sabato 8 novembre 2008

Far East Pop Bonanza pt.2: Shanshui Records




Chiptune, minimal techno, ambient. Se cercate un'etichetta che ridefinisca i limiti di questi tre generi non potete non prendere in considerazione la fenomenale Shanshui Records.



Il nuovo suono cinese è una ventata di aria fresca nel campo della musica elettronica e non mi stupirei se tra qualche anno ci si riferisse a questa realtà come la Warp Records d'oriente. Nell'attesa di quel momento godiamoci me:mo, B6, Sulumi e tutti gli altri artisti del rooster della label pechinese.

venerdì 7 novembre 2008

Frontière(s) di Xavier Gens (Francia/Svizzera/2007)

All’ennesimo clone gettato sul mercato, quanto significato può ancora avere il cosiddetto torture porn? Cosa può apportare al cinema l’ennesima variazione sul tema di Texas Chainsaw Massacre? In una parola, nulla.



Per quanto questo Frontière(s) possa apparire come una poderosa prova di forza del nuovo cinema di genere francese, il retrogusto di plastica è troppo forte per essere ignorato. Non esiste una poetica, un linguaggio, nulla. Tutto quello che questa produzione riesce a mostrare sono i muscoli di uno splatter stupido e, paradossalmente, quasi rassicurante. Non esiste una stilizzazione della violenza, l’amorale processo per cui questa diventa seducente e in qualche modo “bella”, e neppure un reale tentativo di turbare lo spettatore. Che senso può avere inondare il set di emoglobina quando, nonostante le diverse occasioni, non si concede alle protagoniste di spogliarsi oltre il canonico reggiseno? Non è per gusto voyeuristico che si fa questa osservazione, ma per dare la misura di un senso del pudore che permette di mettere in scena amputazioni (sempre quelle, tra l’altro) evitando in ogni modo i territori del sesso.



Una cura formale impeccabile (ma con qualche caduta nel gratuitamente convulso in concomitanza dei frangenti più tesi) va a scontarsi con una mancanza di originalità imbarazzante: in fin dei conti si parla sempre e comunque del solito gruppo di giovinastri che va a incappare nella solita famiglia di cannibali. Con tanto di solito figlio macellaio, enorme e ritardato (ma non malvagio fino in fondo, zzz… zzz…). Ma se nell’horror l’avvio di una vicenda può essere interpretato come scaltro Mc Guffin, rapida corsia di accelerazione verso il vero punctum della rappresentazione, in questo caso è anche il dipanarsi della trama a impantanarsi nell’acquitrino della banalità. Da bastonate nei denti la pioggia catartica sul finale, ancora di più pensando a cosa ci hanno abituato al riguardo autentici fuori classe come Michele Soavi, Park Chan Wook e Bong Joon-ho.



E se i vertici di malattia e disagio del capolavoro Calvaire (tanto per rimanere nella new wave dell’horror francese) rimangono irraggiungibili, anche dal punto dell’estetica della violenza siamo ben lungi dal minimo sindacale. Se nel 1973 Toshiya Fujita riuscì, con il suo Lady Snowblood, a rendere la violazione del corpo come una performance intrisa di eleganza e teatralità (pur mantenendone il carattere inevitabilmente feroce), e nel 2001 Takashi Miike ne sfruttò tutta la potenza simbolica per tratteggiare un sadomasochistico melodramma queer (Ichi the Killer), Xavier Gens non fa che riproporre l’ennesimo Hostel. Senza neppure la scusante dell’artigianalità degli effetti, che almeno avrebbero fatto tanto exploitation.



Person Michele Soavi
Right click for SmartMenu shortcuts

giovedì 6 novembre 2008

Blatta di Ponticelli: presente prossimo (Leopoldo Bloom Editore/2008)

Blatta è un fumetto a cui piace rischiare grosso, sospeso tra il didascalico gratuito e l’acuta interpretazione di quanto reso noto dal sociologo Zygmunt Bauman. Perché quello che attraverso i nostri occhi, viziati nel credersi liberi e privi di autocensure, potrebbe sembrare come la più terribile distopia, filtrato dallo sguardo molle della collettività appare invece come tranquillizzante utopia. Allo stesso modo dell’umanità descritta dallo studioso britannico il protagonista della vicenda rifugge a ogni tipo di decisione, preferendogli una vita immersa in un perenne stato di sospensione. Le scelte vengono rimandate, ogni ragionamento in divenire congelato fino a nuovo ordine. Nulla ha più significato perché perfino un processo irreversibile come la morte può essere annullato. A forza di vivere realtà mediate da un monitor ci si convince che un semplice CTRL+Z possa modificare perfino una delle due certezze della vita. Ed è proprio per tutta questa serie di motivi che, a differenza di quanto narrato nella gran parte delle opere distopiche post 1984, è il protagonista stesso di Blatta a scegliere il suo destino. Paradossalmente sceglie di non scegliere più nulla, ponendosi come unico colpevole della sua disfatta.



