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giovedì 2 agosto 2012

[Pyunologia pt.10] Nemesis 2: Nebula di Albert Pyun (US/1995)



Come dissi in fase di recensione il primo film della serie Nemesis era un concentrato di tutto quello che poteva offrire una videoteca all’inizio degli anni ’90. Una bella cover evocativa, con tanto di logo a effetto metallizzato, una trama che sembrava raccogliere tutti gli spunti più gustosi del cinema fantascientifico del lustro precedente, un sacco di azione frenetica e sgangherata. Per quanto ci si possa sforzare di addossare la responsabilità della nostra formazione ai soliti quattro titoli passati alla storia la dura verità viene sempre a galla: spesso e volentieri fu proprio il martello dei prodotti derivativi - come quelli firmati da Pyun - a radicare in noi certe ossessioni. La visione di intere pareti coperte di VHS, piccoli scrigni carichi di aspettative e immaginari da scoperchiare, rimane per il sottoscritto una delle spinte più potenti verso quello che sarebbe arrivato negli anni successivi (e continua, seppur in maniera molto più controllata, anche oggi). Questo senza voler passare per nostalgici a tutti i costi (troppo tardi).

Nonostante tutti i suoi limiti il primo film di questa serie meriterebbe una visione da parte di chiunque abbia un minimo di interesse per il cinema di genere orientato al fantastico (arrivato prima de Il Signore degli Anelli). Con Nebula invece le cose si fanno un po’ più complesse. Quando si deve girare un sequel di un film noto per la sua presunta spettacolarità con un budget di molto inferiore a quello già risicato del primo capitolo non aspettarsi un capolavoro è lecito. Meglio puntare a un sapiente mix di trovate bizzarre e furti ai blockbuster dell’epoca.

Nemesis 2 non è altro che un Terminator ambientato nella savana africana. Con una culturista a fare le veci di John Connor e un Predator da discount a fare quelle del T-1000. Giuro.

Da parte di Pyun c’è un bel coraggio nello scegliere, solo per dare forza alla sceneggiatura, un’attrice protagonista che è all’antitesi dell’idea di femminilità. Anche l’ambientazione sub-sahariana sarebbe potuta essere una buona idea. Peccato che il tutto si limiti a qualche scena in un villaggio desolato durante la  prima mezz’ora della pellicola. Da lì in avanti il regista decide di infilare uno dietro l’altro una serie di espedienti geniali per spostare l’estetica del film su coordinate molto più sue. Leggi come: fabbriche abbandonate, gente vestita di stracci, polvere ovunque. Esatto, un post-atomico come mille altri (di cui almeno il 75% riconducibili allo stesso Pyun).

Come al solito l’assoluta povertà dei mezzi annichilisce tutto quello di buono che Albert infila nel suo lavoro. Lo stessa sceneggiatura non è affatto male. La contrapposizione tra lo scontro cinghiale/protagonista nel primo tempo  - prova necessaria per essere considerata parte della tribù dove è stata adottata quando era ancora in fasce - e quello con il terribile cybog proveniente dal futuro nel secondo – necessario per essere investita del ruolo di salvatrice dell’umanità – è ottimo. Non ci fossero i buchi di sceneggiatura dati dalla necessità di tagliare ogni snodo narrativo troppo complesso non ci sarebbe da lamentarsi troppo. Anche la figura dell’aiutante dell’eroe è gestita benissimo, con un sacco di ambiguità a dare ritmo (mi raccomando, proporzionate tutto al prodotto in questione. Charlie Kaufman non passa certo da queste parti).

Nemesis 2 è un film che sarebbe ingiusto considerare come sufficiente, eppure rappresenta l’ennesimo tassello dello scombiccherato universo Pyuniano. Fantastico se considerato nel suo insieme, incomprensibile se preso a piccole dosi.  A voi la scelta se recuperarlo o meno.

martedì 10 aprile 2012

[Pyunologia pt.9] Vicious Lips di Albert Pyun (US/1986)


Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


Torna, dopo una pausa imposta da motivi di forza maggiore, Pyunologia. E lo fa con uno dei titoli che maggiormente hanno deluso i fan del regista hawaiano. Prima della visione Vicious Lips promette un sacco di roba interessante, fin dalla sua epica locandina. Dopotutto si parla di un film dove un gruppo rock al femminile si schianta su di un pianeta deserto, popolato da mostri di ogni genere. Cosa potrebbe andare storto? Ipotesi ancora più remota se si considera che Albert aveva appena infilato la funambolica doppietta La Spada a Tre LameRadioactive Dreams, dimostrando al mondo come si potessero girare film effettivamente divertenti – sareste disonesti se non lo ammetteste - appoggiandosi a un budget con cui altre produzioni non avrebbero potuto lavorare per più di un giorno. Invece qualcosa va storto e, a fronte di un sacco di buone intenzioni e di ottimi spunti, la pellicola si accartoccia e gira a vuoto per tutti i suoi 80 minuti.



