lunedì 13 giugno 2011

[Tra orrore e horror c'è una bella differenza] Stria di Gigi Simeoni



Stria ha mille difetti: passaggi frettolosi, situazioni già viste, psicologie spesso non all’altezza. Eppure rimane una lettura a cui non avrei mai rinunciato. Il motivo è semplice: Simeoni è riuscito a creare una storia profondamente e inconfondibilmente italiana. E in senso buono, per una volta.


Si parla di un horror che non sta a metafora di nulla (se non dell’ineluttabilità del male stesso) ambientato in una porzione della provincia italiana poco sfruttata dai generi. Se il profondo sud non poteva essere rappresentato meglio che da Lucio Fulci nel suo Non si sevizia un paperino, la Bassa padana ha avuto la sua consacrazione con le pellicole del Maestro Avati. Qui invece abbiamo le montagne e le vallate del Nord, un set dalla fisionomia ambientale e dalla fauna umana che hanno ben poco da invidiare a un Deliverance Boormaniano (fidatevi, ci vivo). Le distese di boschi, la chiusura dei centri abitati e la presenza severa delle cime montuose contribuiscono da sempre a creare un humus perfetto per leggende e miti strettamente legati alla morte e al terrore di ciò che non si conosce. Gigi Simeoni pare averlo capito benissimo e ce lo urla in faccia fin dalla fantastica cover (a metà tra Calvaire e Resident Evil 4, non a caso due capisaldi della cultura horror moderna) di questo suo ultimo lavoro.


Fino a poche pagine dalla conclusione Stria è un fumetto solido, superiore alla media della produzione italiota, ma nulla per cui ululare al miracolo (escludendo alcune tavole clamorose e la già citata cover, che andrebbe esposta in una galleria d’arte). Poi ci si avvia verso il finale e si realizza la vera portata dell'opera. Non stiamo leggendo un fumetto horror, con le esagerazioni del caso e tutte le sospensioni dell’incredulità richieste da una vicenda apparentemente soprannaturale. Stiamo leggendo un fumetto dell’orrore. Proprio come succedeva nel Paperino Fulciano o ne La Casa dalle finestre che ridono di Avati. Oltre all’ambientazione ecco un’altra sfaccettatura prettamente legata alla nostra nazione e alla sua cultura.


Nella produzione italica il cinismo non è certo roba da post-moderno: abbiamo esaltato i criminali nei fumetti neri, demolito l’ultimo mito moderno nello spaghetti western, amplificato la portata exploitativa di ogni genere portandolo al limite e abbandonandolo solo dopo averlo ridotto a brandelli (il poliziesco, il thriller,…). Pare che ogni forma di narrazione popolare sviluppata in Italia debba giocare al ribasso, incapace di concedersi il lusso della fantasia sfrenata e dei suoi picchi visionari (si parla di genere, non mi si tiri fuori Fellini). Un male? Vedendo come all’estero viene celebrato il nostro immaginario degli anni d’oro, quasi sempre accompagnato e impreziosito da aggettivi riconducibili a un campo semantico fatto di ruvidezza e sporcizia, direi di no. Abbiamo a che fare con un’altra immagine del Paese del Sole. Si parla di pistoleri che si trascinano sulle spalle una bara da morto, di pattuglie di vigilanti più violenti degli stessi criminali, di incesti necrofili e lager dove si torturano ragazze nude senza scopi apparenti. Tanto per fare qualche esempio a caso.


Stria gioca per tutto il tempo all’ennesima variazione del soprannaturale privo di spiegazioni logiche. Poi si ricorda da dove viene e ci riempie la bocca di fango, sbattendoci faccia a terra. Sarà sicuramente meno originale ed evocativo, meno ricco di letture e stratificazioni. Ma colpisce alla bocca dello stomaco come nessuna metafora d’autore saprebbe fare.

domenica 12 giugno 2011

mercoledì 8 giugno 2011

Ricetta per l'italico rinascimento

IGDA Italia & Global Game Jam 2011 from paolo pedercini on Vimeo.