Proseguendo per questa strada coraggiosamente antropocentrica (non se ne può più di cospirazioni più grandi di noi) Ponticelli sceglie di dare un taglio contemplativo a tutto il libro, mantenendo comunque sempre al centro di tutto il suo palombaro troppo umano. Il grande formato delle pagine, la scelta di costruire splash page a tre ante, campi lunghi e lunghissimi, tutto pare studiato per schiacciare il lettore in un mondo enorme e spaventoso. Eppure i disperati che popolano le pagine di questa cronaca del dopo bomba riescono a trasmettere emozioni e sentimenti di un’intensità devastante, nonostante il loro volto rimanga sempre coperto. Ponticelli tratteggia anatomie e abitudini di vita con una sensibilità strabiliante, sfruttando il linguaggio del corpo come poche volte è stato fatto nel fumetto. Lampi di umanità ravvivano il grigio implacabile delle pagine.



Un lavoro difficile, che non lesina in colpi al basso ventre, ma non così plumbeo e senza speranza come potrebbe apparire a una prima occhiata superficiale. Da leggere concentrandosi su ogni singola tavola, accompagnati dal ritmo ipnotico dato dalla regia “a sospensione” di Ponticelli.

mercoledì 5 novembre 2008

The Passenger 1: diario di bordo (Passenger Press/2008)

Se dovessi indicare la pubblicazione più “di pancia” dell’attuale panorama fumettistico italiano la scelta cadrebbe senza ombra di dubbio su questo The Passenger. Nato dall’idea di narrare per vignette progetti dimenticati nei cassetti di registi provenienti da ogni parte del globo, The Passenger si presenta come un’esperienza a metà tra il flusso di coscienza e la pagina di diario. A tratti quasi infantile (nel senso più buono possibile) nel suo essere naif, a tratti astratto e ostico come la più elitaria delle pubblicazioni, il primo numero di questo antologico alza ulteriormente il tiro rispetto all’uscita zero, lasciandosi definitivamente alle spalle i territori del già visto. Senza sovrastrutture, senza piani commerciali o studi su quello che potrebbe vendere di più. The Passenger sembra fatto per essere letto unicamente da chi lo produce, tanto il senso di intimità che ci si respira è forte. Eppure le storie presentate sono tante, così come le rubriche o le illustrazioni, e il cast dietro a tutto questo è tanto numeroso quanto cosmopolita.



Tra le pagine di questa uscita troverete parentesi di sogno e storie di vita vissuta, magnifici scarabocchi ed eccessi di minimalismo, giochi di società e viaggi incredibili (anche solo per prendere il bus!). Tutto imbevuto di un’empatia e di una sincerità che rendono ciechi, che costringono chi ha preso parte a quest’impresa (anche) a esagerare nell’interiorizzazione, inducendo quindi nell’errore di non prendere in considerazione chi fruirà di tutto questo. Eppure era proprio Truffaut a indicare come i film più importanti nella filmografia di un regista fossero proprio quelli incompresi dai più, troppo di pancia e visceralmente sentiti dal proprio autore per essere perfetti. Li chiamava “i grandi film sbagliati”, e penso che l’aggettivo grandi non fosse messo a caso.


Neppure se si parla del passeggero.


Cura formale della confezione a livelli di libro di design, riuscendo a rendere un prodotto senza neppure una pagina bianca etereo e leggero come il taccuino di viaggio di un sognatore.

martedì 4 novembre 2008

Femdom di Giorgio Santucci: il corpo al potere (Coniglio Editore/2008)

Santucci avrebbe dovuto dare alle stampe Femdom senza i testi. Perché nella sua arte c’è già tutta la narrazione necessaria, con il fumetto che torna a essere comunicazione visiva pura. Il tratto dell’autore è violento, nervoso, ipercinetico. La ricerca di una poetica contenutistica personale si diluisce nella forza del linguaggio, facendo passare femmine dominatrici e citazioni Meyeriane in secondo piano rispetto al movimento e al ritmo, magnificamente fini a se stessi. Santucci dovrebbe abbandonare del tutto il contenuto per dedicarsi completamente alla forma, descrivere incessanti sequenze marziali o rocambolesche fughe da chissà quale incubo.



