martedì 19 luglio 2011

Cartoline dal Bandcamp: Cognitive Dissonance





Come ho già detto è un periodo bello pieno. Questo non mi impedisce di segnalarvi la perla qui sopra, per ora mio personalissimo disco dell'anno. I meriti sono i soliti: intransigenza, ignoranza, menefreghismo assoluto. Menzione d'onore anche per la piattaforma a cui si appoggiano i Nostri: Bandcamp. Zero chiacchiere, amicizie, profili funambolici, classifiche dettate da chissà quali parametri, twitter, cazzi e mazzi. Solo musica e ogni strumento possibile per poterla diffondere (streaming gratuito con sistema di condivisione, versioni scaricabili a pagamento, link diretti agli store on line di ogni band,...). Grandioso, ci si perdono le ore a vagare tra una bomba e l'altra (vedi questa, questa o questa).

venerdì 15 luglio 2011

The Underwater Love: un trait d'union tra Tokyo Gore Police e In the Mood for Love



Prendi uno dei più incensati autori pinku-eiga di sempre, forniscigli un cast tecnico che vanta il regista di Tokyo Gore Police come responsabile degli effetti speciali e sua maestà Christopher Doyle (collaboratore abituale di Wong Kar-wai, Gus Van Sant, Pen-Ek Ratanaruang, Peter Chan oltre che autore dell'immortale paletta colori di My Heart Is That Eternal Rose, capolavoro di Patrick Tam) a gestire la fotografia. Poi dagli solo cinque giorni per girare un soft-porno musicato da una electro band tedesca.



Riflettete su quello che avete letto e provate a domandarvi ancora una volta perché la gente si interessi tanto al cinema asiatico.

mercoledì 13 luglio 2011

Fanzine black metal per un pubblico white trash: Hate Fuck




Give Up è un tizio piuttosto attaccato alle vecchie abitudini. Nonostante ormai certi strumenti siano accessibili a tutti, lui preferisce continuare ad affidarsi alla nostalgica combo colla+forbici+fotocopiatrice. Partendo prevalentemente da fotografie scattate da lui stesso, tutte dallo spiccato (e inedito) gusto a metà tra street art e black-metal. Con il passare degli anni la sua arte ha trovato diverse applicazioni, dalle affissioni clandestine per le strade di Austin (TX) alle copertine di dischi (fuori anche per Deathwish, mica bruscolini) e abbigliamento. Un percorso artistico sghembo e irrispettosamente trasversale, capace di unire sotto lo stesso ombrello sottoculture e scuole di pensiero altrimenti agli antipodi. Tutto, rigorosamente, all’insegna della bassa fedeltà.



Hate Fuck è la fanzina autoprodotta da Give Up, composta prevalentemente dagli avanzi delle sue produzioni ufficiali. Fotocopiata (con tanto di bordino bianco) come vuole la tradizione più underground, senza per questo rinunciare a qualche inserzione da volumetto d’arte (pagine trasparenti, serigrafie, inchiostri metallizzati). I contenuti spaziano per tutto il solito armamentario a base di caproni e croci rovesciate, passando per fotografie di tralicci, armi da fuoco, scene di vita da suburbia e animali incazzosi. Hate Fuck pare partire dal cartello in apertura al Gummo di Harmony Korine, con quel gotico da esoterismo nord europeo a sovrapporsi allo squallore del white trash statunitense.



Una versione più sincera è profonda delle provocazioni alla Odd Future Wolf Gang Kill Them All, tanto pompate dalla stampa indie\patinata statunitense. Perfetto per capire al meglio la poetica di Give Up il volume mammoth da 434 pagine Collection 1, ristampa ragionata e commentata (da lui stesso) delle prime sette uscite della fanzina (su 10 totali). Una maratona tra bianchi e neri sgranati, intarsiati da esoterismo spicciolo e malessere provinciale. Spesso puerile e irrisolta nella sua urgenza di risultare artistica, molte altre volte perfetta nel definire un’estetica nera e paludosa.



