sabato 11 luglio 2009

Star Wars: chiamata alle armi per il remake collettivo

Il meccanismo è semplice: cliccate qui e scegliete una delle 472 clip da 15 secondi in cui è stato diviso A New Hope. Una volta che avete prenotato quella che più vi aggrada giratene il remake e inviatelo a Casey Pugh, ideatore di questa genialata. Una volta che tutti i segmenti saranno completati il film verrà rimontato integralmente e messo in download gratuito. Inutile dire che non vedo l'ora.



La libertà data è assoluta, unica richiesta è la tempestività. Nelle prime 48 ore di apertura del sito al pubblico (2 giorni fa) sono state già scelte 218 scene. Considerate che il fondatore si è già beccato quella della cantina, quindi niente comparsata della band grind core di vostro cugino .

venerdì 10 luglio 2009

[trailer] Dopo Chocolate... Raging Phoenix (Tha/2009)


E' tornata. Dopo Chocolate pare che in Thailandia si siano decisi a investire di brutto su JeeJa Yanin. E così ecco il suo film su misura: romantico, stiloso, ggiovane. Speriamo ci siano anche le mazzate.

mercoledì 8 luglio 2009

Metal: A Headbanger's Journey/Global Metal di Sam Dunn e Scot McFadyen






Dopo questa doppietta Sam Dunn e Scot McFadyen sono ufficialmente diventatati i miei documentaristi preferiti. E non è solo una questione di gusti musicali.



La ricetta è di una semplicità lapalissiana: prendi un argomento che tutti conoscono ma snobbano, analizzalo in modo serio e rigoroso, mantieni un tono divertente/divertito, dimostra di esserne il primo fan e lascia da parte didascalismi e luoghi comuni. Tutti ingredienti che paiono ben noti a Sam, nostra guida in questi due viaggi nel mondo metallaro.



Un antropologo trentenne cresciuto a pane e Iron Maiden, voglioso di passare dalle tribù del Sud America alle legioni di metalheads che punteggiamo tutto il globo. Grazie alle testimonianze di leggende viventi (da Lemmy a Dio, passando per Tony "Diabolus in musica" Iommy), mostri sacri (Slayer, Motley Crue,..) e qualche capatina più new school (Slipknot, Lamb of God,…) si riesce a dare una descrizione credibile e approfondita del suono metallico, senza scadere nel fanatismo o nel paternalismo. Colpisce parecchio l’intelligenza e l’acume degli interlocutori, ma considerando che rischia di fare questa figura anche George Fisher viene da pensare quanta parte del merito sia dei due registi (scherzo, tutti gli intervistati dimostrano di essere degni della loro fama). Coraggiosa la scelta di dare spazio a realtà poco giustificabili come il black metal, anche se la demenza dei Mayhem risulta spassosa più che intimidatoria. Mitico Gaahl dei Gorgoroth, competamente preso nel suo ruolo di elitista misantropo.



Durante i 90 minuti del documentario si ride, ci si esalta, si pensa (tanto) e si rimane basiti di fronte alla potenza di un fenomeno simile. Sia che voi indossiate una maglietta dei Bathory o meno, cosa assolutamente non scontata.



Ancora meglio la seconda fatica del duo: Global Metal. Messo completamente da parte l’aspetto da fanservice, rimane un’analisi commovente (non ho sbagliato parola) e sentita della globalizzazione attraverso il rock duro. Se le trasferte in Brasile e Giappone sono divertenti ma risapute, le sortite in Israele, Indonesia, Cina, India e Dubai hanno moltissimi punti di interesse. Il passaggio dal folklore moderno del Sol Levante alle moschee lascia spazio a riflessioni più serie, dalla libertà di pensiero e alle guerre religiose. Dopotutto quanti di noi si sono fermati a riflettere su cosa significhi Angel of Death per un ragazzo israeliano? Su cosa abbiano provato quei ragazzi indiani con la fortuna di poter assistere al primo concerto metal nella storia del loro paese (Iron Maiden nel 2008)?



Stupendo l’imbarazzo di Sua Imbecillità Lars Ulrich quando viene messo al corrente che in molte nazioni i ragazzi possono accedere alla musica dei Metallica (e a tutto ciò che è “occidente”) solo tramite il download illegale, unica finestra sul mondo per chi vive in regimi totalitari di stampo politico o religioso. [Ricordo a tutti l'azione legale da parte dei Four Horsemen nei confronti di Napster].



Non un documentario politico/sensazionalistico, ne un filmino amatoriale di qualche esaltato. Semplicemente un trattato di antropologia moderno e molto più importante di quanto i suoi stessi autori possano credere. Da recuperare (sopratutto Global Metal), per mettere in moto il cervello oltre che la chioma.

lunedì 6 luglio 2009

Nuovi compendi pop: Otaku Mag



Otaku è un magazine indipendente che funge da perfetta dimostrazione dei nuovi standard nel campo della pop culture. Privo di numerazione, si articola in uscite tematiche che ne definiscono forma e sostanza. Prendiamo il play issue, incentrato sull’immaginario videoludico. Il volume mantiene il suo formato pocket, ma questa volta si arricchisce di un poster in A2 (a opera delle superstar berlinesi della pixel art Eboy) e di un dvd interattivo. Nel dischetto troverete una succosa compilation di tracce riconducibili alla scena chiptune (musica elettronica lo-fi realizzata con vecchie consolle, con una predilezione particolare per il GameBoy) composte e registrate da artisti provenienti dai quattro angoli del globo, una lunga serie di video relativi alle esibizioni dal vivo di tale branca (tutte le riprese sono effettuate presso il Blip Festival di New York), parecchi trailer di videogiochi indipendenti (sezione molto, molto interessante) e ancora numerosi extra. Il creatures issue invece comprende adesivi dedicati al character design e un paper toy, mentre il kaidan issue ci suggestiona con una compilation di musica “fantasmatica” (anche in questo caso gli artisti coinvolti spaziano degli Stati Uniti all’Italia, passando per Giappone e Germania). Tutto senza dimenticare che ogni volta il volume si compone di più di 130 pagine farcite di manga, articoli e illustrazioni (nel play issue c’è pure un disegno esclusivo di Hayao Miyazaki). Non male per una pubblicazione autoprodotta.