Dopo un avvio da musicarello anni ’80, dove la protagonista passa da dilettante allo sbaraglio a rockstar navigata nell’arco di due montaggi a base di synth e Roland TR-808, si è già spaparanzati sul divano in attesa di quello che dovrebbe venire poi. La quantità di idee improbabili, inside jokes, archetipi compressa in questi primi minuti è tale da lanciare la mente dello spettatore in una versione musical di quel capolavoro che era Slave Girls from Beyond Infinity. Umorismo, cartapesta e una serie di meta-riflessioni sui personaggi femminili all’interno di un immaginario prevalentemente maschile come quello sci-fi. Senza contare che fa la sua prima comparsa anche la prostituta con tre tette resa immortale da Atto di Forza ben quattro anni dopo.



A seguito di un esibizione trionfale ecco che arriva LA telefonata, quella che potrebbe segnare la svolta da band di provincia intergalattica a celebrità senza limiti. Le Nostre partono subito, carichissime e pronte a tutto, ma finiscono nel bel mezzo di una tempesta di meteoriti. La loro astronave viene colpita e sono costrette a un atterraggio di emergenza su di un pianeta desertico. Ecco, il film finisce più o meno qui. Dopo il disastro seguono 40 minuti di nulla dove le ragazze battibeccano e fumano droga, mentre un mostro le osserva dai condotti di aereazione del mezzo ormai fuori uso. Se l’idea era quella di creare un’atmosfera allucinata e claustrofobica, gravata ulteriormente dalla presenza di una minaccia nell’ombra e dalla convivenza forzata di personalità troppo diverse in uno spazio ristretto, siamo veramente fuori strada. A questo desolante teatrino delle occasioni mancate vengono intervallate alcune scenette comiche in cui il manager della Vicious Lips si aggira deambulando per le dune sabbiose del pianeta. Le sequenze si fanno sempre più deliranti fino all’apparizione di due generose fanciulle (poco) vestite di cenci, totalmente ininfluenti allo svolgersi della trama.



Durante tutto il film assistiamo a degli inserti di montaggio al limite del subliminale, con flashback spezzettati in micro sequenze e una serie di misteriose scritte ad apparire in sovraimpressione. Una soluzione che porterà alla triste e scontata svolta finale: era tutta un’allucinazione. In realtà la band è già arrivata al locale ed è pronta a salire sul palco. A questo punto ci infiliamo ancora 6/7 minuti di synth-rock anni ’80 e al minutaggio minimo ci arriviamo tranquilli.



Peccato veramente, soprattutto per chi sperava in una sorta di incrocio tra Barbarella e Star Wars con Joan Jett al posto di Han Solo (che detto così sarebbe il film preferito di un sacco di gente, me compreso).

venerdì 25 novembre 2011

[Pyunologia pt.8] Dollman di Albert Pyun (US/1991)



Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


Dollman è geniale. Sarà anche scritto male, girato in condizioni di fortuna e interpretato da cani, ma l’idea di fondo è qualcosa di grandioso. Leggete la sinossi qui sotto e provate a dire il contrario.


Tutto parte sul pianeta Arturos, una sorta di versione povera della Los Angeles di Blade Runner. Nel bel mezzo di una situazione critica facciamo la conoscenza di Brick Bardo, tipico sbirro cazzuto e violento. Ora ancora più badass grazie all’aggiunta di pseudo poteri jedi. Nel giro di una manciata di minuti incontriamo anche il suo antagonista, una gommosa testa fluttuante. Segue scontro all’ultimo sangue e inseguimento negli spazi siderali dell’universo profondo. Il tutto porterà a sviluppi inattesi, fino al rovinoso arrivo sulla Terra. South Bronx, per la precisione.


Neanche il tempo di riprendersi dall’impatto che il Nostro si butta al salvataggio della sua probabile coprotagonista (in fuga da un manipolo di malviventi), con logico e conseguente spargimento di cadaveri al suolo. E qui arriva il bello, perché proprio in questa occasione scopriamo che il Callaghan intergalattico è alto… 30 cm.


Ditemi voi se tutto questo non è meraviglioso. In un colpo solo Albert Pyun rilegge e ridicolizza un sacco di personaggi della fantascienza e del poliziesco, creando qualcosa di totalmente nuovo (non venite a dire che esisteva già il mini supereroe della Quality Comics, siamo in due territori totalmente diversi). Peccato che dietro a tutta l’operazione ci sia la Full Moon Features (quelli della serie Puppet Master), non proprio noti per la loro generosità pecuniaria. Ma noi fanatici di Pyun sappiamo bene che il risultato sarebbe stato uguale in qualsiasi caso. Anche se il regista avesse avuto a disposizione un budget faraonico non sarebbe comunque bastato. La sua è una rincorsa alla fantasia più sfrenata, all’evasione più pura e incontaminata. Dollman è l’ennesimo tassello di una filmografia che deve essere presa per intero, solo così se ne può capire la ricchezza e l’andamento da blob onnivoro. Nonostante i mille "incidenti" produttivi.


Certo, c’è da dire che in questo caso oltre all’idea di base ci sia veramente poco. La reazione degli abitanti del Bronx all’arrivo di due minuscoli essere dotati di armi potentissime è al più di curiosità. Neanche fossimo in un una puntata di Ugly Americans (a proposito, quanto è bella a vedersi questa serie?) la paura non viene proprio presa in considerazione. In un paio di occasioni viene a galla la voglia di Albert di premere sulla macelleria più bassa (ci sono un paio di corpi letteralmente divelti), qui più che mai strumento espressivo e non mero orpello estetico per adolescenti vogliosi di trasgressioni all’acqua di rose. Lo stridere tra la presenza fisica del protagonista e le conseguenze delle sue azioni avrebbe reso il tutto ancora più ironico e assurdo. Peccato (ancora una volta) che si stia sempre parlando di uno straight to video prodotto da una delle compagnie più famigerate di sempre. Tanto che sfrutterà il personaggio creato da Pyun per girarne un improbabile sequel/crossover Dollman vs Demonic Toys (lo ammetto, il titolo è grandioso. Pura VHS nostalgia).


