giovedì 30 ottobre 2008

[pubblicità creativa] Apri la bocca





Questa fa veramente male. E la cosa che più mi irrita è che nel nostro paesello di cattolici qualche associazione di genitori la farebbe eliminare dal palinsesto.

[trailer] Viy di Oleg Stepchenko (Russia/2009)





E i russi chi li ferma più? Anche di fronte a un prodotto di consumo come questo Viy, che dovrebbe narrare le avventure di un cartografo perso tra i Carpazi, non si può non rimanere frastornati dalla cura formale dell'insieme. Fotografia da gotico all'italiana (ma aggiornata ai tempi che corrono), inquadrature a effetto, cattiveria quanto basta. Ma saremo più dalle parti di Mechenosets o dei Guardiani della Notte?

martedì 28 ottobre 2008

Misery Index - Traitors (Relapse/2008)

Traitors è un plotone d’esecuzione equipaggiato con fucili a pompa, un tirapugni saltato a un martello pneumatico, una bomba tubo termonucleare. Traitors è un autotreno caricato a nitroglicerina, una tempesta di bulloni e chiodi arrugginiti, una rissa in una raffineria di cocaina. Traitors è il capolavoro dei Misery Index. Non cercate vie di fuga. Dove non arrivano evoluzioni sempre più funamboliche, ciuffi sempre più emo e loghi sempre più illeggibili arrivano gli spietati no global del Maryland. Un disco che non ha un secondo di pausa, un calo di tensione o una parvenza di perplessità. La produzione dell’illuminato Kurt Ballou (dei Converge) è compatta come una colata di cemento armato, abrasiva senza essere fastidiosa. Come se Rick Rubin si mettesse a produrre l’ultimo dei Suffocation. Il comparto tecnico, anche se orfano del picchiatore Kevin Talley, è da capogiro e ci regala una sequela di canzoni da urlo, senza sbagliare un solo riff su tutta la durata del disco. Eppure i Misery Index hanno qualcosa in più, un retaggio tra il punk, l’HC e il thrash metal che li rende orecchiabili e d’impatto anche nei momenti più feroci. Vi ritroverete spesso e volentieri a riascoltare l’intero album troppe volte di seguito per essere un lavoro da affiancare a Dying Fetus e Origin. Traitors è un sonoro calcio nel culo a reunion gratuite, deliri emo death e vecchie carcasse che aspettano di decomporsi al sole di qualche festival estivo. Se Despised Icon, All Shall Perish e Beneath the Massacre spostano la barriera dell’estremo in nuovi territori, alle retrovie ci pensa il panzer Misery Index. Disco estremo del 2008, insindacabile.

lunedì 27 ottobre 2008

[le bustone] Conquest di Lucio Fulci (1983/Italia)

Non tutti i film necessitano di un analisi seria e approfondita. Esistono masterpiece capaci di riportarci a quella dimensione tipicamente infantile legata a doppio filo con le classiche bustone da edicola. Pacchetti multicolor ravvivati da strilli fuori misura, oggetti invitanti e misteriosi. All’interno ci trovavi sempre qualcosa che non ti aspettavi, e anche se ogni ingrediente era completamente slegato dagli altri l’alchimia che si veniva a creare era qualcosa di inimitabile. Questa rubrica è ispirata proprio a quelle bustone, e a tutti quei film dove l’accumulo vale più della coerenza interna. Opere sgangherate, sottovalutate, ma ricche di un fascino che solo l’enumerazione dei singoli ingredienti può spiegare.



Nella bustona di oggi troverete:



Un banda di wookie cocainomani (se li potesse vedere il buon Chewbecca, che vergogna!)



Una regina malvagia in tanga borchiati e con una propensione inquietante alla zoofilia (e che tra l’altro pippa alla grandissima con gli wookie di prima).



Omosessualità latente (dopotutto si parla di culturisti che si aggirano in microslip di pelo).



Frattaglie (tante, e con una frequenza imbarazzante. Diciamo che il Fulci’s touch non si fa fatica a percepire).



