giovedì 24 settembre 2009

Blu + David Ellis = Capolavoro (e questa volta non esagero)





Che si sappia, io considero Blu e Nicola Verlato il futuro dell'arte "alta" italiana. Due geni, due modi di esprimersi totalmente all'opposto. Se il secondo sta portando a fondo un discorso su di una sorta di nuova arte sacra virata al pop, il bolognese Blu invece preferisce spostare un bel pò più in la i limiti espressivi della street art. Guardatevi il filmato sopra (realizzato in una settimana con l'aiuto di David Ellis) e sentitevi minuscoli. Non dovete avere vergogna, è una reazione naturale.

mercoledì 23 settembre 2009

Botte dal mondo: Marantau di Gareth Evans (Indonesia/2009)





Se il muay thai vi ha già stancato, se gli elefanti di Tony non vi dicono ancora nulla, allora arriva dall'Indonesia un nuovo modo per far del male alla gente: il silat. Tanto per farvi capire di cosa si tratta ecco cosa dice Wiki:



La Pentjak Silat è un' arte marziale usata dal popolo indonesiano durante la tentata conquista da parte degli olandesi.



Sconosciuta agli occidentali fino al 700, la Silat è caratterizzata da colpi devastanti, brutali, che prediligono l'efficacia, alla bellezza di esecuzione della tecnica. Vengono usate sia tecniche di pugno, calcio, gomiti, ginocchia e dita negli occhi, ma quello che caratterizza questo tipo di combattimento è l'uso di tecniche di rottura articolari ad impatto (non per trazione o compressione, statiche, come in altre arti come ju-jitsu o Jūdō). Nel silat si assumono spesso posizioni di guardia apparentemente contorte, difficili da apprendere, ma che una volta diventate abituali permettono l'esecuzione di colpi rapidi e potenti. Tipica è la posizione accovacciata, stabile quando si è a piedi nudi nella foresta umida e scivolosa, a cui spesso viene abbinato l'uso del caratteristico coltello (karambit) usato su linee basse per tagliare i tendini degli arti inferiori, rendendo l'avversario inoffensivo. Diverse tecniche sono state prese in considerazione da molti esperti di sistemi di combattimento moderni e di difesa personale, ed è spesso appreso insieme al kali filippino.



A presto per aggiornamenti sul dvd.

martedì 22 settembre 2009

[capolavori] Cable - The Failed Convict (The End/2009)




Tornano in silenzio e piazzano un’uscita nella miglior cinquina dell’anno. Senza mezze misure, regalandoci una lezione magistrale in southern rock (sotto Rohypnol). Lenti, sofferti, straziati da distorsioni e rallentamenti quasi post core. Assieme a Coalesce, Mastodon e Agoraphobic Nosebleed un’altra testimonianza importante del suono pesante (nell’accezione che lascia il segno) in questo 2009. Meno abrasivi delle altre proposte (a eccezione dei progsters di Atlanta) ma carichi di un’inspirazione fisica e concreta tale da permettergli di pubblicare un lavoro che è la summa della loro poetica. Più equilibrati e maturi delle loro sortite precedenti, in un certo senso piacevoli nel loro crepuscolo umorale. Questa è la colonna sonora di scenari ormai cliché come paludi e la provincia profonda, ancora terribilmente efficaci nonostante la sovraesposizione. Ottimo antidoto alla corrente calata new death che, sebbene ricca di esempi meritevoli, pare essersi incanalata nella corsia dell’implosione. Ritmiche impossibili, suoni gelidi e lavori di chitarra troppo simili al taglio di un bisturi contro maglie dilatate, melodie lontane e il clima torrido del blues. Nonostante il caldo umido che si porta dietro pare comunque una boccata d’aria fresca, un rassicurante passo indietro su scenari più rassicuranti ma mai così attraenti. Come già detto con il capolavoro OX dei Coalesce, un disco che tra 15 non vi vergognerete di avere sulla mensola. Anzi, probabilmente lo ascolterete più di ora, monumento al suono e all’attitudine che fu. Solida e stabile come un blocco di granito, questa è la poesia dei Cable.

Le prospettive funamboliche di Adam Haynes





Ringrazierò sempre il buon Christian per avermi fatto scoprire l'incredibile Adam Haynes. Qui sopra una serie di illustrazioni per Nike.

lunedì 21 settembre 2009

[le bustone] The Seventh Curse di Lam Ngai Kai (1986/HK)

Non tutti i film necessitano di un analisi seria e approfondita. Esistono masterpiece capaci di riportarci a quella dimensione tipicamente infantile legata a doppio filo con le classiche bustone da edicola. Pacchetti multicolor ravvivati da strilli fuori misura, oggetti invitanti e misteriosi. All’interno ci trovavi sempre qualcosa che non ti aspettavi, e anche se ogni ingrediente era completamente slegato dagli altri l’alchimia che si veniva a creare era qualcosa di inimitabile. Questa rubrica è ispirata proprio a quelle bustone, e a tutti quei film dove l’accumulo vale più della coerenza interna. Opere sgangherate, sottovalutate, ma ricche di un fascino che solo l’enumerazione dei singoli ingredienti può spiegare.