Il paragone più immediato è quello con i grandi maestri dell’action cinematografico di Hong Kong, da King Hu fino a Ching Siu Tung. Si prenda il capolavoro The Valiant Ones, un film nullo dal punto di vista narrativo, ma capace di ridefinire in maniera irreversibile il linguaggio del movimento e del corpo nel cinema. Oppure il punto di non ritorno The Blade (di Tsui Hark), con i suoi combattimenti al limite del subliminale. L’azione si fa vorticosa, le inquadrature e i movimenti di macchina narrano più di mille dialoghi verbosi, il cinema basso si fa avanguardia.



Allo stesso modo Santucci impressiona maggiormente nelle sequenze più concitate (vedi l’inseguimento, magistrale, o il combattimento contro il colosso) mentre tende ad appiattirsi nelle sezioni più di genere. Verrebbe da dire meno Rob Zombie e più Liu Chia-Liang. La costruzione delle tavole è perfetta, lo sguardo si muove alla velocità di ciò che si sta narrando. Non esiste tempo di decodifica. Si smette di pensare e si inizia a percepire, esattamente lo stesso spirito che il Maestro Hark infonde nelle sue produzioni da trent’anni a questa parte. Lo spettatore non si chiede cosa stia succedendo, ma lo vive direttamente. Le pagine action di Santucci sono fatte per essere sfogliate in una manciata di secondi, esattamente perché quella è la velocità dell’azione. Le tavole sono scevre da orpelli o fondi ridondanti, la luce descrive muscoli tesi allo spasimo e corpi in balia della forza cinetica. Interessante come l’uso della splash page si ponga all’antitesi di quello fatto da un altro grande del fumetto italiano, Alberto Ponticelli. In entrambi i casi l’uso di questa tecnica è perfetto, ma in un caso è sfruttato per accelerare il ritmo (Santucci) mentre nell’altro si ha una sensazione di sospensione del tempo.



Una prova di forza notevole, una dimostrazione delle potenzialità del linguaggio fumetto, l’ennesima conferma per uno dei più talentuosi disegnatori italiani. E ora aspettiamo Gangs, in copia con il prode Crippa.

lunedì 3 novembre 2008

David Murphy 911 (di Recchioni & Cremona): Last Action Hero (Panini/2008)

David Murphy è il miglior personaggio a fumetti nato in Italia negli ultimi anni. Non la miglior serie o il miglior fumetto in senso lato ma, ripeto, il miglior personaggio. Nato da una tanto geniale quanto elegante riflessione meta narrativa (che per una volta non fa rima con Tarantino, anzi…) di Recchioni e Cremona, la nuova creatura dei Nostri riesce a dare una profondità concettuale inedita a un filone bistratto come l’action puro. Autentica miniera di situazioni al limite, epicentro di una certa narrativa d’accumulo e perfetta superficie bidimensionale su cui costruire linguaggi e riflessioni inedite.



David Murphy narra la nascita di uno dei protagonisti (anzi, del protagonista) di questo genere, personaggi riconducibili il più delle volte ad autentiche calamite per sventure, sempre perfetti nel loro essere fuori luogo. A dimostrazione di questo, il Nostro è capace di fare tutto (ma non ha idea di come), rischia la pelle in continuazione (ma pare fatto di gomma) e vorrebbe sempre essere da un’altra parte. Un eroe dallo sguardo perennemente perso, maestro dell’improvvisazione, completamente privo di ombre. E proprio qui troviamo la novità più grande: dopo due decadi di bastardi cinici e infami ecco riapparire sulla scena l’eroe. Quello privo di retorica, apolitico e orso quanto basta. Uno che risolve la situazione solo perché qualcuno lo deve pur fare. Un’autentica boccata di ossigeno e un rovesciamento magistrale dell’atipicità ormai di maniera.



Il primo albo dei quattro è molto meno televisivo o cinematografico di quello che ci aspetterebbe, restituendo al fumetto la spettacolarità e la propensione alla sospensione dell’incredulità che gli compete. Il ritmo, grazie alla costruzione del flusso temporale a incastro e alla regia delle singole sequenze, è vertiginoso. Peccato per un certo gusto verso la citazione forzata, soprattutto in un contesto talmente archetipico che dovrebbe fuggire alla tentazione del richiamo proprio per diventarne oggetto, e per certe cessioni eccessive a un gusto troppo codificato su parametri US per il palato del fumettaro italico.



In conclusione, David è una delle più riuscite fusioni tra alto e basso che il fumetto recente ricordi, un tour de force narrativo che miscela spettacolarità, gratuita solo a un livello superficiale, e studio approfondito. La coppia di autori riesce così a dare vita a un personaggio che, per definizione, avrà sempre qualcosa da dire. Speriamo che alla Panini invece non bastino quattro albi.