
Stria ha mille difetti: passaggi frettolosi, situazioni già viste, psicologie spesso non all’altezza. Eppure rimane una lettura a cui non avrei mai rinunciato. Il motivo è semplice: Simeoni è riuscito a creare una storia profondamente e inconfondibilmente italiana. E in senso buono, per una volta.
Si parla di un horror che non sta a metafora di nulla (se non dell’ineluttabilità del male stesso) ambientato in una porzione della provincia italiana poco sfruttata dai generi. Se il profondo sud non poteva essere rappresentato meglio che da Lucio Fulci nel suo Non si sevizia un paperino, la Bassa padana ha avuto la sua consacrazione con le pellicole del Maestro Avati. Qui invece abbiamo le montagne e le vallate del Nord, un set dalla fisionomia ambientale e dalla fauna umana che hanno ben poco da invidiare a un Deliverance Boormaniano (fidatevi, ci vivo). Le distese di boschi, la chiusura dei centri abitati e la presenza severa delle cime montuose contribuiscono da sempre a creare un humus perfetto per leggende e miti strettamente legati alla morte e al terrore di ciò che non si conosce. Gigi Simeoni pare averlo capito benissimo e ce lo urla in faccia fin dalla fantastica cover (a metà tra Calvaire e Resident Evil 4, non a caso due capisaldi della cultura horror moderna) di questo suo ultimo lavoro.
Fino a poche pagine dalla conclusione Stria è un fumetto solido, superiore alla media della produzione italiota, ma nulla per cui ululare al miracolo (escludendo alcune tavole clamorose e la già citata cover, che andrebbe esposta in una galleria d’arte). Poi ci si avvia verso il finale e si realizza la vera portata dell'opera. Non stiamo leggendo un fumetto horror, con le esagerazioni del caso e tutte le sospensioni dell’incredulità richieste da una vicenda apparentemente soprannaturale. Stiamo leggendo un fumetto dell’orrore. Proprio come succedeva nel Paperino Fulciano o ne La Casa dalle finestre che ridono di Avati. Oltre all’ambientazione ecco un’altra sfaccettatura prettamente legata alla nostra nazione e alla sua cultura.
Nella produzione italica il cinismo non è certo roba da post-moderno: abbiamo esaltato i criminali nei fumetti neri, demolito l’ultimo mito moderno nello spaghetti western, amplificato la portata exploitativa di ogni genere portandolo al limite e abbandonandolo solo dopo averlo ridotto a brandelli (il poliziesco, il thriller,…). Pare che ogni forma di narrazione popolare sviluppata in Italia debba giocare al ribasso, incapace di concedersi il lusso della fantasia sfrenata e dei suoi picchi visionari (si parla di genere, non mi si tiri fuori Fellini). Un male? Vedendo come all’estero viene celebrato il nostro immaginario degli anni d’oro, quasi sempre accompagnato e impreziosito da aggettivi riconducibili a un campo semantico fatto di ruvidezza e sporcizia, direi di no. Abbiamo a che fare con un’altra immagine del Paese del Sole. Si parla di pistoleri che si trascinano sulle spalle una bara da morto, di pattuglie di vigilanti più violenti degli stessi criminali, di incesti necrofili e lager dove si torturano ragazze nude senza scopi apparenti. Tanto per fare qualche esempio a caso.
Stria gioca per tutto il tempo all’ennesima variazione del soprannaturale privo di spiegazioni logiche. Poi si ricorda da dove viene e ci riempie la bocca di fango, sbattendoci faccia a terra. Sarà sicuramente meno originale ed evocativo, meno ricco di letture e stratificazioni. Ma colpisce alla bocca dello stomaco come nessuna metafora d’autore saprebbe fare.