Fulminante, a questo proposito, la fine dell’antagonista alieno. Deciso a prendere il potere di una gang terrestre finirà schiacciato dal capo di questa come un semplice insetto. Mai fare il gradasso nel Bronx quando sei alto 5 cm (ricordiamo che il cattivo era composto unicamente dalla testa gommosa). Se qui il Grand Guignol è succosa e bizzarro quanto basta, per la gran parte del lungometraggio i risultati delle raffiche di laser rimangono nella testa del regista, ben barricati dietro una lista di costi e spese irraggiungibili. Non basta certo un braccio mozzato sul finale per risollevare l'asticella del gore a livelli da midnight movie.


Il resto dello sviluppo narrativo risulta non pervenuto e verso la fine dei 70 minuti ci si accorge fin troppo chiaramente che non erano rimasti neppure i soldi per il catering della troupe. Poco importa, a noi basta l’idea che un film del genere esista. Che abbia generato una copertina da VHS in cui perdersi e costruire la nostra personale visione di Dollman. Albert Pyun perde ancora una volta l'occasione per dimostrare quanto vale, a occhi avidi e depredati da una certa innocenza infantile, e noi gli vogliamo ancora più bene di prima.

mercoledì 27 luglio 2011

[Pyunologia pt.7] Omega Doom di Albert Pyun (US/1996)



Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


Prendi Rutger Hauer. Chiedigli (ancora una volta) di interpretare la parte di un ibrido androide/umano filosofeggiante. Infilalo nella sceneggiatura del remake non ufficiale (uno dei tanti) di Per un pugno di dollari e fai dirigere il tutto a un ex assistente di Akira Kurosawa. Bella serie di cortocircuiti, vero? Sono cose che succedono nel folle mondo di Albert Pyun.


Omega Doom è un film girato nei (per il regista hawaiano) bui anni ’90, un lungo periodo di transizione tra le glorie da videonoleggio del decennio precedente e la recente fregola da semi indipendente. Come per tutto il resto delle produzioni di questa parentesi il budget si colloca spaventosamente sotto la soglia di povertà, limitando il lungometraggio in ogni suo aspetto. 80 minuti, una location, dieci attori (gregari compresi), effetti speciali a 16 bit. Tutto condito con il solito gusto iperpop del Nostro uomo, capace comunque di ridersi addosso (come far capire che gli androidi sono androidi? Semplice, chiedendo agli attori di muoversi a scatti e piazzando qualche effetto audio alla T-800) e di concedersi l’immancabile lusso dei suoi guizzi di regia. Anche se, e va detto, mai così distribuiti con il contagocce.


Il senso di un film come questo sta tutto nel constatare ancora una volta come l’immaginario di Pyun sia spaventosamente simile a quello del suo fan medio. Abbiamo gli stacchi di montaggio tipici della scuola di HK, una trama che gioca con uno dei western/chambara più iconici di sempre, l’umorismo più o meno involontario delle produzioni bis, tanti riferimenti ai classici della fantascienza (anche quelli che verranno, vedi il look delle cattivissime ROM. Puro Matrix-style con 3 anni di anticipo) e un protagonista 100% badass. Che poi, per lo spettatore medio, sarebbe l’unico motivo degno per cui dedicare quasi un’ora e mezza della propria vita alla visione di questo film. Nonostante l’impossibilità di nascondere la natura di progetto come Omega Doom e la serie di scelte non certo positive da cui usciva, Rutger Hauer mantiene una dignità e una professionalità eccezionali. Il suo protagonista è di gran lunga la cosa migliore di tutto questo teatrino post-atomico. Smargiasso e duro come il più tipico dei pistoleri spaghetti western (richiamati in continuazione), filosofo e melanconico come solo un sopravissuto qualche scontro sanguinoso potrebbe essere. Una sorta di Frankenstein di influenze a cui il grande attore olandese riesce a dare spessore e credibilità.


La pecca maggiore di tutto il lavoro rimane comunque la mancanza di almeno una trovata totalmente folle e fuori controllo, aspetto ricorrente nelle pellicole di Pyun. Qui pare essersi concentrato il più possibile nel tenere lontano lo spettro della noia da un lavoro che in mano ad altri gli avrebbe svolto il tappeto rosso sotto i piedi. Missione pienamente raggiunta, grazie anche ai continui rimandi a film decisamente più importanti, ma poca roba per un uomo che ci aveva abituato alle fantasie di cartapesta più sfrenate.


lunedì 6 giugno 2011

[Pyunologia pt.6] Alien from L.A. di Albert Pyun (US/1988)



Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


Indiana Jones + Blade Runner + Mad Max + teen movie avventuroso anni ’80 = Alien from L.A.


L’ennesima sortita nel (meravigliosamente) sconclusionato fantastico di Albert Pyun riesce ancora una volta, nonostante attori/sceneggiatura/budget ben sotto il livello di guardia, a regalarci qualche frangente di pura delizia visionaria.