Give Up è l’anello di congiunzione tra i vecchi flyer grindcore, le suggestioni stradaiole più in voga, la moda del satanismo da quattro soldi e l’autoproduzione un pochetto snob. A sua discolpa non ci si può non accorgere che nei territori del trendy ci è finito perché gli è cambiato il mondo attorno, non viceversa. La genuinità del texano è palese. E poi ci vuole veramente poco per comprarmi: basta farcire il pacco degli acquisiti con poster fotocopiati, spille, adesivi e cartoline in omaggio. Proprio come si faceva una volta, quando si compravano i vinili delle peggio band da una parte all’altra del pianeta.






lunedì 11 luglio 2011

GlitchHiker, il videogioco che non esiste più





Vi piacerebbe perdere qualche ora con il giochino qui sopra? Mi spiace, ma non è più possibile. GlitchHiker nasce infatti come videogame performativo. Peggiore la partita, maggiore la quantità di errori generati dal software (i famosi glitch). Fino all'estrema conseguenza: l'auto-cancellazione del videogame. Cosa, guarda caso, puntualmente avvenuta. Il video sopra è, a oggi, una delle pochissime testimonianze dell'esistenza del programma, presentato alla Global Game Jam 2011 (dove ha vinto premio della giuria e del pubblico).

venerdì 8 luglio 2011

Beavis & Butt-head live action: Fubar 2 di Michael Dowse (Can/2010)



fubar or FUBAR
(US, slang) Fucked up (or, bowdlerized, fouled up) beyond all recognition (or beyond all repair).
(US, slang) Fucked up but all right (flawed but working nonetheless).


Prendi una narrazione alla Arrested Development. Sostituisci Michael Bluth con due Beavis & Butt-head ultratrentenni. Ambienta il tutto in una raffineria di Fort McMurray (Canada). Da questi presupposti sviluppa la classica trama da fiaba natalizia, con un cancro ai testicoli al posto delle varie apparizioni spettrali. Questo, in pochissime parole, è Fubar 2.


A tratti sgradevoli come solo un Sacha Baron Cohen era riuscito a essere, le nuove avventure di Terry e Deaner ci arrivano come più vere del vero. Complice una costruzione dei personaggi perfetta, evidentemente modellata sulle esperienze personali degli sceneggiatori (il regista e i due protagonisti). Fubar 2 finisce per coinvolgere proprio per la sua capacità di fondersi con l’adolescenza media di ognuno di noi. I litigi con il migliore amico appena fidanzato (o viceversa), le prime (traumatiche) esperienze nel mondo del lavoro (sopratutto se extra-ufficio/studio), le sbronze, le stupidaggini, il compare di bravate sempre oltre il limite dell’autodistruzione, le droghe e il futuro che, tutto d’un tratto, diventa presente. Volenti o nolenti.


Passaggi comuni a un larga fetta della popolazione, solitamente vissuti sulla propria pelle dai maschietti e osservati dall’esterno dalle ragazze della compagnia. E proprio l’empatia che si viene a creare con lo spettatore medio permette al regista Michael Dowse di prendersi la libertà di un finale conciliante e, a modo suo (molto a modo suo), dolce. Per quanto mi riguarda, pensare alla mia adolescenza e scriverne un film con una conclusione tragica non sarebbe esattamente la mossa più onesta che potrei fare. Meglio ricordare quei tempi sconsiderati e convincersi che, nel bene e nel male, se oggi siamo persone felici deriva anche da come li abbiamo vissuti.


Tornando alle caratteristiche più prettamente filmiche siamo agli antipodi dei vari Old School o Una Notte da Leoni. L’umorismo pone l’accento sull’indole autodistruttiva dei nostri eroi, ritraendoli spesso e volentieri in condizioni rovinose. A differenza delle pellicole di Todd Phillips (come in qualsiasi altra commedia statunitense sul genere) non c’è redenzione per Terry e Deaner. Le droghe e l’alcool si consumano sullo schermo, senza moralismi. Spesso sono parecchio divertenti, altre volte hanno conseguenze molto meno piacevoli. L’ignoranza monumentale dei protagonisti fa ridere proprio per via della sua ingiustificabile forza d’urto e dell’imbarazzo che questo provoca allo spettatore. Non ci sono dialoghi da imparare a memoria o spezzoni da caricare da YouTube. La morte del cool.


