti e inutili della faccia della Terra, ma hanno fatto uscire True Norwegian Black Metal. Uno dei miei libri fotografici preferiti. Detto questo provo a pensare al nudo fotografico più in voga: abbiamo il talentuoso Ryan McGinley, il super esposto Terry Richardson, qualcosa del Turner Prize Wolfgang Tillmans e le ragazzacce dal barrio di Estevan Oriol (che non sono nude ma provocano come se lo fossero). Verso chi propenderà Sasha? Avrà le capacità richieste o darà alle stampe la più classica delle scoreggine artsy?


mercoledì 24 marzo 2010

Paolo Sorrentino "Hanno tutti ragione"

Una sola nomination, quella per il miglior trucco. Quando invece Il Divo avrebbe meritato statuette per miglior film, sceneggiatura, montaggio, attore protagonista e colonna sonora. Senza dimenticare quella per miglior regista. E invece si è scelto di premiare un film che non racconta nulla, tra l’altro in maniera piuttosto scialba (anche il coreano Myung Se Lee non ha mai raccontato nulla, ma lo stile a volte compensa la sostanza). Una sorpresona comunque, perché il titolo pigliatutto degli ultimi Academy Awards doveva essere il trionfo del vecchio travestito da novità. Mezzi nuovissimi per risultati più che consueti. Tipicamente statunitense.



Ci voleva un genio come Sorrentino per dimostrare che con il vecchio si può arrivare a risultati inediti. Perché quella perfetta fusione tra realtà e finzione, tra cinema, teatro, videoarte e videoclip, tra genere e autorialità, tra commedia e dramma, tra astrazione e cronaca che è Il Divo la si è saputa ottenere soltanto con movimenti di macchina, montaggio, fotografia, un parco attori da brivido e una facilità di scrittura da beatificare. Basti la magnifica citazione delle Iene tarantiniane (si metta a verbale: una delle uniche due o tre citazioni di tutto il cinema post moderno ad avere REALE significato), i titoli di testa, la messa in scena degli attentati mafiosi, il furioso monologo sulla necessità di amoralità da parte di Servillo per ricordarsi cosa significhi fare cinema. Se poi incominciassimo a parlare dei Boards of Canada e dei Lali Puna messi a punteggiare uno dei migliori noir contemplativi degli ultimi 20 anni e del grottesco Geremia a muoversi su sfondi astratti e geometrici allora non ne usciremmo più. Tutto questo preambolo per arrivare a due conclusioni: 1) Sorrentino è uno dei 5 migliori registi a livello mondiale 2) per quanto si sforzi di fare lo scrittore a me le palle sono girate: Hanno tutti ragione lo volevo vedere su pellicola. Ci si rassegni. Questo perchè, nonostante il libro in questione sia perfetto, il film lo sarebbe stato ancora di più.

Sinossi ufficiale: Tony Pagoda è un cantante melodico con tanto passato alle spalle. La sua è stata la scena di un’Italia florida e sgangheratamente felice, fra Napoli, Capri, e il mondo. È stato tutto molto facile e tutto all’insegna del successo. Ha avuto il talento, i soldi, le donne. E inoltre ha incontrato personaggi straordinari e miserabili, maestri e compagni di strada. Da tutti ha saputo imparare e ora è come se una sfrenata, esuberante saggezza si sprigionasse da lui senza fatica. Ne ha per tutti e, come un Falstaff contemporaneo, svela con comica ebbrezza di cosa è fatta la sostanza degli uomini, di quelli che vincono e di quelli che perdono. Quando la vita comincia a complicarsi, quando la scena muta, Tony Pagoda sa che è venuto il tempo di cambiare. Una sterzata netta. Andarsene. Sparire. Cercare il silenzio. Fa una breve tournée in Brasile e decide di restarci, prima a Rio, poi a Manaus, coronato da una nuova libertà e ossessionato dagli scarafaggi. Ma per Tony Pagoda, picaro senza confini, non è finita. Dopo diciotto anni di umido esilio amazzonico qualcuno è pronto a firmare un assegno stratosferico perché torni in Italia. C’è ancora una vita che lo aspetta.

Perfetto nella sua prosa da monologo teatrale, così facile da immaginarsi in bocca a un Servillo perfettamente calato nei panni del cantante Tony Pagoda. Napoletano fino al midollo, cocainomane, grottesco nel suo essere sospeso tra donne facili, camorristi e manager eroinomani. Eppure così vero. Tutta la prima, lunghissima, parte del libro è un alternarsi torrenziale di aneddoti e ricordi. Perle di filosofia spicciola sputate da uno che pensa di aver vissuto fino in fondo. Colto, infantile, volgare, saggio e stronzo da ogni lato lo si osservi. Un mare di episodi più veri della vita vera. Semplicemente grandioso.



