venerdì 10 aprile 2009

giovedì 9 aprile 2009

La verità brutale arriva ADESSO

Qui in esclusiva il nuovo disco delle leggende Brutal Truth. IL grind.

[trailer] Thirst di Park Chan Wook (Kor/2009)





Esiste un soggetto narrativamente più pericoloso dei vampiri? Ingrediente insipido per banalità gotiche o arguta metafora dei nostri bisogni, tutto dipende da chi ne parla. Penso ad Abel Ferrara, Howard Chaykin, Tomas Alfredson, Richard Matheson e mi tranquillizzo, realizzando che canini e giugulari dilaniate non significano solo cerone e pacchianeria protosadomaso. Da oggi possiamo annoverare a questa ristretta lista (che non si limita ai soli nomi citati, ma che non si dilunga neppure in decine di esempi) anche il sud coreano Park Chan Wook, esteta dell'amoralità già consegnato al mito con la sua trilogia della Vendetta. Dopo la zuccherosa commedia I'm a cyborg but that's ok eccolo alle prese con un prete vampiro, il solito Song Kang-ho, e tutto quello che ne consegue.

mercoledì 8 aprile 2009

All About Women di Tsui Hark (HK/Chi/2008): deliri Pechinesi

Avete presente quando in un film si incrocia l’invenzione di regia che non ti aspetti? Quella che riaccende l’attenzione e che ti fa sperare di diventare regista solo per poterla riciclare selvaggiamente? Ecco, di solito in un film ne trovi un paio di queste intuizioni. In All About Women no, ne trovi almeno una ogni 20 secondi. Per tutti i 120 minuti di durata del film. Equamente divise tra musiche, giochi di montaggio, effetti digitali e sonori, movimenti di macchina e salti di registro improvvisi. Tutto pigiato in una sceneggiatura che vorrebbe essere da commedia romantica ma in realtà sprizza amarezza da tutti i pori. Tutto per mano del sommo Tsui Hark.



Quello che ha scoperto e prodotto John Woo dando il via al noir balistico, quello che introdotto le arti marziali nell’epoca moderna prendendo sotto la sua ala protettrice Siu Tung Ching e che le ha elevate ad avanguardia con il montaggio subliminale di The Blade. Ma anche il genio che ci ha fatto innamorare del folle fantasy di HK e che ci ha stordito con le sue storie urbane e durissime. Uno che il cinema l’ha reinventato almeno un paio di volte e che adesso si può concedere il lusso di giocarci come un pupo.



Tre protagoniste per tre tipologie di rapporti disastrosi con il genere maschile, tutto immerso in una sceneggiatura arzigogolata, complessa e dalle diramazioni imprevedibili. Tsui procede per eccesso e finisce per scottarsi (sul finale si è veramente stremati per la quantità immane di carne al fuoco) anche se il risultato riscatta ogni difetto con la sua freschezza e il suo sapersi rinnovare minuto per minuto. Anche se non si fosse interessati alla storia All About Women è un film da vedere almeno una volta, tanto per rendersi conto di quante cose si possano ancora dire se dietro alla macchina da presa c’è qualcuno capace di gestirla al meglio. Il kitsch incontra la poesia, la commedia demenziale va a sfumarsi nel romanticismo meno scontato e didascalico. La traslazione letterale (e filologicamente perfetta) di molte soluzioni tipiche di fumetti e anime in un contesto “reale” raggiunge picchi che neppure il Cutie Honey di Hideaki Anno riusciva a sfiorare, aiutandosi anche con una gestione del montaggio e della fotografia tipicamente HKonghesi. Tsui porta avanti il suo discorso femminista senza alcuna retorica, aggiungendo tre nuove storie alla sua già ricca galleria di personaggi straordinari (penso soprattutto ad Anita Mui in A Better Tomorrow 3).



