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mercoledì 7 dicembre 2011

Pagine serie: Il Memoriale della Repubblica di Miguel Gotor (Einaudi/2011)



Poche righe per consigliare un titolo che poco c’entra con gli argomenti solitamente trattati su queste pagine, incapaci di essere tanto neri e terribili quanto le pagine di cui vado a parlare. Il Memoriale della Repubblica di Miguel Gotor cerca di ricostruire, attraverso una ricerca che tira in ballo una mole immensa di riferimenti, l'iter delle pagine scritte a mano (e successivamente fotocopiate e battute a macchina) da Aldo Moro nel corso della sua prigionia. Un documento su cui si sono fatte tutte le supposizioni possibili, cercando in ogni modo di capire quante possano essere le pagine mancanti e (soprattutto) cosa ci potesse essere scritto di così sconvolgente. Uno dei grandi misteri d’Italia.


La triste vicenda è così incredibile da sembrare in più frangenti la trasposizione in prosa di un film spionistico, con tanto di organizzazioni sempre più sotterranee, cattivi amorali e macchinazioni internazionali. Peccato che sia tutto vero e riguardi la storia della nostra nazione. Dal 1978 a oggi sono passati più di 30 anni, eppure in quel dedalo di insabbiamenti e decisioni Machiavelliche ci si può leggere un ritratto del nostro paese perfetto anche per i nostri giorni. Tanto per dire quanto lo sviluppo della nostra società si sia bloccato in un frangente che pare dilatarsi all'infinito.


Miguel Gotor fa l’impossibile rendendo appassionante e scorrevole un tomo di oltre 600 pagine composto per lo più da nomi, date, stralci di documenti giuridici e riferimenti alla politica del periodo. Il ritmo di lettura è appesantito solo dalla sua maniacale precisione nel voler far quadrare ogni osservazione e nel contestualizzarla nella maniera più oggettiva possibile. In questo senso il lavoro dell’autore è straordinario, raccogliendo in una forma fluida e godibile anni e anni di ricerche su argomenti non proprio appetibili per il grande pubblico (me compreso).


Il Memoriale della Repubblica può essere letto in vari modi. Indignandosi per la gesta infami e vigliacche della nostra classe politica oppure lasciandosi affascinare da quanto ci sia ancora da scoprire sulla nostra storia recente. In qualsiasi caso una lettura importante e un bel saggio su come liberare un tomo impossibile su di un pubblico più vasto di quello a cui sarebbe solitamente indirizzato. Senza scadere nel Lucarellismo spicciolo (cosa più importante).

martedì 14 giugno 2011

Com'è cool essere grim!





Scusate se torno ancora sull'argomento, ma segnalare che l'ultrafighetto e megahype Highsnobiety ha pubblicato un'intervista alle menti dietro a CVLT Nation è d'obbligo. Adesso manca solo Monocle che pubblica uno speciale su Crust Cake e poi siamo a posto. Che ne è stato del mantra Extreme music for extreme people?

mercoledì 8 giugno 2011

Ricetta per l'italico rinascimento

IGDA Italia & Global Game Jam 2011 from paolo pedercini on Vimeo.





Dal blog del sempre attento Matteo Bittanti una videocartolina di Molleindustria. Nonostante tutto il video sia estremamente interessante la vera ricetta per un rinascimento della cultura italiana la si trova a 6:14 (si parla di videogiochi, ma il messaggio dovrebbe essere chiaro lo stesso). Era ora che in un paese dove tutti si millantano professionisti (in un industria dell'intrattenimento che praticamente non esiste) arrivasse qualcuno a dire una cosa simile (non vi dico cosa, così vi guardate il video. Starà poi a voi traslare il concetto nel campo che preferite).

martedì 17 maggio 2011

Stiamo entrando nell'era dell'invisibilità?



Vuoi vedere che ha sempre avuto ragione il buon Snake Plissken? Alla fine del delirante 2013: Fuga da Los Angeles ci lasciava soli, al buio. Dandoci il benvenuto nel regno della razza umana. Oggi, ormai a metà 2011, mi guardo in giro e scopro che quell’obbiettivo non è troppo lontano.