Il fatto poi che una tale piccola gemma venga da un paese in via di sviluppo come la Romania ci dice molto di come stiano cambiando le carte in tavola. I vecchi punti di riferimento non esistono più, la globalizzazione sta permettendo miracoli prima neppure concepibili. La microeditoria ha infranto i limiti delle nazioni con la vendita online e, ora come ora, concepire una pubblicazione di questo genere limitata ai propri confini è una follia. Contributi da ogni parte del mondo garantiscono una pluralità di voci perfetta per definire i nostri tempi, mentre la multimedialità ci restituisce un ritratto perfetto del sovraccarico sensoriale a cui siamo sottoposti ogni giorno. Oltretutto il mercato si è allargato a dismisura, garantendo una competitività a dir poco salutare.



Se vuoi che la tua pubblicazione venda devi offrire qualcosa di più, non ci sono scappatoie, sia che si tratti di un packaging da urlo o di contenuti introvabili da nessun’altra parte. L’acquisto deve essere spinto dal desiderio di possedere qualcosa di unico e insostituibile, che ci renda felici nel momento in cui lo sfogliamo nel mondo fisico. In un'epoca dove uno dei problemi maggiori è la volatilità e la quantità esagerata di dati e informazioni a nostra disposizione, l’aspetto concreto della cultura ricopre più che mai un ruolo di primaria importanza (perché, nonostante possa scaricare centinaia di dischi al giorno, quelli che conosco meglio e amo di più sono quelli che possiedo su supporto ottico/magnetico/vinilico?). Per fortuna i bit non sono ancora riusciti a sconfiggere la sacralità della carta stampata.

domenica 5 luglio 2009

Il fumetto più bello del mondo




Pensate a un volume composto da 4 tipi di carta (diversi per grammatura, colore, porosità, formato).



Che cambi grandezza in continuazione, passando dalla strip alla quadrupla anta cartonata.



Con una sorpresa ad ogni pagina (cartoline, stampe metallizzate, superfici lucide).



Che raccolga più di quaranta artisti da ogni parte del mondo, divisi tra fumettisti, illustratori, graphic designer, pittori, registi e musicisti.



Dove trovate un dvd farcito di corti, videoarte, musica e suggestioni.



Che sia lo stadio finale di un progetto a cui hanno collaborato, tra gli altri, un pittore attualmente esposto alla Biennale d’Arte di Venezia, un noto copertinista/sceneggiatore di casa Vertigo, una vincitrice di un Gran Premio della Giuria a Cannes, un simbolo del fumetto indipendente spagnolo, un paio di disegnatori Image e una serie di altri fenomeni.



A luglio su Mega.

venerdì 3 luglio 2009

Avanguardia pop: The Paper Chase - Someday This Could All Be Yours Vol.1 (Southern Rec./2009)

Non uno dei soliti dischi che trovate recensiti su questo blog. Anzi, per dirla tutta, qui si parla di un disco che di “solito” non ha proprio nulla. Dopotutto i texani The Paper Chase hanno sempre goduto come pazzi nel mettere in difficoltà chi tentava di decifrarli, dai loro spigolosi esordi fino all’accessibilità dell'ultimo Someday This Could All Be Yours Vol.1 (prima parte di un concept sulle calamità naturali).



Questa volta il produttore/mastermind John Congleton supera se stesso, restringendo ulteriormente la linea divisoria tra genio e buffone. Pensate a una band emo (e per emo si intende angst adolescenziale alla Texas is the Reason, Cursive, The Get Up Kids e Far) pericolosamente propensa al melodramma kitsch che si ritrova casualmente a suonare con un’orchestra stonata, un gruppo rumorista e una cover band dei Sonic Youth. Aggiungete un senso dell’umorismo nerissimo e praticamente privo di tatto, la volontà di sbrodolare tutto lo sbrodolabile e avrete questo Someday This Could All Be Yours Vol.1. Irritante a tratti, affabulatore in altri. Capace di alternare frangenti tanto banali da risultare geniali e genialità tanto spinte da cadere nella banalità. Confusi? Tranquilli, è normale quando sia ha che fare con la controparte audio di Southerland Tales. Come il film di Richard Kelly si arriva alla fine senza sapere se l’esperienza sia stata piacevole o meno, indecisi se cedere al fascino dell’imperfezione.



Tra le sicurezze abbiamo il piccolo capolavoro I'm Going To Heaven With Or Without You (The Forest Fire), sintesi ultima del disco e sgangherata operina da teatro in decadenza. Una traccia fenomenale che sfrutta a pieno i limiti vocali di John Congleton, convincendoci che il suo essere naif è la cosa migliore che poteva capitare ai The Paper Chase. Fatevi piacere questa canzone e probabilmente adorerete anche il resto del lavoro, fatevela scivolare addosso con noncuranza e preparatevi a defenestrare il cd.



Si potrebbe parlare ancora a lungo di questi dieci viaggi in una mente forse fin troppo creativa, ma non sarebbe altro che un continuo alternare di termini antitetici. Giochino tanto divertente le prime tre righe quanto stucchevole sulla distanza. Tanto vale procurarsi il cd e goderselo. Male che vada avrete l’ennesima dimostrazione di quanto ci sia ancora da ascoltare.