sabato 30 maggio 2009

Come non prendere per il culo il lettore e scrivere un capolavoro

Da pochi giorni è stato pubblicato anche in Italia l'ultimo tomo della serie MAX scritta dall'irlandese Garth Ennis. Una bomba (tutta la run) per cui vale la pena spendere qualche minuto.



Parliamoci chiaramente: Garth era partito con il piede sbagliato. Dopo l’ottimo story arc d’avvio (dove Frank si trovava a fronteggiare la famiglia Gnucci) lo sbadiglio non si celava che dietro l’angolo. Humor nero, frasi a effetto, cadute nel grottesco e troppa autoreferenzialità. Il Punitore tornava ad essere quello che tutti temevano potesse tornare a essere: un fumetto dove un vigilante uccide i criminali con armi sempre più grosse. Nessun tipo di carica eversiva, nessuna reale pericolosità. Poi venne la serie Max e il Nostro irlandese si rese conto che NON prendere per il culo il lettore è la strategia che paga meglio.



The Punisher MAX è un capolavoro del fumetto moderno. Fumetto d’autore, tra l’altro. Poco importa se Ennis scrive e basta, il suo è un universo così compatto e ratificato da meritarsi l’alloro dell’autorialità a prescindere dal medium (fumetto seriale) e dalla sua posizione di sceneggiatore. Non riconoscergli questo status in virtù della sua natura di genere significherebbe svilire il lavoro di Maestri riconosciuti come Don Siegel o Sam Peckinpah, tanto per fare il nome di due dei numi tutelari dell’autore di Preacher e Hitman. Chiarito questo analizziamone i punti principali, mettendo in evidenza come la scelta di pretendere attenzione da parte del lettore si sia rivelata, ancora una volta, vincente.



Il primo aspetto che merita menzione è la costruzione del personaggio: Frank è vecchio. Sulla sessantina. In un universo popolato da tardo adolescenti che non invecchiano mai e da super maggiorate antigravità non è una cosa da poco. La scelta del realismo viene portata fino in fondo, consegnandoci un antieroe che ha passato i suoi anni migliori. La guerra del Vietnam rimane la guerra del Vietnam, non si aggiorna tirando in ballo Desert Storm o missioni in Afghanistan. Questo peserà non poco su molti dei temi di tutta la run. Così abbiamo un personaggio decisamente poco accattivante (non esiste il fascino del bello e maledetto) che si muove in un contesto riconducibile senza dubbio alla nostra realtà. Qui il secondo sforzo richiesto al lettore: essere informati sugli ultimi trent’anni di storia moderna rende la lettura di questo fumetto qualcosa di decisamente diverso da fruirne da totali sprovveduti. Garth Ennis decide poi di spingere ulteriormente sull’acceleratore costruendo un complesso mosaico di personaggi ed eventi finzionali all’interno della nostra complessa VERA storia.



La gestione Ennis si potrebbe bene o male dividere in due filoni: quello malavitoso e quello delle storie di guerra (con alcuni casi di crossover tematico, tipo Gli Schiavisti). In entrambi i casi gli eventi non si susseguono casualmente, ma procedono come se si trattasse di un’unica grande storia. Anche qui si gioca sporco: tra le pagine del Punitore non troverete nessun tipo di riassunto. I collegamenti devono essere afferrati nel giro di qualche riga di dialogo, penalizzando così il lettore occasionale e costringendo l’aficionado a un lavoro mentale non indifferente. L’impressione è quella di essere spettatori di qualcosa di più grande di noi, con risultati opprimenti e claustrofobici.



Ultimo punto: la gestione della politica. Troppo facile spegnere il cervello e proclamare ai quattro venti che il Punitore è di destra. O antiamericano. O guerrafondaio. L’antiretorica dominante non permette battute machiste o esagerazioni alla Millar. L’attenzione si sposta sull’uomo e sulla sua moralità in guerra. Sul soldato come individuo tradito dalle stesse istituzioni che lotta per difendere dagli invasori del caso. Il pericolo di una serie troppo fallocentrica o eccessivamente virile è ovviato dall’amarezza che ne permea ogni pagina (con l’eccezione della macchietta comica Barracuda). Questo è l’aspetto in cui Ennis da il meglio, eliminando ogni tipo di didascalismo o semplificazione, rendendo il suo Punitore l’antitesi di quello che ci sarebbe aspettati. Sembrerà incredibile ma Frank Castle fa riflettere. Sulla vita, sulla morte, sul rispetto e sul nostro mondo. Impossibile adagiarsi sugli allori, per capire a fondo questo personaggio dovrete accendere il cervello.