Partiamo da quel formidabile indicatore di trend sociali che è il suono estremo. Sembrerà una forzatura o una provocazione a basso costo, eppure vi assicuro che dove arrivano le falangi più estremiste di questo genere (quelle che passano per tutte quelle case discografiche così minuscole e specializzate da guadagnarsi un minimo di esposizione solo nel momento in cui esplode il filone di cui si occupano) tutti gli altri ci arrivano almeno un paio di anni dopo. Prendiamo, a esempio, il fenomeno dei social-network.


Scegliersi un prodotto commerciale e pomparlo tramite i Facebook vari può richiedere impegno ma non certo un QI da fenomeni. Quando invece una schiera di 16enni riesce a far diventare il death-metal (seppur in chiave –core) un fenomeno di costume (ovunque tranne che in Italia, e per fenomeno di costume non intendo far esplodere una o due band. Intendo proprio cambiare il gusto comune) significa avere, nel bene e nel male, un bel po’ di talento. E se lo si fa quando certi meccanismi sono ancora sconosciuti ai colossi dell’industria l’impresa acquista un che di epico. Al di la dei gusti personali abbiamo quindi una vittoria su tutta la linea.


Anche da un punto di vista meno sociologicamente profondo i nostri metallari arrivano sempre prima di noi. Va di moda il look da skater inizio anni '90? Loro ci sono arrivati prima. Dobbiamo sembrare tutti dei boscaioli venuti dal Canada? Loro ci sono arrivati prima. Il disco deve andare in download gratuito e il formato fisico deve essere lussuosissimo? Loro ci sono arrivati prima. Non ho idea di come funzioni questa cosa, però ormai è qualche anno che ci bado e tutto mi torna sempre.


Cosa ci azzecca questo con Snake?


Ci azzecca perché nel giro di sei mesi siamo passati dalle band post-ironiche meta testuali (che per almeno 2 anni hanno rappresentato la parte più vitale e orgogliosamente esposta del metal, andando a raccogliere il timone perso per eccessiva serietà dai vari Hatebreed e Shadows Fall) a una situazione dove la cosa più simpatica che ho ascoltato nelle ultime settimane è una band chiamata Rot in Hell. Fino a un anno fa si faceva a gara a chi aveva l’artwork più colorato e divertente possibile (con tanto di mostri, scritte che colavano e colori fluo) mentre adesso uno come Justin Bartlett è l’illustratore più conteso dalle band di mezzo mondo (e ci mancherebbe, visto quanto è figo). Un salto pindarico dalle copertine patinate dedicate a teen-emo-deathsters tipo Carnifex, realtà magari musicalmente poco dotate ma con una capacità infinita di plasmare i media a loro uso e consumo, al rincorrere oscure band che sembra facciano di tutto per non essere trovate. Twitter inesistenti, profili Myspace fermi da mesi, uscite discografiche distribuite con il contagocce e per etichette impossibili (e infatti le varie Southern Lord e Relapse corrono ai ripari rilasciando ristampe o EP d’emergenza). Sfogliate i booklet dei lavori più importanti degli ultimi mesi. Simboli esoterici, roba astratta, fotografie di monti e/o boschi e/o ghiacciai (altra mania, ormai dilagata ovunque, partita da questi lidi musicali un bel po’ di tempo fa). Un fottuto medioevo. Di essere social non frega più niente a nessuno. Siamo tutti soli, illuminati da un misero fiammifero. O, ancora meglio, siamo divisi in gruppi minuscoli che si distinguono gli uni dagli altri per tratti distintivi di cui andiamo estremamente orgogliosi.