Dal blog del sempre attento Matteo Bittanti una videocartolina di Molleindustria. Nonostante tutto il video sia estremamente interessante la vera ricetta per un rinascimento della cultura italiana la si trova a 6:14 (si parla di videogiochi, ma il messaggio dovrebbe essere chiaro lo stesso). Era ora che in un paese dove tutti si millantano professionisti (in un industria dell'intrattenimento che praticamente non esiste) arrivasse qualcuno a dire una cosa simile (non vi dico cosa, così vi guardate il video. Starà poi a voi traslare il concetto nel campo che preferite).

Perchè amo il Nord Europa



(sopportate il terribile spot videoludico, poi parte il trailer vero)


Perché solo da un popolo superiore poteva arrivare una commedia romantica che parla di fan di Takashi Miike, piena di umorismo metalinguistico che riesce ancora a fare ridere (tirandosi addosso un bel pò di merda) e con una combo drago di cartapesta/sangue finto/tette al vento già inserita nel trailer.


Il minimo che ci tocca fare per ringraziare questo grande popolo è comprarci una di queste (se non capite la gag non siete true & grim).

lunedì 6 giugno 2011

[Pyunologia pt.6] Alien from L.A. di Albert Pyun (US/1988)



Perché la storia (anche quella del cinema) non è fatta solo da chi sta in cima. Anzi, spesso è proprio dal basso che arrivano gli scossoni più interessanti. Basta saperli sentire. Partendo da questo presupposto ho maturato la decisione di recuperare l’opera omnia di uno dei registi più (ingiustamente) vituperati di sempre: Albert Pyun. Parte così Pyunologia, percorso in una poetica da VHS.


Indiana Jones + Blade Runner + Mad Max + teen movie avventuroso anni ’80 = Alien from L.A.


L’ennesima sortita nel (meravigliosamente) sconclusionato fantastico di Albert Pyun riesce ancora una volta, nonostante attori/sceneggiatura/budget ben sotto il livello di guardia, a regalarci qualche frangente di pura delizia visionaria.


Los Angeles. Wanda Saknussemm è una ragazza petulante e logorroica. Nello stessa giornata nera viene lasciata dal fidanzato per mancanza di senso dell’avventura e riceve una lettera dall’Africa. La missiva la informa della scomparsa del padre, un illustre archeologo. Priva di motivi per restare a Malibu e desiderosa di dare una scossa alla propria vita decide di lasciare gli Stati Uniti e indagare di persona sull’accaduto. Una volta arrivata al campo allestito dal padre finisce tempo zero in un pozzo, facendo un volo di decine di metri. Atterrata sulla nuda roccia si rialza come se nulla fosse e si avvia verso la sua avventura nel mondo del sottosuolo. Il piano è semplice: raggiungere la città di Atlantide, ritrovare il padre scomparso e tornare alle assolate spiagge della California.


L’unico vero motivo di interesse della pellicola è la città sotterranea. Folle incesto tra la Los Angeles di Blade Runner e un impianto minerario in decadimento. Vapori, fiumane di gente vestita in maniera bizzarra, megaschermi e mezzi di trasporto realizzati saldando assieme qualche pezzo di lamiera arrugginita. Albert Pyun sfrutta i quattro soldi messi a disposizione della produzione in maniera miracolosa, arricchisce la civiltà di Atlantide con le solite abitudini astruse e lavora parecchio sui costumi. Partendo unicamente da materiali di seconda mano il regista hawaiano riesce a generare un mondo fresco e affascinante, dimostrandoci ancora una volta la sua capacità di plasmare l’immaginario di una generazione a suo piacimento.


L’impressione è sempre quella, sospesa tra banalità da microproduzione STV e pura energia visionaria. Summa di tutto quello che si era già visto al cinema e di tutto quello impossibile da vedere fuori da una pellicola dell’uomo dietro cult come Cyborg e La Spada a Tre Lame.


A livello di scrittura siamo alle prese con un potpourri fuori controllo di tutti i personaggi tipici del teen-movie d’avventura anni ’80: la protagonista bruttina e outsider (che durante l’avventura tornerà a credere in se stessa, diventando automaticamente anche bella e ambita), l’aiutante burbero ma dal cuore tenero, lo scavezzacollo impavido e passionale, lo scienziato reietto che finalmente riuscirà a dare un senso alle ricerche di una vita, il genitore assente (ma solo per il bene della figlia). E naturalmente i soliti antagonisti paranoici, capaci di vedere nella povera Wanda una spia aliena.