In poche parole: se cercate pornografia action questa non è la vostra serie. Da non mancare invece se tra i vostri film preferiti mettete senza problemi La croce di ferro e L'inferno è per gli eroi.

Jan Kempenaers e la memoria del paesaggio




Quelli che vedete sopra non sono fotomontaggi o simulazioni 3d. Sono monumenti del regime comunista disseminati per il territorio della Jugoslavia. Tracce di una memoria passata trattenute e consegnate ai posteri dal territorio. Proprio su questo concetto si basa tutta la nuova serie del fotografo belga Jan Kempenaers.

mercoledì 27 maggio 2009

La notte oscura dell'industria musicale

La storia è questa: Danger Mouse è un produttore decisamente quotato (Gorillaz, Gnarls Barkley, Beck). Danger Mouse consegna alla EMI il suo nuovo disco, pieno zeppo di ospiti del calibro di Pixies, The Flaming Lips e Iggy Pop. La EMI si inventa mille scuse e non permette al povero Danger Mouse di vendere il suo disco. Allora Danger Mouse decide di prendere il toro per le corna e chiama il suo amico David Lynch.



"Ciao, David. Mi dovresti fare un favore: studiami un packaging fighissimo per il mio nuovo disco".



David Lynch gli consegna un book fotografico di 100 pagine e un poster inedito. Danger Mouse impacchetta tutto e ci ficca in mezzo un bel cd vergine. Poi lo vende sul suo sito. Esatto, vende un cd vuoto. Sicuro del fatto che i suoi fan riusciranno in qualche modo a riempirlo (parole sue). Alla faccia della EMI.




martedì 26 maggio 2009

Antichrist di Lars Von Trier: l'autorialità del supplizio

Nessun tipo di umorismo. Nessuna citazione cult (a meno che non consideriate cult Tarkovskij). Nessuna concessione a un’estetica vintage o riconducibile al pop. Nessuna cazzata sovrannaturale. Fortunatamente non ci sono neppure segnali del famigerato Dogma95. Quello che rimane dopo un tale processo di spoliazione è uno dei più riusciti lavori del danese Lars Von Trier e, senza dubbio, il miglior horror occidentale da molti anni a questa parte.



Prima di tutto Antichrist recupera quell’affastellarsi di letture e significati che, prima del cannibalismo degli ultimi 15 anni, da sempre contraddistingue il cinema della paura. Lars Von Trier ci consegna un film d’autore travestito da film di genere, o viceversa. Non occorre che si stia a parlare del vero significato della pellicola e dei suoi temi. Allo spettatore smaliziato, e quindi spettatore medio di certo cinema, la parabola sul senso di colpa apparirà chiara ed esplicita. Quello che colpisce è il rifiuto da parte di molti fruitori di definire Antichrist un horror proprio in virtù della sua complessità e profondità, segno di quanto questo genere sia stato svilito nelle ultime stagioni. Destino comune anche al suo fratello minore, quel noir che ora pare unicamente territorio per investigatori falsamente anti convenzionali e scaramucce di provincia.



L’ultimo parto del regista di Dogville è un film sgradevole, privo di ritmo e dall’atmosfera malsana. Ma anche raffinatissimo, ricercato e di una bellezza formale spiazzante. Capace di trarre ispirazione tanto dalla videoarte (il tempo congelato di Bill Viola) quando dal linguaggio della pubblicità (la campagna pubblicitaria per PS2 a opera di David Lynch), Antichrist non concede nulla al caso. Il disperato erotismo dei primi strazianti minuti (infamante definire pornografia un segmento di cinema solo in virtù di una penetrazione esplicita), la violenza antiestetizzante del finale apocalittico, le allucinazioni arcane: tutto è dipinto con pennellate plumbee e senza vita. Impianto sonoro da pugno allo stomaco, sia per i pochissimi minuti musicati (prologo e epilogo) che per il reparto rumorista.