Tutto a un tratto si è smesso di ridere e ci si è chiusi in un guscio nero come la pece. Poi, mentre ascolto Lichtlærm/Minus.Mensch degli Alpinist e l’ultimo dei Weekend Nachos, mi rendo conto che anche nelle gallerie d’arte la tendenza è quella. Si è passati dall’arte di vendersi (tipo l'esplosione della street-art negli ultimi anni) all’arte di non farsi trovare. Ne ho parlato solo qui e qui sotto, eppure gli esempi si sprecherebbero. Poi non possiamo non parlare della nuova esplosione delle micro-fanzine. Fotocopiate in 50 copie, criptiche, non distribuite se non attraverso il web (vedi lo specialista Giorgio Di Salvo). Il successo non passa attraverso quanta gente parla della tua roba, ma da quanto si considerano fortunati i pochi che ne possono fruire. Siamo al passo successivo rispetto al meccanismo della tiratura limitata, ormai vicinissimi al concetto di pezzo unico. Come se io scrivessi un libro, lo inviassi a 1o persone e gli chiedessi di di bruciarlo una volta conclusa la lettura. Vi viene in mente un calcio nel culo più deciso e intransigente alla produzione di massa? La fruizione di cultura diventa atto mistico, oscuro nella sua ottusa incapacità di reiterarsi.


La via sembra segnata: sempre più radicali, sempre più chiusi. Dove si arriverà non ne ho la minima idea, però per adesso ha portato un sacco di roba davvero, davvero interessante. Godiamocela fino alla prossima onda.

venerdì 13 maggio 2011

How To Disappear Completely











Alec Soth, la mente dietro a Lonely Boy Mag, dedica il suo nuovo progetto Broken Manual a une delle categorie umane che ammiro di più: quei meravigliosi pazzi visionari che decidono di scomparire del tutto. Che non significa stare chiusi nella propria stanzetta e passare le ore su Facebook. Qui si parla di gente che molla tutto e se ne va a vivere nella classica capanna in mezzo alla foresta. Concept meraviglioso, packaging geniale ma prezzo inaccessibile: 950 $ (qui). Tra l'altro esce anche il documentario sul making of.


lunedì 18 aprile 2011

PressPausePlay




Trailer di quello che sembrerebbe un bel documentario (nonostante Moby) sulla recente rivoluzione digitale. Quella che ci ha reso tutti creativi e ha permesso a chiunque almeno di provarci. Nonostante quelli della vecchia guardia non l'abbiano ancora accettato del tutto non mi pare affatto una cosa da poco.


Maggiori informazioni su http://www.presspauseplay.com/ .

venerdì 5 novembre 2010

Qualche consiglio per chi è nella stanza dei bottoni

INFLUENCERS FULL VERSION from R+I creative on Vimeo.





Riassunto per i pigri:



- si deve prendere qualcosa di sconosciuto e lo si deve immettere nel mainstream, non prendere qualcosa che ci è già e renderlo ancora più annacquato.
- stare in mezzo alla gente e avere fiducia nelle capacità di ognuno.
- ascoltare i giovani (che non significa per forza di cose metterli al comando).
- lasciarsi ispirare da tutto quello che ci circonda.



Inutile dire che condivido dalla prima all'ultima parola. Nonostante tutto rimango sempre convinto che il meglio debba ancora venire. E che probabilmente sarà qualche illustre sconosciuto a portarcelo.

sabato 14 agosto 2010

Come gioco a World of Warcraft e faccio terrorismo politico: War on Internet Addiction





War on Internet Addiction è un mediometraggio di 64 minuti realizzato da una comunità di videogiocatori cinesi esasperati dalla censura sponsorizzata dal loro paese. Realizzato con mezzi di fortuna (le animazioni di World of Warcraft) l'opera punta il dito verso tutte le assurdità del governo cinese, tra cui la cura dell'elettroshock per chi risulta dipendente dalla rete (dipendenza che penso si manifesti con il bisogno di aprire blog politici o cose così...), filtri e altri scherzetti sul genere. Nonostante il medio sia pieno di difetti (principalmente un'eccessiva localizzazione, che non permette la perfetta comprensione di tutte le gag per chi non abita in Cina) è incredibile pensare come ancora una volta la creatività abbia permesso di sfondare limiti apparentemente invalicabili. Principalmente budget nullo e la legge ad alitare sul collo. Ora War on Internet Addiction sta facendo il giro del mondo, vincendo premi praticamente ovunque (compresa una menzione d'onore al File Festival) e attirando l'attenzione perfino del The Wall Street Journal. 3 mesi di lavoro, 100 volontari e un'idea comune in cui credere. Mica male per dei nerd!

giovedì 17 giugno 2010

Think different, magari un'altra volta

Freedom From Porn from Freedom From Porn on Vimeo.





