lunedì 31 agosto 2009

[le bustone] The Super Inframan di Shan Hua (1975/HK)




Non tutti i film necessitano di un analisi seria e approfondita. Esistono masterpiece capaci di riportarci a quella dimensione tipicamente infantile legata a doppio filo con le classiche bustone da edicola. Pacchetti multicolor ravvivati da strilli fuori misura, oggetti invitanti e misteriosi. All’interno ci trovavi sempre qualcosa che non ti aspettavi, e anche se ogni ingrediente era completamente slegato dagli altri l’alchimia che si veniva a creare era qualcosa di inimitabile. Questa rubrica è ispirata proprio a quelle bustone, e a tutti quei film dove l’accumulo vale più della coerenza interna. Opere sgangherate, sottovalutate, ma ricche di un fascino che solo l’enumerazione dei singoli ingredienti può spiegare.



Danny Lee: proprio lui, il futuro poliziotto buono di The Killer. O, se preferite, il famigerato regista/produttore di The Untold Story (serial killer movie per eccellenza, senza appelli). Qui ancora impegnato su set improbabili come questo Inframan o il mitico The Oily Maniac, basato sulle imprese di un super eroe fatto di olio magico (?).



Un laboratorio pieno in modo ridicolo di lucette e tute argentate: finirà distrutto da dei tentacoli di gommapiuma giganti.



Un caverna a forma di mostro che sputa mostri, tutto su di un’isola piena di enormi scheletri di mostri.



Mostri con la cerniera sulla schiena.



Riferimenti religiosi proto cattolici, messi solo per fare colore.



Le migliori scenografie della storia: pensate al Diabolik di Mario Bava, tutto girato in chiave tokusatsu nei teatri di posa degli Shaw Brothers.



Motorette: non ne vedevo tante dai tempi di Mercenaries from Hong Kong o Wonder Seven (uno degli action più deliranti di sempre. Da recuperare anche solo per l'ascensore/proiettile che abbatte un elicottero).



Inframan: che, detto fra noi, è un infame da paura. I suoi nemici si limitano a urlare e saltellare, lui li schiaccia, li fulmina, li brucia vivi (con primi piani sul corpo esanime avvolto dalle fiamme). Adesso capiamo da dove arriva The Untold Story.



Pugni volanti e kung fu: siamo pur sempre a HK.



Mostri che guidano motoscafi: abitano all’Inferno, si ingrandiscono a dismisura, sparano raggi da parti del corpo imbarazzanti. Eppure per muoversi nulla di meglio del vecchio motoscafo.



La regina degli inferi: in minigonna e munita di frusta. Senza dimenticare la lesbo assistente (unica altra donna nelle file dei cattivi).



Robot fatti di molle: che si allungano, si annodano e, naturalmente, se cadono in terra si rialzano senza battere ciglio. Come li sconfiggi? Annodandoli, mi pare ovvio.




domenica 30 agosto 2009

Mario Bava goes to HK: Human Lanterns di Chung Sun (HK/1982)

Human Lanterns non è certo un capolavoro, ma rappresenta alla perfezione un certo modo di intendere il cinema tipico dell’ex colonia inglese. Incrociare il cinema di arti marziali (qui nell’accezione di wuxia, quindi più vicino al fantasy che allo scontro nudo e crudo) con un’estetica e una trama direttamente debitrice del gotico di Mario Bava non è certo cosa da tutti i giorni. Oltre che rappresentare l’ennesima prova di quanto il nostro cinema abbia influito sulla poetica di Hong Kong: la menomazione dell’eroe e la violenza esasperata dello Spadaccino Monco non possono che essere mutuate direttamente dal Django corbucciano, mentre il grande Mario fa capolino in più pellicole (dalle sperimentazioni di The Butterfly Murders agli psicotronici eccessi pop del mai troppo celebrato The Super Inframan, a cui spero di dedicare un articolo il più presto possibile). Poi io, a titolo del tutto personale, rimango dell’idea che John Woo si sia pesantemente inspirato al Tempo di Massacro fulciano per la mezz’ora finale di A Better Tomorrow 2.



Detto questo si torni a Human Lanterns, che pur non peccando di eccessi exploitation rimane lontano anni luce da autentici gioielli dello splatter magic come Devil Fetus, Bewitched, Seeding of a Ghost o The Seventh Curse (tutti da recuperare a ogni costo, per ricordarsi cosa significasse sense of wonder prima dell’avvento digitale) preferendogli una trama tipicamente wuxia (intrighi & vendette) virata però in chiave horror. Detto in due parole: c’è un tizio che costruisce lanterne di pelle umana mentre i due signorotti del paese non perdono occasione per mettersi in competizione uno contro l’altro.