Il minimo che ci potevamo aspettare da quei due perdenti sulla locandina.


Da segnalare un meraviglioso omaggio al compianto Ronnie James Dio, esilarante e triste (come tutto il film) allo stesso tempo.



mercoledì 6 luglio 2011

Punk, birre magiche ed editoria canadese: Black Mass di Patrick Kyle




In rete lo si definisce come il miglior fumetto indipendente canadese. Black Mass racconta le bizzarre avventure di Turdswallo Blackteeft nel mondo del punk magico (giuro!), esce fotocopiato in b/n e sfoggia una bella copertina serigrafata. Per il resto è il tipico fumetto disegnato appositamente male, strumento privilegiato dai moderni fanzinari per camuffare un’invidiabile coerenza creativa. Folle la sceneggiatura, assurdi i disegni, inintelligibile il messaggio. Si ride parecchio e si respira a pieni polmoni quell’atmosfera da cialtroni artsy fartsy della prima metà degli anni ’90. Anche gli stessi protagonisti paiono non aver nulla di meglio da fare se non puzzare, bere e partecipare ad annoiati raduni musicali. A tutto questo si innesta una delirante trama fantasy a base di malvagi spiriti alla ricerca di nuovi corpi da occupare, mistici manufatti da recuperare (una bottiglia di birra capace di tramutare chi ne beva il contenuto nel punk perfetto) e un sacco di altra roba fuori contesto (e spesso incomprensibile, viste le tavole). Onestamente il tutto potrebbe risultare ancora più ficcante con qualcuno che limitasse l’autore Patrick Kyle, spesso e volentieri fin troppo sopra le righe.


La realtà è che siamo in pieno territorio Vice-generation (magazine che, guarda caso, nasce proprio in Canada), quindi di un reale miglioramento non frega niente a nessuno. Per quanto Black Mass sia piacevole e divertente, sicuramente valevole dei 5 dollari investiti, siamo lontani dal genuino senso di sfida alle major di un The Adventures of Dr. McNinja. Uno dei pochissimi eredi di quella formidabile generazione nata con la coppia Kevin Eastman\Peter Laird e proseguita con l’avvento di Maestri seminali come Stan Sakai. Non per nulla quello di Chris Hastings è un progetto partito come orgogliosa autoproduzione e ora, alla faccia di tutti i detrattori, esce con il bollino Dark Horse in copertina. Mentre l’autore sceneggia per Marvel (su Deadpool).


Quello di Black Mass invece è un underground che si crogiola nel suo status quo, senza antagonismo ma senza neppure puntare al mainstream. Lo si potrebbe quasi definire un genere a sé, criticabile quanto si vuole eppure dotato di una fisionomia e di un’identità inconfondibili e ben ratificate. Una trasparenza di carattere. Non la fanzina grindcore indonesiana additata come rip-off per aver piazzato 11 copie, e neanche l’autoproduzione snob che (zitta zitta) punta alla ribalta dei salotti buoni. Proprio come i suoi protagonisti Black Mass veste un ruolo di ribelle senza fare nulla per meritarselo. E senza porsi, per questo, nessun tipo di problema.

lunedì 4 luglio 2011

E se Haneke girasse il remake de L'attimo fuggente? Confessions di Tetsuya Nakashima (Jp/2010)



Confessions è la prova cristallina che non si guarda mai abbastanza cinema giapponese. In nessun altro paese al mondo sarebbe stato possibile girare un rape’n’revenge di estrazione autoriale capace di condensare tutto il grosso della trama nella prima mezz’ora (un lunghissimo monologo) e di spendere la restante ora e dieci nel raccontare le conseguenze di quei primi, laceranti minuti. Senza contare che almeno la metà del film in questione è girata al rallentatore. E il resto ha la voce off. Tutto contraddistinto da una cura formale al limite del maniacale, sospesa tra clip musicale e la video arte di Jesper Just. Mica male da un regista conosciuto per quella divertente sciocchezza di Kamikaze Girls (di cui mi ricordo solo una parodia geniale degli Yakuza Papers di Fukasaku) e per il già più memorabile Memories of Matsuko.