Los Angeles. Wanda Saknussemm è una ragazza petulante e logorroica. Nello stessa giornata nera viene lasciata dal fidanzato per mancanza di senso dell’avventura e riceve una lettera dall’Africa. La missiva la informa della scomparsa del padre, un illustre archeologo. Priva di motivi per restare a Malibu e desiderosa di dare una scossa alla propria vita decide di lasciare gli Stati Uniti e indagare di persona sull’accaduto. Una volta arrivata al campo allestito dal padre finisce tempo zero in un pozzo, facendo un volo di decine di metri. Atterrata sulla nuda roccia si rialza come se nulla fosse e si avvia verso la sua avventura nel mondo del sottosuolo. Il piano è semplice: raggiungere la città di Atlantide, ritrovare il padre scomparso e tornare alle assolate spiagge della California.


L’unico vero motivo di interesse della pellicola è la città sotterranea. Folle incesto tra la Los Angeles di Blade Runner e un impianto minerario in decadimento. Vapori, fiumane di gente vestita in maniera bizzarra, megaschermi e mezzi di trasporto realizzati saldando assieme qualche pezzo di lamiera arrugginita. Albert Pyun sfrutta i quattro soldi messi a disposizione della produzione in maniera miracolosa, arricchisce la civiltà di Atlantide con le solite abitudini astruse e lavora parecchio sui costumi. Partendo unicamente da materiali di seconda mano il regista hawaiano riesce a generare un mondo fresco e affascinante, dimostrandoci ancora una volta la sua capacità di plasmare l’immaginario di una generazione a suo piacimento.


L’impressione è sempre quella, sospesa tra banalità da microproduzione STV e pura energia visionaria. Summa di tutto quello che si era già visto al cinema e di tutto quello impossibile da vedere fuori da una pellicola dell’uomo dietro cult come Cyborg e La Spada a Tre Lame.


A livello di scrittura siamo alle prese con un potpourri fuori controllo di tutti i personaggi tipici del teen-movie d’avventura anni ’80: la protagonista bruttina e outsider (che durante l’avventura tornerà a credere in se stessa, diventando automaticamente anche bella e ambita), l’aiutante burbero ma dal cuore tenero, lo scavezzacollo impavido e passionale, lo scienziato reietto che finalmente riuscirà a dare un senso alle ricerche di una vita, il genitore assente (ma solo per il bene della figlia). E naturalmente i soliti antagonisti paranoici, capaci di vedere nella povera Wanda una spia aliena.


Alien from L.A. è l’ennesimo tassello di un immaginario bambinesco e totalmente libero. Spesso imperfetto, pieno di riferimenti ad altre opere eppure pregno di una visione profondamente personale e sentita da parte del regista. Il vero capolavoro di Albert Pyun è la sua filmografia in toto, quello che rappresenta in un contesto produttivo come quello cinematografico. Inutile chiedersi se il film in questione sia un titolo da recuperare a ogni costo. Il vero Pyunologo ha già la risposta in testa.


lunedì 9 maggio 2011

[Pyunologia pt.5] Slinger (aka Cyborg Director's Cut) di Albert Pyun (US/1989-2011)



Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


Finalmente, dopo 22 anni, ci siamo. Mettere le mani sul mitologico Slinger è qualcosa di favoloso. Mentre si è ancora in attesa del post-atomico definitivo, annunciato anni fa dal nostro Hawaiano preferito e in perenne pre-produzione, niente di meglio che fare chiarezza sul suo primo (e unico) successo al botteghino. Perché, per chi non lo avesse ancora capito, Slinger non è altro che Cyborg (quello con Van Damme) nella sua versione director’s cut. A leggere in giro e sbizzarrendosi fra tutte le supposizioni venutesi a creare nel corso degli anni (storica le leggenda per cui Slinger doveva essere originariamente un film muto) l’acquolina in bocca era ormai ben oltre il limite di guardia. Ecco quindi spiegato tutto il polverone sollevato attorno alla notizia dello storico ritrovamento.


Rispetto al suo gemello buono Slinger è un film estremamente cupo e violento. Stilisticamente al limite dell’astrazione. Ironicamente Albert Pyun deve ringraziare che il film sia venuto fuori solo adesso e non all’epoca. La beffa starebbe proprio nel fatto che, per quanto lui sia ostile ad ammetterlo, tutto il successo guadagnato da Cyborg è dovuto proprio ai tanto odiati rimaneggiamenti dei produttori di casa Cannon. Interessati più a fare soldi sfruttando gli scarti di altri film (perché tutto – costumi, scenografie, … - in Cyborg è recuperato da altri set) rispetto a mettere in luce il valore artistico dell’opera. Se non fosse stato per questo fattore determinante gli incassi record (rispetto al costo reale) della pellicola originale non sarebbero stati che un miraggio evanescente.