- Lam Ngai Kai dietro alla macchina da presa. Se non avete idea di chi si stia parlando pensate a un Ed Wood sotto massicce dosi di Ritalin e con una tecnica cinematografica tale da garantirgli la realizzazione di tutto quello che ha in testa.



- Chow Yun Fat nella parte di un esperto di magia nera amante della pipa.



- Un protagonista che è un ricco e raffinato intellettuale, un ricercatore medico e che non disdegna neppure missioni suicide con le forze speciali della polizia di HK.



- Un numero incredibile di scene totalmente slegate dalla vicenda. Tipo un paio di nudi orrendi e tutta la scena action/poliziesca in apertura (che non dura neppure poco).



- Alien incrociato a un pipistrello.



- Scheletri di cartapesta.



- Un feto volante carnivoro.



- Uno scontro di kung fu tra uno scheletro di cartapesta che si trasforma in un alien/pipistrello e un feto volante carnivoro (giuro!).



- Una pressa in cui sono spiaccicati bambini, con conseguente indugiare della macchina da presa.



- Stigmate esplosive.



- Combattimenti di kung fu su di un Buddha gigante realizzato nella roccia più friabile del mondo.



- Buddha giganti che emettono getti di liquame verde dagli occhi.



- Scippi a tutto il fantasy americano anni ’80.



- Scenette comico/romantiche affiancate a frangenti dove decine di persone muoiono in maniere atroci.



- Uomini ripieni di vermi.



- Il fucile a pompa più potente della storia.




sabato 19 settembre 2009

Sono tornato!

A pezzi, ma sono tornato. Gli ultimi giorni ero in uno stato talmente catatonico da rivolgermi tranquillamente anche a un mostro sacro come Walter Van Beirendonck (il tizio della foto sopra). Detto questo la soddisfazioni più grosse sono state vedere Berlusconi praticamente ignorato dalla folla (che provi a sdrammatizzare sulla crisi in una fiera del tessile) e i francesi costretti a premiare un'azienda italiana per il migliore tessuto della stagione. Ora datemi un paio di giorni di ripiglio e poi si ricomincia.

sabato 12 settembre 2009

District 9 di Neil Blomkamp (2009): il ritorno dell'eroe

Disctrict 9 ha due grossi punti a suo favore: a) non è un film politico b) non fa ridere. Se osservando il trailer ci si aspettava una sorta di fusione tra il capolavoro (fantascientifico e pornografico) Starship Troopers e Cloverfield, il prodotto finito ci restituisce invece qualcosa di totalmente diverso. Guadagnando ulteriori punti.



Prima di tutto a livello di linguaggio: D9 è la perfetta fusione tra mockumentary e action della nuova generazione. Il giovanissimo Neil Blomkamp (30 anni) riesce a unire con un fil rouge indissolubile il realismo della tv verità e le suggestioni della narrazione videoludica, passando dal collage di interviste/riprese a mano/scritte in sovraimpressione della prima metà alle soggettive ipercinetiche della seconda. Immergendo poi il tutto in un mondo violento, concreto e dannatamente sgradevole. Dove sta allora la differenza con il sommo olandese Paul Verhoeven? Semplice, nell’empatia.



Nessun tipo di distacco, nessuna strizzatina d’occhio, nessuna citazione. D9 è la storia di un uomo piccolo e fastidioso (razzista, capace di fare carriera solo per le parentele, petulante) che si trasforma in un eroe, rivelandoci piano piano la sua profonda umanità e la sua grandezza. A parte il magnifico pretesto iniziale e l’ambientazione inusuale (neppure troppo, se si pensa alla provenienza del regista) a livello di scrittura non abbiamo nulla di nuovo (capirete come si conclude il film già prima che finisca il primo tempo), ma era tempo che nessuno si prendeva la briga di tratteggiare la figura dell’eroe in maniera tanto disperata e melodrammatica. Non pensate al sorriso sornione di Bruce Willis in Armageddon, qui il martirio è reale. Puzza di sangue, piscio e polvere. Non c’è nulla di piacevole in tutto ciò. Prendete l'annicchilente mancanza di retorica di Tropa de Elite (uno dei miei dieci film preferiti di sempre) e immaginatevene le conseguenze diammetricalmente opposte.



Geniale la scelta di dare un nome umano (Christopher) all’alieno protagonista, antitesi della controparte terrestre. Padre affettuoso, valente scienziato, sempre ripreso a figura intera e dotato di movenze più che umane. Anche in questo caso l’empatia è assoluta.



Concludiamo con un comparto tecnico di livello assurdo (le movenze del mecha sono impressionanti per antropoformismo) e colonna sonora da tuffo al cuore (oltre che lezione della vita per chi pensa che le marcette pompose e i riffacci metal siano l’unico modo per gasare lo spettatore). A quando la petizione per dare in mano a questo Neil il live action di We3?