Finalmente pare che tutti si stiano rendendo conto di che strumento di propaganda sia l'iPad. Se 15 anni fa un terminale adatto ai non iniziati poteva essere una rivoluzione, oggi è uno strumenti per mantenere il popolino nell'ignoranza. Un cinquantenne odierno 15 anni fa (periodo dell'esplosione di Internet) aveva 35 anni. Un'età dove non si è ancora impermeabli alle innovazioni. Motivo per cui uno oggi non dovrebbe essere imboccato, ma dovrebbe possedere le abilità per muoversi nell'oceano della rete come gli pare e piace. Senza che nessuno censuri nulla. In circostanze simili perfino il porno può diventare politico (come non succedeva dai tempi del mitico Forced Entry).



lunedì 14 giugno 2010

La violenza nello sguardo: Rampage di Uwe Boll (2009/Can)




Rampage sarebbe dovuto essere una sorta di Elephant in chiave hardcore. Invece è finito per essere Un Giorno di Ordinaria Follia (di cui riprende alla lettera alcune scene) rivisto in ottica tardo adolescenziale. La storia di un ventenne che si costruisce una tuta in kevlar e decide di mettere a ferro e fuoco il centro abitato dove vive con i genitori. La vera trasposizione su celluloide di Postal, quella che andava dritta al succo del discorso. Usare gatti come silenziatori e sparare a megascroti idoli dei bambini era solo un bel pacchetto per distrarre dal vero nucleo del gioco. Un po’ come il linguaggio scurrile e le gag scatologiche in South Park. Una volta scartati gli specchietti per allodole (perfetti per attrarre le ire di quei ritardati del Moige, così hanno qualcosa contro cui sbraitare) rimane la vera cattiveria, quella che ti fa dubitare se sia il caso di ridere o meno. In Postal 2 succedevano un bel po’ di cose assurde, ma chissà perché finivi sempre a cospargere di benzina la fila di clienti in banca. In GTA ti piazzavi in cima a un palazzo ed entravi immediatamente in modalità Charles Whitman. Tutti i tester di Modern Warfare 2 si sono sorpresi a massacrare innocenti durante la missione No Russian, nonostante si vestano i panni di un infiltrato CIA (quindi un personaggio positivo) in un gruppo di terroristi ultranazionalisti sovietici. E’ una passione innata per la violenza gratuita e il massacro. Evitando stoppose riflessioni sulla sovrapposizione catarsi/desensibilizzazione rimane il fatto che ne siamo inevitabilmente attratti. Lascio la questione della vita reale a gente come William T. Vollmann, uno che ha scritto le 3300 pagine di Come un’onda che sale e che scende (la versione Mondadori è il riassunto) cercando di chiarire se una madre che uccide il figlioletto per evitargli gli orrori della prigionia di guerra sia definibile come omicida o meno. Concentrandosi sulla questione mediata e finzionale non ci si può nascondere dietro a un dito: Rampage delude perché non abbastanza estremo. Non abbastanza gratuito, folle e insensato. E questo dovrebbe far riflettere.



Il film parte benissimo, tratteggiando un protagonista molto meno scontato di quello che ci si aspetterebbe. Bill vive in una bella casa con due genitori in gamba (apparentemente professionisti affermati, innamorati come adolescenti e in continuo dialogo con il figlio). E’ un gran lavoratore, solo non ha prospettive. Potrebbe avere università e alloggio pagati dalla famiglia, ma continua a procrastinare. Per una volta niente white trash da opuscolo sociologico. Poi, sorvolando sulle voci off che ripetono per 400 volte le stesse cose, arriva il tonfo: il Nostro omicida di massa ha motivazioni e un machiavellico piano per imboccare la via d’uscita. Come spettatore medio di un certo tipo di prodotti mi sono sentito tradito: il film cerca di avere un’anima, errore imperdonabile.