All About Women è un giocattolo dalla profondità sconvolgente (perché dietro a ogni scherzo si avverte la presenza di una spiegazione seria e ragionata), una dimostrazione di inventiva e vitalità come non se ne vedeva da tempo (dove la trovate una ripresa in prospettiva di una bottiglia di birra lanciata a un concerto rock?), un film imperfetto (a cominciare dalla durata esagerata, che in origine doveva raggiungere le tre ore) ma mai scontato. Tsui rimarca la sua presenza di autore di serie A anche in un contesto leggerissimo, si riprende dal parziale scivolone di Missing e continua a ricordarci da dove viene, senza alcuna vergogna. Dopo tutto solo un personaggio come lui, uno che entra a far parte della giuria del Festival di Cannes dopo aver passato la vita ad affermare di aver sempre reputato più utili alla sua formazione i vecchi kung fu movies rispetto ai classici d’autore, poteva pensare di sincronizzare il movimento delle palpebre di due fanciulle in lotta per lo stesso uomo con il suono del caricatore di un fucile a pompa. Solo lui poteva infilare nel montato spezzoni di war movies (appositamente girati) per rendere l’idea del confronto uomo/donna. Solo lui poteva inventarsi didascalie di testo che interagiscono direttamente con gli attori. Basta per rendere l’idea?

lunedì 6 aprile 2009

Ong Bak 2 di Tony Jaa (Tha/2008): botte da orbi!

Esistono due tipi di presunzione. Quella intellettuale, tipicamente artistoide e spocchiosa nei confronti di ciò che è popolare, e quella che vuole semplicemente raggiungere il risultato più clamoroso possibile nel proprio campo. Per stare all’interno del genere marziale troveremo l’esempio perfetto della prima accezione in Zhang Yimou e nei suoi wuxia (così incapaci perfino di elevare un genere basso a sega mentale da cineforum di terza categoria) e della seconda in questo Ong Bak 2. Tony Jaa esordisce infatti alla regia con la pretesa di consegnarci il film di arti marziali definitivo. Inutile dire che il risultato non si avvicina minimamente all’obbiettivo preposto, ma rimane comunque degno di riflessione.



Una delle principale critiche mosse al cinema di arti marziali thai era la mancanza di un immaginario coeso e potente. Se i vari Ong bak e Born to fight attiravano lo spettatore come lo potrebbero attrarre video di skate o parcour (svuotando la narrazione di significato filmico per mettere al centro il corpo e le sue prestazioni, cosa di per se pregevolissima e degna di tutta l’attenzione del mondo) con l’arrivo del fantasy/spaghetti western Tabunfire e degli outcast di Chocolate si è incominciato a sentire l’esigenza di un minimo di profondità e di coerenza nell'universo narrato. Tony Jaa risponde a questo in modo sorprendentemente positivo (la cosa migliore del film), creando una Thailandia antica, lercia e umida in ogni suo affranto. Un nuovo mondo prende vita davanti ai nostri occhi, tra sbuffi di vapore, polvere, fango e cascate di sangue. Una fotografia splendida rende i colori vividi e potenti, mentre scenografi e costumisti raggiungono risultati insperati nel dare un’identità a chi popola queste lande selvagge. E si parla di giganti, pirati, ninja, donne corvo, schiavisti, re, maestri di arti marziali,… Una serie infinita di personaggi vivi e palpitanti nel loro essere naif e bidimensionali. Non esiste angolo di Ong Bak 2 che non sia stipato all’inverosimile, regalandoci una visione nuova del fantasy.



Tralasciando di analizzare una trama che non ha neppure la pretesa di essere qualcosa di più di uno scheletro per continui scontri, passiamo alla regia. Siamo onesti, i vari Ching Siu-tung o Liu Chia Liang si confermano irraggiungibili, così come i picchi occasionali del vate di Jaa, Prachya Pinkaew. Quella che rimane è una regia volgare e rozza, che spesso raggiunge il suo scopo proprio in virtù di queste sue caratteristiche. Nessun dolly vorticoso o piano sequenza da record, ma una serie di panoramiche a schiaffo e di soggetti vicinissimi all’obbiettivo. Tale amore pornografico per l’aggressività del corpo viene esplicitato ulteriormente con il numero assurdo di stili e tecniche sfoggiati dal protagonista, arrivando addirittura a far debuttare una strano muay thai dell’ubriaco. Dai timidi combattimenti iniziali alla triturante mezz’ora finale Tony Jaa si riconferma atleta disumano, paragonabile a pochissimi attori viventi (a quando lo scontro Thai vs HK, con il Nostro che si mena con il giovane funambolo del kung fu Wu Jing?). Peccato per l’eccesso di rallenty, a volte suggestivo ma troppo spesso ridondante.



