Perchè riesce a pompare più adrealina Carl Erik Rinsch in 50 secondi che MgG e Michael Bay con i loro kolossal da 200 milioni di dollari?
martedì 30 giugno 2009
lunedì 29 giugno 2009
Da Demolition Man alla videoarte: Civilization di Marco Brambilla
Tutti conoscono Marco Brambilla per il film Demolition Man, con Sylvester Stallone e Wesley Snipes. Non tutti invece sanno che il Nostro è anche un quotato videoartista, con all'attivo collaborazioni con giganti del calibro di Matthew Barney (marito di Bjork, artista pluripremiato e multimilionario, ex modello, ex campione di football, grande consumatore di death metal). In qualunque caso, che vi interessi Sylvester o Matthew Barney, qui trovate il suo fantastico Civilization. Ultimo parto dell'ex pubblicitario meneghino.Tra kawaii culture, James Dean e il fottuto inferno: 10 motivi per farsi un giro a Venezia

1. Il padiglione italiano: senza ombra di dubbio tra i picchi di questa 53ma Biennale. Dedicato a Marinetti e ospitato presso la locazione Tese delle Vergini (Arsenale), stordisce per il livello medio delle proposte. C’è la fotografia metafisica di Matteo Basilè, le colossali ceramiche di Bertozzi&Casoni, gli uomini di legno scolpiti da Aron Demetz, la natura strabordante di Giacomo Costa, la nuova arte sacra di Nicola Verlato (un genio, vedi immagine sopra),… Ci sarebbe anche il nuovo pezzo di Cattelan, ma lui preferisce esporre nel padiglione nordico.
2. Mapping the Studio: se volete recuperare in un solo giorno quanto di meglio prodotto negli ultimi 10 anni di arte moderna, visitate questa mostra. Takashi Murakami, Jeff Koons, Jake e Dinos Chapman, Richard Prince, Maurizio Cattelan, Michael Borremans, Bruce Nauman, tutti sotto lo stesso tetto (due tetti, a dire il vero: Palazzo Grassi e Punta della Dogana). Quando vi ricapita? Manca solo lo squalo di Hirst e il sangue congelato di Quinn!
3. JPop: tra le sei opere di Takashi Murakami (tra cui 727-272 e My Lonesome Cowboy) presso Mapping the Studio e il padiglione dei Giardini dedicato e allestito dalla gotica Miwa Yanagi (ormai esplosa a livello planetario) gli amanti dell’arte giapponese più pop non possono che essere soddisfatti.
4. Tadao Ando: l’opera di restauro della Punta della Dogana a opera dell’architetto giapponese è un capolavoro. Come coniugare ultramoderno e architettura del ‘600 da maestri.
5. Il fantagiardino in putrefazione di Nathalie Djurberg: non sono mai stato un grande fan della stop motion in plastilina proposta dalla svedese, ma questa volta il suo allestimento presso i Giardini ha fatto centro. Un giardino allucinogeno, fatto di fiori enormi e coloratissimi, che rivela un lato malato e decadente.
6. Partecipazione del pubblico: uno dei trend più evidenti pare il coinvolgimento dei visitatori all’interno dell’opera. Tra esperienze virali (sommergibili che spuntano nel Canal Grande), distribuzione di cartoline da spedire a più persone possibili, piante che necessitano dello sforzo fisico dello spettatore per essere innaffiate e rimanere in vita, opere da fotografare e diffondere tramite questo mezzo, installazioni da personalizzare come meglio si crede (con tanto di istruzioni sul significato di ogni singolo componente del pezzo) pare che il pubblico sia ormai parte integrante dell’atto artistico.
7. Fucking Hell (dei Chapman Bros.): la migliore rappresentazione dell’Inferno di sempre. Vedere la gente che prima si avvicina a questo diorama con il sorriso sulle labbra e poi se ne allontana in silenzio e con un vago senso di nausea non ha prezzo. Mica male per dei soldatini!
8. Richard Prince: c’è chi dice che sia uno dei più grandi artisti viventi. Concordo.
9. Dancing Nazis di Piotr Uklanski: un enorme dancefloor luminoso in pieno stile anni ’80. Musica dance a palla. Una parete coperta da ritratti di soldati nazi. Tutto all’interno di un palazzo del ‘600. Non ci ho capito molto, ma rimane un’esperienza da provare.
10. La morte di un collezionista: se tutto questo vi puzza di snob e vacuo allora il padiglione nordico rappresenta la vostra rivincita. Presentato come un’enorme e fichissima villa in vendita, piena di mobili stupendi e di opere altrettanto valide (tra cui il nuovo Cattelan), prevede una sorpresina finale. Una volta usciti sul retro infatti troverete la piscina e, dentro la vasca, il cadavere galleggiante del precedente proprietario. Ben gli sta, al bastardo elitario!
venerdì 26 giugno 2009
Pausa!