C’è chi dice che la motivazione del successo della nuova pornografia estrema sia la ricerca di emozioni vere. Visto che le attrici sono diventate bravissime a simulare il piacere, cerchiamo almeno di percepire il dolore e il disgusto. Anche solo per una frazione di secondo. Siamo talmente alla canna del gas che non è più l’atto a eccitare, ma la sicurezza di trovarci di fronte a uno spicchio di realtà. Perché tanto ormai è tutta finzione, iperealtà o realtà aumentata. Il mondo lo vediamo solo attraverso gli LCD dei nostri smartphone (prospettiva dotata di tutte le indicazioni che prima potevi avere semplicemente chiedendo a un passante) e le nostre riflessioni sulla vita vera sono stereotipi di stereotipi. Basta aver letto più di due romanzi di formazione per poter capire dove vanno a parare il 99% dei diari online. C’è il tizio che si sente libero perché arriva a 40 anni vivendo ancora come un adolescente, quello che si sente meglio degli altri perché ha una mensola piena di libri e un manoscritto nel cassetto, quello che monta un sorriso cristallizzato e compiaciuto davanti alle cose semplici, invisibili al brutto mondo cattivo dei nostri giorni.



Uwe Boll, all’ennesimo tentativo toppato di girare un bel film, ci ricorda inavvertitamente che esiste anche un punto di vista agli antipodi di questo. Annoiato dalle coreografie dei torture porn alla Hostel ti approcci a Rampage nella speranza di vedere tonnellate di morti finte e inutili. Vuoi l’effetto della camera a mano perché sai che è fiction come simulazione della realtà. Vuoi l’audio in presa diretta e in contemporanea la colonna sonora extradiegetica fatta di percussioni distorte. Vuoi che qualcuno si sia impegnato a fare di tutto per simulare nel modo più realistico possibile l’insensatezza dell’ecatombe. Però privando tutto di senso ed empatia. Non vuoi sapere il perché, non vuoi conoscere le vittime, non vuoi la ripresa che indugia sulla spettacolarità della morte. Gus Van Sant sotto anfetamina, Modern Warfare senza joypad in mano. La semplice e gratuita saturazione dello sguardo per accumulo. La privazione totale di emozioni di fronte al più tragico degli eventi ti da la scossa , senza capirne il perché. Se la sofferenza di un altro essere umano come richiamo alla realtà è deprecabile, l’immersione totale e volontaria nella finzione lo è altrettanto. Come capita sempre nella vita mi sono ritrovato al livello di chi criticavo. E non occorre essere sociopatici da articolo sensazionalistico per provare sulla propria pelle questo bisogno di distacco. Continuando a prendermi come campione assolutamente medio non riconosco in me nessun tipo di segnale allarmante: convivo da anni, sono in attesa di diventare padre, ho lavoro, amici e interessi. Nessuna propensione alle armi da fuoco o simpatia per frange politiche di tipo estremista. Un tizio qualunque.



In questo filmetto scialbo e inutile c’è una scena che farà un male atroce a chiunque si trovi nella mia situazione. Un autentico capolavoro di cattiveria. Dopo aver totalizzato un bodycount da record Bill entra in una sala da Bingo. E’ in tenuta da guerra, brandisce due mitra ancora fumanti. Disturba i giocatori. Nessuno fa nulla, tutti continuano nella loro attività alienante. Dopo poco se ne va senza ammazzare nessuno. La sua battuta di uscita è “Voi non avete neppure bisogno del mio aiuto”. Più che dalle parti della stilettata siamo vicini alla fucilata (metaforica) in pieno volto.

lunedì 29 marzo 2010

Quando il gioco si fa tosto... cambiano le regole



Quei quattro eroi che si ostinano a leggere questo blog avranno capito quanto poco mi piace parlare dei cazzi miei. Questo per un semplice motivo: penso che i cazzi miei debbano interessare a me e a pochi altri. Punto. Non capisco come ci si possa sollazzare al pensiero di investire del tempo (la risorsa più rara che abbiamo) a leggere degli affari di sconosciuti (perchè di questo si tratta). Sopratutto quando questi racconti di vita vissuta non si compongono di scenette divertenti (che fanno sempre piacere) ma da lagne spesso basate sul nulla (o, ancora meglio, sulla mancata esperienza di qualche mese in miniera e/o cantiere). Sono un ottuso bergamasco delle Valli, e non sarò mai abbastanza contento di questo. Per me il "se lo penso, lo dico" o il famigerato "almeno è sincero" non sono sono la gran cosa di cui tutti si vantano. La civiltà si misura da quanto uno riesce a misurare i propri istinti, non viceversa. L'autoindulgenza diffusa è il male del nuovo millennio e una sana dose di indifferenza farebbe bene a tanta, troppa, gente. Perchè non è che bisogna essere sempre buoni. Fine della divagazione, ora arriviamo ai cazzi miei. Di cui avevo promesso di non parlare.