Quello che colpisce è l’estrema eleganza e ricercatezza della messa in scena, tanto caratterizzata da sembrare quasi un esercizio teorico sugli stilemi del gotico all’italiana. Luci colorate, esterni ricostruiti in teatro di posa, fumo come se piovesse, scenografie sospese tra la favola nera e il claustrofobico. I sotterranei del mulino rimangono uno dei punti più alti dell’immaginario Shaw Brothers, all’altezza delle plumbee scenografie di Eight Diagram Pole Fighter. Arricchisce il tutto un uso della steady che non può che ricordare quello straordinario connubio a distanza tra Sam Raimi e il suo gemello/maestro/discepolo Siu Tung Ching (anche se questo esordirà solo nel 1983).



Come ho già detto: non un capolavoro, ma una perla rimasta per troppo tempo nascosta. Il nuovo master Celestial ha dell’incredibile (anche se leggermente cut), e ci restituisce alla perfezione tutta la cura e l’arte riposte nella messa in scena. Autentica protagonista dei 94 minuti di questo wuxia in salsa gotica.




venerdì 28 agosto 2009

[pubblicità creativa] Zero soldi, tanto genio: Skittles

















Sono senza parole. Quella con lo shaolin è un capolavoro.

Quel buon cattivo gusto di una volta: Poultrygeist di Lloyd Kaufman





Cosa succede se costruisci un fast food sopra un cimitero indiano?



E’ dai tempi di Tromeo & Juliet che la Troma non è più la stessa di prima, passando da casa distributrice/produttrice di trashoni senza arte ne parte a factory che non pare esagerato definire “con ambizioni autoriali”. Questo Poultrygeist è il quarto lungometraggio della cosiddetta Troma renaissance, confermando tutto il bene e il male visto nei vari T & J, Citizen Toxie e Terror Firmer (autentico manifesto della filosofia Tromesca).



Come i lavori precedenti anche questo Night of the Chicken Dead è prima di tutto un film oltraggioso, nel senso più tradizionale del termine. Non abbiamo a che fare con un August Underground o con l’ennesimo exploit nichilista di Yamanouchi, così come non abbiamo contatti con qualsiasi altro tipo di film dove la materia è trattata in modo tanto serio da rischiare il patetico. E non c’entra neppure la pudicizia nerd di Schanaas o di tutte le ultime produzioni jappo/americane a base di gomma e litri di emoglobina. Poultrygeist è l’equivalente di una barzelletta sulla coprofagia urlata nel bel mezzo di un seminario sui diritti delle donne (per fare un esempio). E’ sbagliato, fuori posto, impregnato di autentico cattivo gusto. E’ la vera eredità di John Waters e della sua Divine.



Peccato che, tra un geyser di diarrea e un atto di necrozoofilia, si finisca per ridere spesso. E non per qualche crassa gag da avanspettacolo al grandguignol, ma per perle di umorismo sottili e raffinate. Lloyd continua ad alternare alto e basso senza alcun pudore, nella maniera tanto scatenata e priva di controllo che solo la nuova Troma può garantire. Politicamente il film si pone come il Team America di Parker & Stone (che, a proposito, hanno cominciato la propria carriera proprio alla Troma): contro chiunque. Contro le multinazionali, contro i no global, contro gli attivisti neri, contro le minoranze “rivoluzionarie”, contro chiunque paia non ragionare con la propria testa. Ed è questo l’unico messaggio “politico” a cui pare interessato Lloyd Kaufman.



A livello stilistico abbiamo un leggero passo indietro rispetto a Citizen Toxie, probabilmente dovuto al budget minore e alla complessità (e quindi al costo) di alcuni effetti speciali. Il quarto capitolo del Vendicatore Tossico rimane il film Troma più appetibile al pubblico quasi generalista, vuoi per il totale disimpegno che lo attraversa, vuoi per la sceneggiatura ricchissima o per la quantità di donnine discinte che lo caratterizzano (e in questo è in assoluto il miglior film Troma di sempre). Grandiosi invece i momenti da musical e la performance attoriale di Jason Yachenin, che non si capisce quando faccia il deficiente o quanto lo sia in realtà.



Ultimo appunto: Oscar a Lloyd per aver riutilizzato per la terza volta consecutiva la stessa scena della macchina che si ribalta ed esplode. Se non è essere autoriali questo!

giovedì 27 agosto 2009

Bye Bye, Grande Fratello

Secondo la BBC in Inghilterra il massiccio uso di videosorveglianza garantirebbe 1 crimine risolto ogni 1000 camere installate. Si consideri anche il fatto che la spesa del governo inglese per questo utilissimo deterrente al crimine è valutata qualcosa come 500 milioni di sterline. Il Grande Fratello non è più così grande. Qui l'articolo completo.

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mercoledì 26 agosto 2009

3 minuti per i diritti umani



La seconda pubblicazione della Designers Against Human Rights Abuse (DAHRA) si intitola semplicemente 3 Minutes. Si compone di un cofanetto rigido dove sono riposti 10 mini volumi in cui differenti artisti del lettering reintepretano altrettante interviste (di 3 minuti l'una) a modo loro. Il tema: i 3 minuti che mi hanno cambiato la vita. Tutto a sole 10 sterline qui.