Poi arriva il purgatorio amazzonico. La lingua si fa più carica di figure retoriche e di parentesi profonde. Viene introdotto il personaggio di Roberto Ratto, e subito vi ritroverete a sperare in un’intera collana di romanzi dedicata a lui. Picchiatore selvaggio munito di sole quattro dita, burattinaio di tutta la politica italiana quando il fango si tentava ancora di nasconderlo.



Conclusione capitolina, amara e aulica. Leggermente indigesta, si trascina stanca come il protagonista. La forma ha il sopravvento sul contenuto. La fusione tra linguaggio e contenuti è perfetta, mentre Tony si perde in una nuova Italia fatta di lustrini e volgarità. Doveva essere il paradiso, ci si commuove pensando alla vecchiaia come obbiettivo ultimo.



Si chiude il libro e si incominciano a contare le ore che ci separano da Questo deve essere il posto.

domenica 17 gennaio 2010

Come Alberto Hernández disse la sua circa l'eBook








Quando pensi di aver raggiunto un buon risultato spunta sempre qualcuno a ricordarti quanto tu sia lontano dal risultato sperato. Con il P.A.L.E. mi illudevo che io e Christian potessimo essere vicini al concetto di "esperienza sensoriale" nell'ambito del fumetto. Nulla di nuovo, ma una discreta scossa al culo per chi pensa che un albo con le nuvolette non possa avere la dignità di un libro d'arte. Risultato raggiunto, mi dico. Poi spunta questo Alberto Hernàndez e siamo punto a capo.



Il suo rifacimento del classico Dr Jekyll e Mr Hyde è una rivoluzione. Layout, stampa, tipo di carta. Tutto diventa narrazione. Se non capite cliccate qui e sfogliate la galleria completa.



Tecnicamente non siamo lontani da un libro per bambini (il pop-up, quello che suona, quello che profuma,...) ma è a livello concettuale che arriva il terremoto. Non abbiamo una storia che si piega a una rivoluzione tecnica (tipo le scene gratuite 3D al cinema, inserite in sceneggiatura solo per sfruttare questa nuova tecnologia), ma un apparato fisico malleabile e dinamico per facilitare l'immersione del lettore nelle vicende narrate.



Basterà questo a fronteggiare l'avanzata del libro elettronico? La risposta è ni. Perchè il futuro non sarà bianco o nero, ma grigio. Se sarà giusto e logico usufruire del materiale più caduco (quotidiani, settimanali, serie regolari) in una maniera tanto eterea e priva di importanza come il formato digitale (quanto si conoscono meglio i dischi che si possiede in un formato fisico rispetto a quelli scaricati?) sarà altrettanto doveroso possedere in formato cartaceo quei testi che si considerano fondamentali (voglio vedere quanti rinuncerebbero ai propri volumi di Charles Burn/Grant Morrison/... a favore di file elettronici). Non è un caso che i vari Omnibus siano comparsi sul mercato nel momento in cui la pirateria editoriale è definitivamente esplosa. Il passo successivo è alzare ulterormente la posta, proponendo un qualcosa impossibile da replicare. Noi ci abbiamo provato riconducendo l'editoria a un concetto di artigianalità e concretezza (rilegatura manuale, carte porose, stupende imperfezioni dovute alla lontananza dal sistema industriale), Alberto Hernàndez allargando lo spettro degli strumenti narrativi e introducendolo nel mondo fisico. Le grande case editrici ancora brancolano nel buio.



Detto questo sappiate che il volume qui sopra non è mai stato stampato, quindi alla Passenger rimaniamo i più fighi sul mercato (dai, anche i ragazzi di Arkitip non sono male).

mercoledì 13 gennaio 2010

The Private Collection 1970-1979 Box

Il meglio dell'estetica pornovintage in 5 microvolumi (circa 10 cm per 14) raccolti in un fichissimo box decorato con stampe metallizzate. E' la fantastica uscita che la recidiva Tashen riserva alla storica testata svedese Private, autentico pilastro della moderna cultura pop.



Fondata nel 1965 da Berth Milton Sr. e passata alla storia come primo magazine porno interamente a colori (e trilingue), Private fu all'epoca un autentico terremoto. Dopotutto introdurre un'estetica patinata (da prodotto per le masse) in un qualcosa fino a poco tempo prima considerato inappropriato era inaudito, quasi inconcepibile. Come ammettere che tutti avrebbero voluto usufruire di certe pubblicazioni.



Sfogliando le 960 pagine di quest'opera quello che emerge è un ritratto divertente e divertito della libertà sessuale, ben diverso da quello che riserva l'attuale industria pornografica. Un viaggio lisergico e psicotronico tra baffoni e fisici non certo statuari, situazioni da fotoromanzo trash e verdi scorci di Svezia. L'estetica Private risulta talmente tipicizzata che spesso si ha l'impressione di sfogliare riproduzioni moderne della pornografia più '70s piuttosto che materiale autentico. In una parola: POP.



Dulcis in fundo, il prezzo: 15 euro. Cosa chiedere di più?




lunedì 4 gennaio 2010

A proposito di cheesy...