E' qualche tempo che voglio chiudere questo blog, sopratutto per mancanza di tempo. Poi però, sempre più raramente, pubblico qualcosa che mi soddisfa e me la godo come un riccio. Come rinunciare a questo spicchio di felicità? La questione è annosa. Ultimamente poi le cose si sono fatte ancora più MERAVIGLIOSAMENTE complicate con la notizia che diventerò papà (finalmente). Ed ecco l'angolo dei cazzi miei.



L'arrivo dell'erede porta a una serie di punti, tra cui:



- maggiore impegno sul lavoro vero (che adoro): ho 27 anni e tutta una carriera da costruirmi per garantire solidità al nuovo arrivato. Non posso pensare di sottrarre energie a un lavoro che mi da il pane per riversarle nel mio piccolo angolo di onanismo quotidiano. Anzi, se mai è proprio viceversa. Il gioco si fa tosto e ora qualcuno conta veramente su di me, non posso fare lo stronzo.
- scuole serali: già iscritto e frequentante. Se il piano A va male occore un piano B. Che si traduce nell'imparare un mestiere vero.
- cambio casa: processo già in corso ma che ora subirà una bella accelerazione. In tre nel nostro nido d'amore ci stiamo veramente stretti.
- la mamma: un minimo di attenzioni in più le merita pure lei.



Tutto questo prima che il nano metta fuori il naso, figuriamoci dopo. Si aggiunga poi il fatto che non intendo rinunciare al mio impegno con la Passenger Press. Anche se sembra ferma si sta lavorando parecchio, ve lo posso assicurare. Più conosco l'editoria italiana e le sue regoline da maialeccio di quarta categoria più adoro l'idea di buttare tempo e denaro in fumetti miei, fatti come dico io e dalla gente che dico io. Dopotutto considero da sempre lo slogan della HydraHead Records (Don't Like It? Don't Buy It!) uno dei miei mantra personali.



Conclusione? Da qui in avanti aspettatevi meno post, ma di una qualità più alta. Parlerò solo di cose che mi hanno detto qualcosa al 100%, mi prenderò più giorni per ogni pubblicazione ed eliminerò le cazzate. Meno tempo investito, ma in modo migliore. O almeno queste sono le intenzioni, poi si vedrà. Dopotutto dei grandi numeri non so cosa farmene, non uso neppure gli aggregatori. Il blog non è un mezzo verso altro, ma un fine (a sè stesso). Quindi anche se perderò lettori o posizioni... beh, pazienza. Mi dicono che il mondo va avanti lo stesso.

Fine. Da domani torno invisibile.

lunedì 4 gennaio 2010

Today's new digital standard for tomorrow's vandals

GML = Graffiti Markup Language from Evan Roth on Vimeo.





Sempre un passo avanti. E pensare che in Italia c'è chi insegue la chimera di limitare Internet... Basta un giro su http://000000book.com/ per capire quanto ormai la cultura della condivisione sia impossibile da arginare. Nei prossimi giorni post su due ITALIANISSIMI pionieri di questa rivoluzione.

lunedì 28 dicembre 2009

Benvenuta iGeneration: American Youth di Redux Pictures

Se adorate la fotografia a sfondo antropologico questo è uno dei titoli dell'anno da non lasciarsi sfuggire (magari assieme alla terza ristampa di True Norwegian Black Metal, gigavolume da capogiro concepito da un non metallaro per non metallari). L'agenzia Redux Pictures ci fornisce infatti la prima documentazione attendibile sull'identità della cosidetta gioventù sospesa tra iGeneration (1999-oggi) e Millenial Generation (di cui faccio parte, arrivata subito dopo la famigerata, ma sempre carismatica, Generazione X). Anche se il ritratto è riferito solo al territorio statunitense (pecca quasi assurda, considerando quanto le distanze e le identità nazionali si siano annullate negli ultimi anni) il lavoro di questi giovani reporter è potente, delicato, paterno e privo di giudizi. Si va dal giovane attivista mussulmano alla gang indiana, passando per skater, spogliarelliste, nerd e coppie innamorate. Devastanti le pagine dedicate alle vedove di guerra, quasi insostenibili se si considera che molte di loro non possono ancora bere una birra. Un lavoro ineccepibile e carico di umanità, accessibile a un prezzo per nulla proibitivo.