Ma torniamo alla ricca abbuffata garantita dalla miracolosa riscoperta. Come portata principale abbiamo una deliziosa metafora cristologica, praticamente assente nella versione uscita nei cinema. A differenza dell’altra grande Passione del cinema sci-fi anni ‘80, il Robocop (sempre versione director’s cut) di Verhoeven, qui non siamo dalle parti della feroce satira anti-Reaganiana. Van Damme non è altro che un Messia venuto a salvare il genere umano. Inutile a dirsi che per arrivarci dovrà passare attraverso ogni sorta di martirio. Largo all’eroe come ricettacolo di dolore quindi, passaggio obbligato per l’immortalità. I riferimenti religiosi sono presenti in ogni scena, dai più crassi e banali (l’orecchino a croce rovesciata del cattivo, visibile solo nei flashback) fino alla raffinata presenza delle tre co-protagoniste femminili (che come le 3 Marie seguiranno il nostro Gesù belga anche dopo la crocifissione). Nella versione DC appaiono anche visioni ben più esplicite (un uomo nudo, circondato da teste impalate, abbandonato sul terreno nella tipica posa del Crocefisso), particolari sullo sfondo (graffiti a tema sulle rovine abbandonate) e una funerea voce off a ricordarci ogni tre per due della fede e del destino della razza umana. Ogni traccia di goffa ironia presente in Cyborg scompare. L’atmosfera è plumbea, tanto gratuita (praticamente non esiste storia al di fuori dei silenzi, degli scontri fisici e dei crudelissimi flashback) da sfiorare il metafisico.


A questo punto si unisce una gestione del montaggio frammentata e claustrofobia, spesso tanto rozza da farci sospettare che qualche giornata in più in cabina di regia non sarebbe stata male. Nei momenti più inspirati, tra inserti subliminali, tagli netti, scenari desertici e maestosi rallenty (questi gestiti in maniera divina, una roba a metà tra Walter Hill e Tsui Hark) pare invece di essere quasi (quasi, eh) dalle parti di un Ashes of Time di Wong Kar-wai. La speculazione del cinema d’azione e del post-atomico tanto agognata (e ottenuta) dalla Cannon non era neppure contemplata dal giovane Albert Pyun, qui autore più che mai. Inutile meravigliarsi quindi del suo allontanamento forzato dalla cabina di regia.


Ma oggi, a distanza di quasi un quarto di secolo, cosa ci rimane? Un abbozzo di capolavoro (perché i germi di qualcosa di enorme ci sono, eccome se ci sono), troppo povero e limitato dai paletti di ottuse eminenze grigie per spiccare realmente il volo. Magari è meglio così. Potersi perdere nelle ipotesi di cosa ci avrebbe potuto portare Pyun se adeguatamente supportato (e non intendo con completa libertà creativa e 200 mln. di dollari da buttare come meglio credeva, sarebbe bastato qualcosa di più del budget necessario al catering della troupe) è un gioco a cui non saprei rinunciare. E adesso rimaniamo in attesa delle renegade cut di Captain America e Ticker.


mercoledì 27 aprile 2011

[Pyunologia pt.4] Radioactive Dreams di Albert Pyun (US/1985)



Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


Altro giro, altra corsa nel pazzo immaginario di Albert Pyun. Oggi tocca al suo secondo lungometraggio, il folle Radioactive Dreams. L’idea è geniale: poco prima dell’ecatombe nucleare due bambini vengono rinchiusi in un bunker. Ci vivranno per quindici anni, allenandosi nei loro passatempi preferiti e leggendo tonnellate di romanzi hard-boiled. Completamente assorbiti in uno stile di vita alienante finiscono per lasciarsi trasportare, convincendosi di vivere in un noir anni ’40. Quando finalmente riescono a riemergere dalla caverna in cui sono confinati si ritrovano in un mondo diversissimo da come se lo ricordavano. Distese desertiche ovunque, mutanti, cannibali, gang di ogni genere e un costante tappeto sonoro composto da canzoni a metà tra il pop ottantiano e il punk più annacquato. Il quid di genio sta proprio nell’aver messo nella stessa sceneggiatura tutti i cliché della commedia adolescenziale, del poliziesco alla Robert Aldrich e del post-atomico più oltranzista. Tutto impacchettato con una messa in scena poverissima, sostenuta solo dal mestiere e dal vigore di Pyun. Qui più che mai colonna portante dell’intera operazione.


Radioactive Dreams porta a ben più di qualche risata, e nessuna involontaria. I due attori protagonisti paiono veramente strappati di peso da un film della prima metà del ‘900, tra umorismo slapstick e una continua progressione verso il ruolo da duro e inflessibile alla Philip Marlowe. Attorno a loro l’universo imbastito da Pyun non ci risparmia nulla, dal dinosauro assassino che emerge dalle fogne a un duo di bambini sboccatissimi e violenti. Vestiti come John Travolta ne La Febbre del Sabato Sera e perennemente muniti di boombox farcita di disco. E poi carretti in legno che esplodono appena escono di strada (gag degna dei Simpson) e una cantante pronta intonare nei momenti più inopportuni il tema del film. Senza dimenticare, come già detto, tutti i luoghi comuni dei filoni citati. In un mondo visto da due ragazzi cresciuti con la sola compagni di di Raymond Chandler e Dashiell Hammet non potevano mancare trench, cappelli a falde strette, una femme fatale capace di attirare guai in maniera prodigiosa e l’irrinunciabile MacGuffin, motore primo di tutta la vicenda. Linguisticamente Pyun ci mette voci off e tagli di luce nettissimi, soprattutto nei momenti di maggiore pathos.