Alien from L.A. è l’ennesimo tassello di un immaginario bambinesco e totalmente libero. Spesso imperfetto, pieno di riferimenti ad altre opere eppure pregno di una visione profondamente personale e sentita da parte del regista. Il vero capolavoro di Albert Pyun è la sua filmografia in toto, quello che rappresenta in un contesto produttivo come quello cinematografico. Inutile chiedersi se il film in questione sia un titolo da recuperare a ogni costo. Il vero Pyunologo ha già la risposta in testa.


venerdì 3 giugno 2011

[Defenders of the hate] Anal Cunt - Fuckin'A (2011/Patac Records)



Le ha prese (letteralmente) dai Six Feet Under, dagli Hatebreed e dai roadies degli Hatebreed. Ha inciso un disco di 5643 canzoni. E’ stato etichettato come omofobo, razzista, antisemita e violento nei confronti delle donne. Ha scritto canzoni in cui prendeva per il culo le persone in coma. Poi in coma ci è finito lui, per un overdose di crack, alcol e sonniferi. Dopo essersi ripreso ha tenuto concerti in stato semivegetale (legato a una sedia) e ha continuato comunque a cantare simpatiche canzoni come “You are in coma” (appunto). Il tutore ortopedico della sua riabilitazione fisica è stato acquistato da Matthew Barney. Ha prestato la sua voce ai dischi di Pantera, Brutal Truth e Eyehategod. Ha dato vita a una delle peggiori band della storia, censurata fin dal logo (una vagina e un ano). Ha inciso dischi di black metal acustico (in cui suonava anche la batteria, battendosi i pugni sul petto) ed è riuscito a trovare una distribuzione mondiale alla tonnellata di rumore inciso negli anni (dopo tutto gli Anal Cunt erano sotto l’egida della Earache degli anni d’oro), coltivando costantemente l’hobby di inviare i promo dei suoi lavori a magazine che l’avrebbero sicuramente stroncato.


Dite quello che volete ma è innegabile che Seth Putnam sia ormai assorto allo status di icona pop.


Troppo caricaturale e sguaiato per essere realmente pericoloso, lo si può considerare senza problemi come la versione cartoonesca di GG Allin. Da qui tutta la curiosità venutasi a creare attorno alla sua trionfale rentrée sul palcoscenico mondiale, questo “Fuckin'A”.


Urticante presa per il culo del più becero cock-rock si stampo statunitense, si conferma il primo disco degli A.C. con una parvenza (seppur spastica) di musicalità. Tecnicamente elementare, registrato come un demo su cassetta, privo di qualsiasi forma di riff originali o perlomeno non telefonati. A parte uno squallido “I'm gonna give you AIDS” anche i testi paiono concentrarsi più sui cliché del rock’n’roll che sulla consueta misantropia. Allora perché parlarne? Perché è un lavoro degli Anal Cunt.


NESSUNO lo comprerà ma chiunque abbia in casa un qualsiasi disco più peso dei Metallica finirà per scaricarselo e farlo sentire agli amici. Ridendo a denti stretti della totale mancanza di talento di un personaggio che è riuscito a entrare nella storia (vedi la lista a inizio post) proprio perché forte (e certo) di questo.


Seth Putnam è il pagliaccio offensivo che abbiamo avuto tutti in classe almeno una volta. Quello che alle feste finisce sempre per esagerare. La mina vagante che prima o poi finisce per far male a chiunque. Non si può dire che gli vuoi bene, però alle sue trovate da mongoloide ci ripensi sempre volentieri. Tanto basta.

giovedì 2 giugno 2011

A proposito del ritorno all'ostilità...







...di cui parlavo qui, ecco a voi i simpaticissimi e gradevolissimi lavori di Jérome Zonder. Tutta roba che quella fucina di malvagità dei fratelli Chapman ha già partorito (e, nel suo piccolo, anche Jakob Johnsen). Lo sappiamo tutti. Però fa sempre piacere vedere un pò di pura e irresponsabile cattiveria esposta sui muri di una galleria d'arte.