Menzione speciale per la giovane Erika Larsen, fotoreporter di razza già a 33 anni (sua la foto di copertina).

giovedì 10 dicembre 2009

Politicamente scorretto, socialmente utile (Pt. 2)



Seguito di questo post. Da sbattere in faccia a chi pensa ancora che l'eutanasia (o l'aborto) sia paragonabile a un delitto.

mercoledì 9 dicembre 2009

I brand non sono più quelli di una volta

Leggete questo, poi collegatelo all'articolo che avevo segnalato qui. E' tempo di rimboccarsi le maniche, se avete qualcosa da dimostrare sta arrivando il momento. E potrete/dovrete farlo senza contare su nessuno. Soltanto segnatevi sull'agenda concetti come DIY, nicchia e indipendente.

giovedì 12 novembre 2009

Politicamente scorretto, socialmente utile







E noi invece ci becchiamo ancora il solito "vip" di turno che parla serio serio su una musichetta triste a fare da tappeto sonoro...

domenica 6 settembre 2009

Videocracy di Erik Gandini: peccato che chi vuole sapere sappia già




La cosa più desolante di un prodotto come questo è la sua inutilità sul mercato italiano. Non perché Videocracy sia brutto o fazioso (anzi), ma per via del fatto che tutti quelli che lo andranno a vedere avranno già le idee chiare sul dominio televisivo nel nostro paese. E poi, ammettiamolo, non occorre essere geni per capire come il Presidente abbia passato gli ultimi 3 decenni a manipolare le menti degli italiani (che vogliono essere manipolati). Se il cosa dovrebbe essere di una chiarezza disarmante (a meno che: 1) non abbiate mai preso un aereo se non per chiudervi in qualche villaggio che puzza in modo insostenibile di nonluogo augeniano 2) non avete una connessione Internet 3) non avete mai letto un libro se non quelli compresi nell’esposizione del vostro supermercato) allora concentriamoci sul come.



Il bergamasco di Svezia Erik Gandini riesce a narrare di una realtà terribile alternando immagini di repertorio a grandi intuizioni di regia. Le inquadrature fisse sui protagonisti, con la loro voce fuoricampo a narrarne le storie, un uso intelligente del sonoro e un tono sempre sospeso tra più registri (si sconfina perfino nell’horror, passando per la commedia e il giornalismo più tradizionale) tengono alta l’attenzione. I due punti più alti degli 85 minuti risultano essere l’annichilente candore con cui Lele Mora mostra uno slide show a base di svastiche e croci uncinate dal suo cellulare (scena agghiacciante, intelligentemente mostrata in presa diretta e senza tagli dal regista) e l’amoralità di Corona, non a caso ripreso completamente nudo. Due volti del male assoluto, intramezzati da spot elettorali da subumano e dai sorrisi di un uomo che ha ridotto l’Italia (perché più della metà di noi gli ha lasciato campo libero) a suo bengodi personale.



Il solito documentario comunista su un grande imprenditore? Direi di no. Il fatto che la testimonianza degli orrori venga direttamente dalla bocca di chi li perpetra dovrebbe azzerare ogni forma di faziosità, così come la provenienza dei fondi con cui è stato girato (la Svezia, dove, almeno da questo punto di vista, la coda di paglia non hanno la minima idea di cosa sia). Se all’estero si faranno delle grasse risate vedendo come qualche milione di italiani sia ancora convinto che Silvio stia lavorando in buona fede, a noi non rimane che abbassare il capo e aspettare che il l’attuale classe politica si estingua (non manca molto, anche aspettando cause naturali). Tanto chi dovrebbe veramente vedere questo documentario sarà chiuso in multisala in pieno hinterland, indossando occhialetti per il 3d.