Insomma, un delirio. Che sarebbe potuto rientrare tranquillamente tra i grandi classici per ragazzi degli ’80 (come era palesemente studiato per essere) se non fosse per un budget criminalmente basso. In qualunque caso una grande prova dell’hawaiano, capace di impregnare ogni singolo fotogramma della sua autorialità a basso costo. Nonostante tutti i suoi limiti Radioactive Dreams è divertente, frizzante e ricco di immaginazione. Frutto di una moda a cui era impossibile sfuggire eppure dotato di una fisionomia forte e ben delineata. Simile a tanti titoli ma diverso da ogni cosa abbiate visto prima.


giovedì 14 aprile 2011

[Pyunologia pt.3] Captain America di Albert Pyun (US/1990)



Mi si lasci il privilegio di partire prendendola piuttosto larga. In uno degli scorsi interventi relativi al nostro regista hawaiiano preferito si era tirato in ballo un confronto con Mario Bava. Considerato il fatto che si sta per andare a parlare di cinecomics anche questa volta occorre scomodare il Maestro, sempre nella prospettiva di poter capire meglio le intenzioni di Pyun. Per arrivare a parlare di Captain America si deve partire infatti da Diabolik (diretto da Bava, ovviamente), campione indiscusso del suo genere anche a distanza di decenni.


A differenza di tutti gli altri cinecomics prodotti Diabolik riesce a dare una profondità enorme al linguaggio del fumetto rendendolo, paradossalmente, pura superficie. Inscrivere l’opera di Bava unicamente nel linguaggio cinematografico è infatti un errore di concetto imperdonabile. Tirando le somme siamo più dalle parti della video arte sui generis, complice la fusione completa tra pop-art e prodotto di genere. In misura molto maggiore rispetto agli horror di Morrissey prodotti dallo stesso Warhol, tra l'altro. Mario Bava getta in faccia allo spettatore una versione apparentemente stereotipata e piatta della narrativa disegnata, giocando invece su come luoghi comuni e percezione della finzione abbiano influenza sul grande pubblico. Il risultato è un film dove le cose che sembrano vere in realtà non esistono (tutta la caverna sotterranea di Diabolik era composta in realtà da modellini ingranditi con un gioco di specchi) e le poche cose vere sembrano finte (il castello in cui avviene il furto di gioielli pare fatto di cartapesta). Meravigliose poi la continue prese in giro nei confronti di certe esagerazioni da blockbuster, in primis la distruzione di tutti gli uffici del governo (scena copiata poi da Fincher per il finale del suo Fight Club). Ancora una volta il Maestro si riconferma tra i più grandi registi di sempre, affinando la sua incredibile capacità di ratificare i generi e contemporaneamente di rileggerli in chiave postmoderna (con almeno 40 anni di anticipo). Operazione riscontrabile nel sabotaggio al gotico di La Maschera del Demonio, nello slasher totale Reazione a Catena (a cui bastano i primi 10 minuti per destrutturare il genere, inventato dallo stesso Bava con 6 Donne per l’Assassino), nella psichedelia ipertrofica di Ercole al Centro della Terra (uno dei pastiche di generi più strabordanti a cui abbia assistito) e, tra le altre cose, nella sottilissima parodia della fantascienza low budget di Terrore nello Spazio (in cui compaiono tre razze di alieni senza che se ne veda una. Tutto grazie a raffinatissimi giochi di sceneggiatura e messa in scena).


Un lavoro concettuale straordinario e in anticipo sui tempi, a cui va a fondersi una messa in scena di una classe e di uno stile (chi se lo ricorda?) che oggi sarebbero impossibili anche solo da mettere su carta. Dalle scenografie sospese tra il design di Joe Colombo e le più sfrenate fantasie alla James Bond fino alla colonna sonora di un Morricone in stato di grazia, capace di unire lounge music e free jazz. Senza dimenticarsi di una Marisa Mell oltraggiosamente bella (sempre fasciata in miniabiti da infarto) e di Michel Piccoli nella parte di Ginko. Confrontate con la CGI e la totale mancanza di gusto odierne e avrete un risultato impietoso (a dir poco).


Tornando sul Capitan America di Pyun ci si deve fermare all’aspetto teorico. I primi 30/35 minuti sono la precisa trasposizione tardo ottantiana di quanto fatto da Bava con Diabolik. Il fumetto si palesa come tale e si auto sabota infilando continui richiami al ridicolo tra le pieghe del cinema di cassetta. Di fatto tutta questa prima parte del film è straordinaria. Pop a budget zero, divertentissimo e scanzonato. Non indugia sui propri difetti e si concentra piuttosto su ritmo e trovate da b-movie horror. Se dopo si volesse fare i precisi a ogni costo ci sarebbero intere sequenze sovrapponibili agli Ultimates di Mark Millar, ma facciamo finta di niente e manteniamo un bel ricordo di una bella serie a fumetti. Si deve dire però che se le esagerazioni su carta hanno la funzione di gasare il nerd medio, su pellicola hanno un risultato praticamente opposto. Vedere un Capitan America che si fa un volo intercontinentale attaccato a un razzo ed evita all’ultimo minuto l’impatto di questo con la Casa Bianca semplicemente prendendo a calci il missile è paragonabile solo al nostro Capitano che, dopo essersi risvegliato da un ibernazione di 50 anni, si fa Groenlandia – Canada di corsa. Tutte cose che, per inciso, nel film succedono veramente. E sono comunque meno fiche del Teschio Rosso che parla italiano (visto che nella trasposizione cinematografica lo si fa passare per frutto di esperimenti del regime fascista).