In occasione della Biennale e della mostra Mapping the Studio per i prossimi giorni sarò a Venezia. Vi lascio con la bella notizia che i Suffocation hanno rilasciato il loro nuovo lavoro totalmente in streaming. Passano gli anni e i nostri rimangono i re incontrastati dell'aggressione sonora, anche se pure questa volta hanno toppato l'artwork. Ma cosa pretendete da dei testimonial di History Channel?
giovedì 25 giugno 2009
Grazie Troma: Combat Shock in dvd!
Devo già molto a Lloyd Kaufman (fondatore della Troma), cosucce come aver scoperto James Gunn o aver pubblicato in dvd I guerrieri dell'anno 2072 (unico postapocalittico a opera di Lucio Fulci). In qualunque caso ora devo aggiungere questo alla lista. Una sorta di Apocalisse Domani (di Antonio Margheriti) senza nessuna traccia di umorismo, un Taxi Driver incattivito dalla mancanza di luce ventennale. Un film imperdibile per chiunque ami le derive più grim & gritty del noir metropolitano.
Quando l'orrore viene da Singapore: Blood Ties di Chai Yee-Wei (2009)
La solita storia orientale di fantasmi rancorosi, ma con qualche novità. Prima di tutto la provenienza, a dimostrazione di come Singapore sia sempre più lanciata nel futuro (a ogni livello, dalla moda allo sviluppo sostenibile), poi per il bel pastone di generi che ci troviamo davanti. Vendette, poliziotti corrotti, sparatorie, spiriti maledetti e tanto altro ancora. Non vedevo un guazzabuglio simile dai tempi del mitico The Imp (HK/1980) o, ancora meglio, da quelli di Vendetta (HK/1992). Il 10 settembre nei cinema.
martedì 23 giugno 2009
[oldies but goldies] Sword of the Beast di Hideo Gosha (Jap/1965)
Parlare della società, magari sfruttando qualche metafora suggestiva, è sempre un’operazione molto rischiosa. Basta un passo in più per scadere nel didascalico (o nella generalizzazione), mentre in senso opposto si rischia di finire nell’astruso o inintelleggibile. Un bel problema, soprattutto quando si va a riflettere su di un universo complesso come quello giapponese, famoso per la spersonalizzazione dell’individuo a favore della struttura (conta di più l’appartenenza a una determinata rete sociale rispetto alla propria famiglia). E non sono luoghi comuni.Sapendo che quello che ci si appresta a vedere è un chambara del 1965 risulta facilissimo immaginarsi nette divisioni tra samurai, ronin e briganti. Questo perché non si prende in considerazione la presenza di un fuoriclasse come Hideo Gosha dietro la macchina da presa. Al di là di un incredibile perizia registica (soprattutto nell’uso della profondità di campo, si prenda come esempio la rissa con il getto d’acqua direzionato verso lo spettatore e gli sbuffi di vapore) colpisce come al centro di quest’opera ci sia soprattutto l’individuo. Sia che si tratti di un soldato o di cane sciolto, il personaggio cambierà caratterizzazione almeno due o tre volte nell’arco degli 85 minuti di film. Non esiste schema precostituito su cui costruire l’agente, ma una serie di mutamenti che ci appariranno più che mai umani. Una stessa persona può avere atteggiamenti positivi e negativi nella stessa giornata, seguire pedissequamente le regole l’attimo prima per poi fregarsene alla grande pochi minuti dopo. E’ la fragilità dell’essere umano, motore primo di tutto quello che percepiamo come realtà.
Alla stessa maniera i personaggi di Gosha sbagliano, si pentono, ritornano sui loro passi e cambiano spesso idea. Una bella mazzata rispetto alla rigida ubbidienza del samurai, spesso glorificato per la sua dedizione totale al padrone e alla via. Siamo dalle parti di un Kill! di Kihachi Okamoto, ma senza l’umorismo e l’atmosfera picaresca (piccolo consiglio, li trovate entrambi nell’incredibile cofanetto Rebel Samurai a cura della Criterion). Un film di spade sottilmente esistenzialista, dove non si perde l’occasione per deridere gli stessi comportamenti che in altri titolo assumono valore quasi di definizione per il gender (quella che negli anni sarebbe diventata l’ipervirilità, crepuscolare o meno, da eroe) o per bacchettare gli aspetti meno nobili della nostra razza.
Parlando di vittime, carnefici, branchi e lupi solitari, gli aggettivi più utilizzati nei dialoghi sono, guarda caso, proprio legati al mondo animale (fin dal titolo). Tutto a dimostrare come la vitalità (bestialità) di un uomo non possa essere contenuta in un rigido reticolato di regole e convenzioni e, per forza di cose, tenderà sempre a emergere. In che modo è tutto da vedere.
Iscriviti a:
Post (Atom)