Confessions è una storia di vendetta lenta e glaciale, agli antipodi di quelle portate avanti dalla furia di Meiko Kaji nei suoi film. Già il fatto che le vittime di un simile trattamento siano ragazzini di 13 anni (a loro volta boia di una creatura ancora più giovane) dovrebbe far riflettere sull’essenza di questo lavoro. La sensazione è quella che il regista Tetsuya Nakashima voglia rimanere sospeso tra l’estetica dell’amoralità di un Park Chan Wook e lo sguardo clinico sul male di Haneke, tutto all’interno di un contesto ricco di risvolti politici come il sistema educativo giapponese. Il risultato è un film fin troppo aderente al ruolo che vuole ricoprire (il piccolo genio cerebrale e inquietante). Perfino la sceneggiatura a prova di bomba (tutto quello che succede nel film trova motivazioni e spiegazioni nel corso della prima mezz’ora, chirurgicamente) pare quasi un fardello più che un punto a favore. Poi ci sono i picchi visionari, dalle inquadrature della pioggia al rallentatore alle esplosioni mandate al contrario. Gli stacchi comici messi lì solo per chiuderti lo stomaco, le immagini sfuocate, la pellicola invecchiata accanto all'altissima definizione (a immortale una fotografia da set fotografico in sala operatoria). I lunghissimi feedback di chitarra a fare da colonna sonora e un inedito dei Radiohead per i picchi di lirismo (niente battute, funziona da Dio).


Il risultato è un film della potenza di una bomba atomica, raffinato in ogni suo particolare e che scorre velocissimo, nonostante un montaggio tutto basato sulla sospensione e una sceneggiatura che non si fa problemi a rimbalzare avanti e indietro come una pallina da ping-pong. Apprezzabilissima l’assenza totale di morale o moralismi. Si finisce per provare empatia per un infanticida e si condanna la sua aguzzina. Ancora una volta ci ricordano come il male abbia sempre base nel nostro passato.


E il problema dove sta? Sta nel fatto che il rape’n’revenge nasce come filone bestiale, destrorso e volutamente fuori controllo. Da questo punto di vista Confessions si collega direttamente alla trilogia della vendetta del già citato Park Chan Wook. Che però, si noti bene, aveva già pagato il suo pegno ai classici del genere con il primo capitolo della sua opera. Sympathy for Mr. Vengeance non era che pura furia nichilista, un plotone d’esecuzione dove tutti finiscono a terra. La base da cui si sarebbe sviluppato tutto il discorso indispensabile per arrivare alla sua controparte femminile. Partendo da un film onesto e brutale il regista sud coreano è ginuto al suo capolavoro, passando per il filtro commerciale del capitolo intermedio. Tetsuya Nakashima scavalca questo passaggio e si dimentica di Christina Lindberg, di Enrico Maria Salerno, dei coniugi Collingwood, della prigioniera #701 e si passa subito alla Jeanne Moreau della Sposa in Nero di Truffaut. Tradotto per chi non sa leggere tra le righe: manca la pancia. Manca Fabio Testi che agita come un primate il suo fucile a pompa ancora fumante. Manca il “That's okay. I don't either” di Dustin Hoffman. Manca il piacere (solo quello) di vedere qualcosa di fondamentalmente sbagliato andare come dovrebbe andare. Motore primo, questo, di tutti i film sulla giustizia sommaria.


Quello che rimane alla fine è un gran lavoro dove e forma e contenuto si sposano alla perfezione. Proprio come il suo protagonista anche l’insieme pecca di supponenza e finisce per mancare il bersaglio. Poco male perché, a parte il vago retrogusto di compitino studiato a tavolino, si perde il conto dei momenti da mascella a terra già pochi minuti dopo l’avvio della pellicola. Puro humus per il cervello. Da recuperare assolutamente.