Peccato che dopo un inizio così scoppiettante il lungometraggio si involva paurosamente, trascinandosi stancamente fino al finale. Siamo sempre nella zona dell’opera godibile, ma quel senso di autentica perla dimenticata che riesce a trasmettere nei primi minuti svanisce poco a poco. La poetica di Pyun è soffocata dai bisogni di una produzione infame, riuscendo a malapena a fare capolino. Rimane il sapore dell’amaro in bocca nell’accontentarsi di un quasi mediocre film TV quando si sarebbe potuto avere tra le mani un capolavoro psicotonico di povertà e fantasia (come era stato The Sword & The Sorcerer). Peccato, non rimane che consolarsi riguardandosi le prodezze di Marisa Mell/ Evan Kant.



mercoledì 23 marzo 2011

[Pyunologia pt.2] Nemesis di Albert Pyun (US/1992)



Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


Per capire Nemesis basta studiarsi con attenzione la locandina originale. Un logo da sparatutto a scorrimento, una tagline che racchiude in sé almeno 3-4 suggestioni da altri film, un’illustrazione che ci proietta in un mondo fatto di città piovose, piombo e degrado tecnologico. Un mash-up perfettamente bilanciato tra tutto quello che è fantascienza anni ’80 e le convenzioni estetiche dei primi ’90. E una volta inserita la VHS nel lettore non potremo che avere la conferma di tutte le nostre supposizioni.


Un po’ di Terminator, una bella dose di Robocop e Blade Runner, una spolverata di Fuga da New York e un’infarinatura abbondante di quell’action cantonese che da li a poco avrebbe conquistato il mondo. Tutto girato in un’ambientazione da Rambo italico alla Strike Commando (ma c’è parecchio anche dei seguiti ufficiali di First Blood). Ancora una volta Albert Pyun riesce a piegare tutti gli handicap del film a basso costo e ci consegna un bigino del genere di turno. Il Nostro non gira una versione economica dei grandi classici della fantascienza ottantiana. Ne dipinge piuttosto una versione idealizzata, come a dare un senso a tutte quelle pellicole-clone basate sull’ingenuità del fruitore medio. Il giochino funziona talmente bene da allargarsi anche alle sovrastrutture, oltre che al film in sé. Nemesis risulta infatti tanto mimetico agli stilemi di certe produzioni speculatorie da meritarsi ben 3 seguiti. Di cui il quarto, attenti al capolavoro, costruito con gli scarti di girato del terzo capitolo. Facilissimo immaginarsi le quattro custodie, coperte di polvere e sbiadite dal sole, disposte una accanto all’altra sugli scaffali di una videoteca. Disperse tra gli epigoni italici de La Casa, il nuovo capitolo di Leprecahun e un qualsiasi sequel apocrifo di un capolavoro di Cronenberg.


E per godersi Nemesis bisogna mettersi proprio in quella condizione mentale. Plot sgangheratissimo (ci si doveva ficcare di tutto per non scontentare i fan di ogni titolo di riferimento), personaggi tagliati con l’accetta, dialoghi ignoranti ben oltre il lecito. Pyun di suo ci infila un filotto di scene action sotto anfetamina e la solita miriade di piccole trovate capaci di restituire l’intera opera a quella dimensione sottilmente ludica a cui appartiene. Dal cyborg con la pistola nascosta all’interno del cranio (che si apre a scatto nel momento del bisogno) alla fuga a colpi di arma automatica attraverso i pavimenti di uno scalcinato hotel. Idea ripresa poi, seppur in chiave meno convulsa e grottesca, perfino da Patrick Yau nel suo Expected the Unexpected. In Nemesis l’azione è sempre sopra le righe, trattandosi per la maggior parte dei casi di vere e proprie tempeste di piombo con ben pochi precedenti. Impossibile negare una ricerca spintissima verso una nuova rappresentazione dello scontro a fuoco. Spesso si ha l’impressione di avere a che fare con una versione ante litteram della coppia Neveldine/Taylor o del confusionario Peter Berg. Girato però con il budget solitamente riservato al catering della troupe.


In una pellicola come Nemesis il Pyun-pensiero riesce a emergere con prepotenza pur rimanendo contemporaneamente sopito sotto la coltre della marchetta alimentare. Alla carenza di quel lavoro di destrutturazione che in The Sword and the Sorcerer esplicitava tutto il gioco di ricostruzione filologica corrisponde un’iconografia quasi parossistica nella sua aderenza agli stilemi di certo cinema. Non abbiamo a che fare con un b-movie fantascientifico qualsiasi, ma con un‘opera che spinge per essere il b-movie anni ’80 per eccellenza. Arriva però nelle sale nel 1992, con almeno un paio d’anni di ritardo. Come a ricordarci ancora una volta la sua natura di outsider.


mercoledì 16 marzo 2011

[Pyunologia pt.1] The Sword & the Sorcerer di Albert Pyun (US/1982)



Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


The Sword and the Sorcerer è prima di tutto un film estremamente divertente. Al di là (o per merito) del budget risicato, degli attori cani, degli anacronismi e delle ingenuità. Nonostante il passare delle stagioni abbia relegato l’esordio di Albert Pyun nella nicchia dei seriosi sword & sorcery (all’ epoca numerosissimi, visto il successo di Conan), in realtà abbiamo a che fare con un perfetto di swashbuckler movie insaporito da un pizzico di magia. Lontanissimo dalla severa autorità di un John Milius, La Spada a Tre Lame (titolo della versione italiana) gioca tutto sul ritmo travolgente e sull’atmosfera da romanzetto d’appendice d’altri tempi.