Il buon Tony non riesce a elevare il genere a nuove vette, ma la visone di Ong Bak2 rimane comunque un esperienza appagante e significativa di dove sta andando il miglior cinema action del mondo.



venerdì 3 aprile 2009

N+: morire con stile




Approfitto dell’imminente release europea di questo titolo per parlarne un poco e diffondere il verbo del piccolo ninja/b-boy protagonista.



N+ fa parte di quella privilegiata stirpe di videogiochi ben consapevoli di aver scovato l’ambitissima ricetta magica. Penso alla serie di Katamari o a Elite Beat Agent, due fra gli esempi più fragorosi di tale fenomeno. Si parla di giochi minuscoli, graficamente nulli e senza la minima pretesa di narrazione, ma dotati di un carisma tale da infrangere le barriere della nicchia videoludica. In parole povere sono cazzatine a cui non daresti due lire ma su cui finisci per perderci ore.



Già al primo minuto di gioco ci si accorge di come la proposta Atari riesca a differenziarsi dal resto della marmaglia next ”solo nella grafica” gen. Questo perché N+ ha stile, una marea di stile. Prendete uno qualsiasi dei classici del retrogaming alla Lode Runner, aggiornatelo dotandolo di una filosofia di fondo molto affine a quella del parcour e date al tutto un taglio molto underground, quasi da street art nostalgica. Il risultato è un mondo bidimensionale, a tinte piatte e privo di ogni orpello estetico, dove muovere il pugno di pixel che compongono il nostro ninja accompagnati da ossessivi beat rigorosamente lo-fi. Centinaia di livelli dove raccogliere i sempreverdi blocchetti d’oro, sfruttando solamente il pad direzionale e un tasto per il salto. Pochissime regole, molti nemici e un numero infinito di vite bruciate. Perché in N+ morirete tante, tante, tante volte. Per via di una mina, di un salto troppo alto, di un androide, di un missile a ricerca, di un trabocchetto o semplicemente per via del tempo scaduto (e in N+ il tempo si misura in millisecondi, con la conclusione che alcuni livelli si bruciano in 2/3 secondi). Per quanto possa apparire semplice e scontato questo è quello che ci mette a disposizione Atari, e adesso passiamo a noi.



N+ non è un gioco, è una tavolozza su cui sfoggiare la propria abilità. Ogni livello può essere terminato in maniera banale e pragmatica o, in alternativa, divertendosi un mondo in acrobazie da funambolo. La semplicità dei comandi e l’immediatezza delle meccaniche eliminano ogni tipo di scoglio, garantendo divertimento e agonismo senza frustrazioni di sorta. Per le bestemmie ci pensa la curva d’apprendimento, non vi preoccupate. Completa il tutto un multiplayer da urlo (candidato miglior co-op ai Gamespot Awards del 2008) e un editor che sfrutta appieno le potenzialità del DS (disegni il livello con il pennino e ci giochi subito). Atari vi da così l’opportunità di fare il gioco vostro, di modellarlo sui vostri bisogni e abilità. Il problema longevità svanisce, l'attività videoludica torna a essere svago estemporaneo e fine a se stesso.




Certo, se adesso mi veniste a dire che sparare a uno stormo di zombie dotati di moto da cross dal retro di un Hummer lanciato a piena velocità nella savana (di cosa starò parlando?) è più gasante di muovere due lineette su uno schermo da 3 pollici direi che è dura non darvi ragione. Ma vuoi mettere lo stile?




mercoledì 1 aprile 2009

[trailer] Metallic Attraction: Kung Fu Cyborg di Jeffrey Lau (2009)





Leggo il nome di Jeffrey Lau e penso a quella follia di A Chinese Odyssey. Film sospeso tra capolavoro e spazzatura come nessun altro, esempio perfetto di tutto quello che significa cinema di HK. Ora date in mano a questo soggetto un film in cui poter ficcare melodramma da quattro soldi, robottoni giganti e arti marziali. Tutto rivisto attraverso il filtro della pacchianeria che il regista garantisce a ogni fotogramma. Il risultato è un trailer di una bruttezza che non può non entusiasmare. La curiosità sale alle stelle.