Opera falsamente esoterica, risulta invece visceralmente legata al corpo e alla sua fisicità terrena. Così anche il grandguignol passa da ciarpame torture porn a metafora funzionale alla narrazione. Le scene incriminate dal pubblico di Cannes (infibulazioni a pieno schermo, eiaculazioni di sangue) sono la cosa più lontana che si possa immaginare dalla sterile provocazione di un Eli Roth qualsiasi. Ogni atrocità ha un suo perché, riesce a essere contestualizzata e non potrebbe essere altrimenti, rendendo cosi il lungometraggio incensurabile. A meno che non se ne desideri snaturare il messaggio e il nucleo. Dura poter dire qualcosa di simile di un Saw a caso.



Antichrist non piacerà all’amante del cinema di genere, così come scontenterà chi frequenta i cinema d’essai. Perfetto.

lunedì 25 maggio 2009

Anthropodino di Ernesto Neto




Nuova installazione per il brasiliano Ernesto Neto. Posizionata nella cosidetta Park Avenue Armory di New York, secondo le intenzioni dovrebbe essere il primo passo verso la conversione del vecchio stabile a qualcosa di simile all'enorme ingresso della Tate Modern di Londra. In qualunque caso il buon Ernesto continua a non sbagliare un colpo, fin dal suo debutto internazionale alla Biennale veneziana del 2001.

Dynamite Warrior in dvd! in Italia!





Con Chocolate il miglior film di arti marziali prodotto in Thailandia (ho scritto film, avete visto? Non è un caso che Tony Jaa non sia coinvolto!). Finalmente fuori anche in Italia. Un folle guazzabuglio di spaghetti western, fantasy e mazzate. Un mare di mazzate, per la precisione.

sabato 23 maggio 2009

Iron Fist, difensore del post moderno

Iron Fist rappresenta qualcosa di più di un fumetto di arti marziali. Iron Fist è l’ultima spiaggia del post moderno a fumetti, l’ultimo baluardo di una tendenza che pare destinata a morire soffocata dai suoi stessi punti cardine. Al di là della storia e dei meccanismi narrativi (funzionali e ben oliati, come ci aspetterebbe da un narratore abile come Brubaker) è la costruzione dell’immaginario a colpire e a far riflettere. Iron Fist è un fumetto leggero, scorrevole e che vive di cultura pop senza per questo vertere unicamente su citazioni, allusioni, dialoghi fiume o svisate meta narrative. Questo perché le avventure di Daniel Randal sono talmente immerse in quel continuum viscoso conosciuto come immaginario collettivo da perdere ogni connotazione ben definibile, assumendo cosi lo status di "senza tempo." Il team creativo dietro a questa serie (buona parte della riuscita va data anche al maniacale studio degli outfit da parte di David Aja) riesce a tessere una tela ricca di particolari che tutti conosciamo a menadito, impregnandoli al contempo di un feeling talmente moderno e “cool” (passatemi il termine, ma non esiste parola più giusta) da renderli qualcosa di mai visto. Ogni numero costruisce tutto il suo fascino sulla capacità di far convivere contrapposizioni clamorose, rendendolo incapace di invecchiare in qualche nicchia. Iron Fist fornisce al lettore un pacchetto più che fantasioso (città celesti, un Hydra sempre più vicina agli eccessi della Spectre, dragoni, tornei alla Morta Kombat) ma mantiene comunque un feeling urbano e stradaiolo, si basa su un fumetto spiccatamente anni ’70, prende spunto dal pulp degli anni ’40 ma è narrata e disegnata in uno stile moderno e ficcante. E’ totalmente devota all’intrattenimento ma è priva di ogni tipo di ironia, è basata sulle arti marziali ma richiede attenzione per poterne seguire la trama. Un equilibrio precario e difficilissimo da mantenere, ancora più affinato di quanto fatto da Grant Morrison durante la sua run di Batman. Così finisci per vederci di tutto, dalle sortite americane di Bruce Lee ai gongfupian di HK, senza che questi vengano neppure lontanamente chiamati in causa. Che fosse questo il fine ultimo del postmoderno , piuttosto che lo sterile giochino a chi tira in ballo il cult movie più nascosto (o il blockbuster più sopravvalutato da sua maestà nostalgia canaglia)?