Partenza grandiosa, con tanto di stregone/demone in lattice risvegliato da un sonno centenario e spade a retrospinta. Colpi di genio che ci introducono la solita manfrina della corona sottratta con la forza e del primogenito sopravissuto alla strage. Non manca neppure il narratore off che ci proietta in un mondo fuori dal tempo. L’ABC del genere insomma, solida base su cui costruire un plot fatto di cospirazioni, amicizia, vendette e tette al vento.


Terminato il prologo abbiamo un telefonatissimo salto fino al ritorno del principe Talon (interpretato da un marmoreo Lee Horsely) a Ehdan, 11 anni dopo gli eventi drammatici dei primi minuti. L’uomo ora è alla guida di una masnada di mercenari e più che a riprendersi il suo regno pare interessato alle grazie delle rivoluzionarie. Nel giro di un rissa a colpi di cosciotti d’agnello e di una birra al tavolo accetta di liberare il capo della rivolta in cambio di una notte con la bella Alana. Che lui sa BENISSIMO essere sua cugina.


Mi pare chiaro che a questo punto le convenzioni del genere siano saltate del tutto. Sono ben pochi gli eroi del fantasy disposti a rinunciare al loro regno legittimo per del sesso consanguineo. E questo è ancora poco rispetto a quello che deve arrivare. Un susseguirsi di gag memorabili, combattimenti, nudità femminili, eccessi gore e one liner scolpite nella pietra. Un Talon che, trovatosi di fronte a un muro di nemici non previsto, si pronuncia in un poco convinto “Who dies first?” è quantomeno impagabile. Secondo solo al raccordo di montaggio che salta dal classicissimo discorso-gasante-prima-della-rivalsa all’inquadratura dei rivoltosi già rinchiusi nelle segrete del castello.


Il tutto tratteggiato con una povertà di mezzi che è quasi un pregio. I costumi appartengono a epoche diverse, i campi lunghi della città sono riprese di Instanbul e la vita del popolo ci arriva grazie a riprese di repertorio di qualche villaggio medio orientale (mentre, si noti bene, il castello è tipicamente centro europeo. Vegetazione circostante compresa). Anche gli interni cambiano stile architettonico di stanza in stanza. Personalmente sono sicurissimo di aver visto le segrete in qualche altro film.


Albert Pyun è un cineasta troppo intelligente per non capire di avere a disposizione poco più che un mucchietto di nulla. A questo punto meglio divertirsi. Si affida così a una colonna sonora strepitosa (roba da attrazione di Gardaland sotto mescalina) e gira la perfetta trasposizione cinematografica di un fuiletton (o di un romanzetto pulp). Tutto è talmente sopra le righe che è impossibile non pensare a una raffinata operazione di destrutturazione (anche se inconsapevole). E’ come guardarsi un telefilm per bambini innestato con dello splatter e una serie continua di doppi sensi a sfondo sessuale. Il ritmo è brioso e le sequenze a effetto si susseguono con una frequenza tale da non far mai abbassare l’attenzione. Intrattenimento puro.


A Pyun basta un’uscita per codificare la sua estetica da VHS. Se altri registi fanno di tutto per nascondere la povertà di mezzi all’hawaiano sembra quasi che lavorare in certe situazioni piaccia. Pura poesia da bmovie che spinge per essere accettata senza rivalutazioni snob alla Cahiers du Cinéma. Siamo dalle parti di un Mario Bava privo di malizia (e tecnicamente non così eccelso). Proprio come nei film del Maestro sanremese non si cerca una fuga dalla finzione ma si punta a una valorizzazione metalinguistica del fantastico a basso costo. Tutto con le debite proporzioni. Se un film come Diabolik rimane un capolavoro della pop art (e paragone perfetto con TS&TS) è grazie alle strabilianti doti artistiche di un regista senza pari. Inutile illudersi che tali risultati possano essere replicati dal Nostro. Se si guarda allo scheletro concettuale invece non si è troppo lontani. Nei film di Bava un muro di cartapesta non è bello perché mi illude che si tratti di vera pietra, ma perché è un meraviglioso muro di cartapesta messo a simulare la pietra. Senza ironia di sorta. Si tratta semplicemente di un'altra scala estetica rispetto a quella convenzionale. Un po’ come Raimi o Miike, tra gli unici a utilizzare gli effetti speciali esplicitando la loro evanescenza rispetto al fotorealismo generalmente rincorso con ogni mezzo. Stessa cosa con il cinema di Pyun: non è cinema a basso costo che scalcia per entrare alla corte dei gradi, e neppure mimesi ironica di certi canoni. Sono produzioni minuscole che vogliono essere tali, cercando di sovvertire l’ordine delle idee e rendere i difetti punti di forza. Con tutta la sincerità del mondo.