Archi laser.



Messaggi ecologisti (e anche moraleggianti se si vede la fine che fanno gli wookies cocainomani).



Nebbia (che il fumo sia la scenografia più funzionale ed economica l’abbiamo capito tutti, ma una cosa così non li vedeva dai più scalcinati low budget HKonghesi degli anni 80).



Erotomani mutaforma.



Zombie (cosa dicevamo circa il Fulci’s touch?).



Sintetizzatori (a pioggia continua).



Mostri di ragnatela ripieni di fanghiglia.



Barbari vestiti come i compari Mad Max.



Mutandoni pelosi.



Nunchako di pietra (sic).



Cespugli-che-lanciano-frecce-avvelenate.



Bubboni.



Riti di magia nera palesemente improvvisato sul set.


venerdì 24 ottobre 2008

Bible Illuminated: non la Bibbia del cool, ma la Bibbia cool

A cura degli svedesi di Illuminated World la Bibbia come non l'avete mai vista: rivista e riproposta come se si trattasse di un magazine patinato, dal formato alla scelta delle fotografie. Il significato della cosa mi sfugge: secolarizzazione o semplice propaganda? Su Bible Illuminated una preview e la possibilità di ordinarla.

mercoledì 22 ottobre 2008

Nuove favole horror: Hansel & Gretel di Im Pil-Sung (Korea del Sud/2008).

La definizione di favola horror, ormai da 20 anni in mano al despota Tim Burton, ha subito nel corso delle ultime stagioni cinematografiche una serie di scossoni decisivi per definirne la fisionomia. Dopo l’avvento del gotico nell’immaginario adolescenziale (si pensi agli ultimi capitoli cinematografici del maghetto Potter) una coppia di pellicole riesce a dare in maniera irreversibile carattere adulto a questo sottogenere. Si parla de Il Labirinto del Fauno di Del Toro e di questo Hansel & Gretel, produzione sud coreana per la regia di Yim Pil-Sung.



In seguito a un incidente stradale il giovane Eun-su, in fuga da una paternità non voluta e in viaggio verso una madre malata, si perde in un bosco labirintico. Una bambina lo guiderà fino a una casa piena di dolci e giocattoli. Ma il suo soggiorno durerà ben di più del previsto.



Girato come se il Guy Maddin di Twilight of the Ice Nymphs (1997) si fosse sottoposto a una dose massiva di manwua, questo Hansel & Gretel conferma ancora una volta come la nazione asiatica sud coreana abbia sviluppato un’estetica riconoscibile fin dai primi fotogrammi. Una fotografia abbagliante, molto al di là del limite imposto dal kitsch, si sposa con una serie di scelte claustrofobiche e stranianti. Il risultato sono due ore di interni, rendendo tali anche le rare escursioni nei boschi e nel mondo esterno alla casa perno di tutto il racconto. Più volte si ha l’impressione che il regista abbia deciso di spostare il concetto di tableau vivant verso un nuovo livello, abbassando il ritmo dell’opera per andare a restituirci una serie di illustrazioni tratte da libri per bambini. Ma irrimediabilmente virate al nero.



A una messa in scena zuccherosa e camp si va ad aggiungere una sceneggiatura che prende il via dal surreale, passa all’horror psicologico e si conclude nel dramma più angosciante. Partendo dalla tesi su cui faceva forza il capolavoro Save The Green Planet (2003) di Jang Jun-hwan secondo cui il male si sviluppa dentro di noi sempre per qualche causa e spostandone il perno dalla società alla famiglia, evitando come solo nel cinema orientale sanno fare moralismi e tesi sociologiche da quattro soldi, il secondo lungometraggio di Yim Pil-Sung acquista una profondità sconosciuta a gran parte degli horror moderni. Il risultato è la cronaca di vite violate ridipinta da thriller soprannaturale, con una messa in scena allucinata (e sottilmente malata) come non se ne vedeva dalla prima gita nella fabbrica del buon Willie Wonka.