...beccatevi 'sta primizia. Fuori per quei fighi della Fantagraphics Books (gli stessi del volume dedicato ad Al Columbia, tanto amato dall'Officina Infernale), un tomo dedicato all'arte perduta della cover da VHS. Tutto infilato in uno slipcase a forma/dimensione di videocassetta. Non si vedeva tanta grazia dai tempi di Contaminations (Bloodbuster Edizioni).

lunedì 28 dicembre 2009

Benvenuta iGeneration: American Youth di Redux Pictures

Se adorate la fotografia a sfondo antropologico questo è uno dei titoli dell'anno da non lasciarsi sfuggire (magari assieme alla terza ristampa di True Norwegian Black Metal, gigavolume da capogiro concepito da un non metallaro per non metallari). L'agenzia Redux Pictures ci fornisce infatti la prima documentazione attendibile sull'identità della cosidetta gioventù sospesa tra iGeneration (1999-oggi) e Millenial Generation (di cui faccio parte, arrivata subito dopo la famigerata, ma sempre carismatica, Generazione X). Anche se il ritratto è riferito solo al territorio statunitense (pecca quasi assurda, considerando quanto le distanze e le identità nazionali si siano annullate negli ultimi anni) il lavoro di questi giovani reporter è potente, delicato, paterno e privo di giudizi. Si va dal giovane attivista mussulmano alla gang indiana, passando per skater, spogliarelliste, nerd e coppie innamorate. Devastanti le pagine dedicate alle vedove di guerra, quasi insostenibili se si considera che molte di loro non possono ancora bere una birra. Un lavoro ineccepibile e carico di umanità, accessibile a un prezzo per nulla proibitivo.



Menzione speciale per la giovane Erika Larsen, fotoreporter di razza già a 33 anni (sua la foto di copertina).

lunedì 30 novembre 2009

Ridere di (cattivo) gusto: Con tanta benzina in vena di Warren Ellis (Elliot/2009)

Se c’è qualcuno nel mondo del fumetto che merita l’appellativo di furbone quello è Warren Ellis. Genio e cialtrone, iperproduttivo e amante del riciclo, indipendente fino a quando non firma il contratto per qualche major. Capace di (tanti) picchi inimitabili così come di plagi senza pudore (tipo l’episodio di Hellblazer scritto ricalcando il film Man Behind The Sun). Uno di cui aspetti la prossima uscita con l’acquolina alla bocca ma poi finisci per maledirne la grafomania. Come si è detto, un genio. E Con tanta benzina in vena non fa che riconfermarlo.



Un incrocio tra noir, road movie e commedia senza freni. Con un protagonista che non è affatto come ti aspetti. Quando ci si avvicina a un romanzo dove gli eccessi della società ci vengono narrati da un autore noto per la sua poetica estrema e amorale, è naturale aspettarsi personaggi sopra le righe, persi nei meandri della vita (se non totalmente alla deriva). Invece Mike McGill è semplicemente un fallito che finirà per averne le tasche piene ben prima dell’ultima pagina. Un investigatore privato dalla carriera mai decollata, incapace di vivere alla velocità del mondo. Uno che non sopporta la pornografia troppo spinta, non maneggia il suo cellulare come una protesi del proprio corpo e non fa finta di capire tutto quello a cui va incontro. Considerando lo psicopatico disturbato a cui solitamente Warren Ellis si affida siamo già un bel passo avanti. La sua relazione con la selvaggia Trix Holmes ha la freschezza del miglior Kevin Smith. Nessuna traccia di amori malati, sottomissioni o giochetti psicologici. Semplicemente battibecchi da adolescenti in calore.



E qui abbiamo il secondo punto forte del romanzo. Non credete a chi vi parla di immagini forti o di una storia dura e cruda, Con tanta benzina in vena è un libro genuinamente divertente. La prosa del Nostro non gli farà vincere un premio Pulitzer, ma finirete di leggere il suo lavoro prima di aver capito cosa è successo in un capitolo degli ultimi Cormac McCarthy. Breve, veloce, brillante. Sembrerebbe la classica proposta disimpegnata. E invece dentro ci troverete una serie di riflessioni per nulla scontate su argomenti attualissimi. La diffusione delle informazioni via Internet, la possibilità di scegliersi la propria concezione di moralità, la nuova democrazia. Argomenti solitamente riservati ai tomi di luminari come Bauman o Giddens, qui trattati con apparente leggerezza. Warren Ellis si conferma doppiamente intelligente non scendendo direttamente in campo, narrandoci una serie di incontri quantomeno bizzarri senza il minimo paternalismo o tendenza talebana. Scelta di una classe infinita, capace di confermarci la caratura di uno scrittore che non ha mai preteso di insegnare nulla a nessuno. Ma che non si è mai tirato in dietro quando si è trattato di dare ai suoi lettori gli strumenti necessari per decodificare i nostri tempi.



Una gran, gran lettura. Molto più autoriale di tanta roba che pretende di esserlo basandosi unicamente sul peso specifico del proprio linguaggio.