sabato 3 gennaio 2009

Sars War di Taweewat Wantha (Tha/2004): finalmente il dvd regione 0


Non avete più scuse. Qui potete ordinare la nuova versione HK di Sars War. Il dvd è regione 0 e completamente sottotitolato in inglese. Perchè rimandare ancora la visione del più folle zombie movie di sempre?



Se siete maniaci del packaging (e avete un lettore crackato) potete sempre ripiegare sul dvd thai: digipack scintillante e con figure in rilievo. Vi giuro, riesce a essere kitsch perfino tra le mie pile di vcd splattoni e le VHS dei vecchi post atomici all'italiana. Mica poco.

venerdì 2 gennaio 2009

Missing (The Eye 3) di Tsui Hark (HK/2008)




Se dovessimo abbassare il valore di un lungometraggio a contenitore generico potremmo dire che in Missing c’è tanta roba buona, così come una tonnellata di cose sbagliate. Che, malauguratamente, sono andate a coprire proprio quelle di valore.



Missing, oltre a essere il terzo fantomatico capitolo del franchise The Eye, è anche il nuovo lavoro del Maestro Tsui Hark. Uno che nella sua vita ha rivoluzionato il cinema un paio di volte, ma anche un personaggio che ha sempre schifato il cinema d’autore per fiondarsi in sala a godersi film di arti marziali (parole sue). Insomma, uno da cui non sai minimamente cosa aspettarti. E così infatti è stato pure per questo suo nuovo parto.



Missing parte con il presupposto di allontanare l’ectoplasma dalla sua prigione jhorror per poterlo immergere in un contesto da melodramma. Non una completa novità, se si vogliono ricordare due splendidi esempi come Whispering Corridors 2: Memento Mori dei sud coreani Tae-Yong Kim e Kyu-Dong Min e Dorm del tailandese Songyos Sugmakanan. Se il secondo è un capolavoro di dolcezza, una delicata vicenda di fantasmi bambini, il primo rappresentava invece un autentico fulmine a ciel sereno. Un inconsueto triangolo amoroso lei – lei - l’altra (ma morta) ad ambientazione liceale, che sfuggiva a ogni tentazione pruriginosa o politica. Nella stessa maniera Missing punta a narrare la straziante storia d’amore tra due entità su diversi piani della realtà, anche se con toni più cupi rispetto agli esempi appena riportati.



Un avvio splendido, un’atmosfera da apocalisse imminente che riporta alla memoria Hitchcock (grazie soprattutto alla opprimente colonna sonora orchestrale), un’attenzione maniacale all’aspetto acquatico della vicenda portata avanti anche con sapienti scelte di fotografia. L’atmosfera è rarefatta, tesa, come se la minaccia fosse nascosta dietro a ogni angolo. Peccato che appena la minaccia entri nell’inquadratura il film incominci a barcollare pericolosamente.



Esattamente alla stessa maniera la seconda parte (dove subentra prepotentemente il melodramma) si affloscia su se stessa quando la suggestione si materializza nella sceneggiatura. Missing mostra troppo e per un lasso di tempo troppo lungo, smette di sussurrare e incomincia a spiegarci per filo e per segno ogni cosa. Sia che si parli di spaventi o di storie d’amore.



Ne rimane un film monco, che risulta comunque affascinante nel suo tentativo di abbattere i muri del genere. Da parte sua Tsui Hark garantisce un grado di perizia tecnica imbarazzante anche quando cerca di mimetizzarsi. Peccato per la sceneggiatura.

Whopper Virgins: e le lezioni di civiltà?

Nonostante passi una buona fetta del mio tempo libero in compagnia di signori come Paul Verhoeven, Takasi Miike, Park Chan Wook riesco sempre a trovare qualcosa che mi disturbi. In questo caso la nuova campagna per Burger King. E non è la solita tirata anti multinazionale, qui la faccenda è molto più grave.



Qualcuno faccia capire agli americani che fuori dai loro confini il mondo non si è fermato 200 anni fa, che il nostro guardaroba va un pochino più in la degli abiti tradizionali, che le case in muratura ci sono anche da noi. E che magari senza whopper ci stiamo piuttosto bene.



Ma probabilmente sono io a fraintendere, perchè loro hanno eletto un negro (caratteristica più distintiva e pregnante dell'essere un politico capace, visto che solo di quello si parla) come presidente.



Grazie per le lezioni di civiltà.

mercoledì 31 dicembre 2008

Zamak: mecha design made in France





In occidente quasi neppure sappiamo cosa significi mecha design. Questo non pare comunque abbastanza per fermare il francese Zamak, che riesce anche a fornire un'interpretazione tutta europea di questa disciplina tipicamente nipponica.

lunedì 29 dicembre 2008

The Good, the Bad, the Weird di Kim Ji-Woon (Corea del Sud/2008)




Questo era il film che tutti, consciamente o meno, stavano aspettando. Perché Ji-Woon Kim ci consegna, finalmente, un capolavoro di puro intrattenimento. Senza alcun compromesso. The Good, the Bad, the Weird è un blockbuster privo di difetti, cinema enorme che si afferma come tale senza politica, senza piani di lettura, senza riferimenti colti o poetiche autoriali. The Good, the Bad, the Weird è tutto quello che conoscete già, ma fatto meglio. Molto molto molto meglio.



Ji-Woon Kim si dimostra un virtuoso senza pari (e in questa occasione supera di gran lunga anche il connazionale Park Chan-Wook), giocando continuamente con gru, profondità di campo e dolly vorticose. Dopo anni e anni di visioni per la prima volta mi trovo a sperare, con la paura di dover tarare su nuovi standard la definizione di perizia registica, che certi passaggi siano realizzati con l’aiuto della CG. Picchi assurdi di cinema si piegano al volere della spettacolarità, sempre in funzione di un ritmo e di una messa in scena che non permettono un solo istante di noia.



Esplosioni di violenza mai caricaturale vanno a braccetto con una sceneggiatura ricca di sottile umorismo, mentre colpi di scena calcolati con il bilancino (in senso buono) fungono da raccordo a scene action di 25/30 minuti (senza che, notate bene, una sola inquadratura venga ripetuta due volte). E poi c’è il cattivo supercool, le musiche che non c’entrano nulla, le spalle assurde e una sceneggiatura che costruisce un mondo più che raccontarci una storia.



The Good, the Bad, the Weird è uno di quei film dove si vedono tutti i (molti) soldi che ci sono stati investiti: nessun intervento digitale, set sconfinati (e perfetti per sparatorie), decine e decine di comparse pronte a cadere come mosche, una fotografia raffinatissima e un montaggio che pare calcolato al millesimo di secondo. La superficie si eleva a contenuto, senza che nessuno se ne accorga o ne abbia a male. Ji-Woon Kim vince ancora una volta il premio di regista più furbo della Terra, dimostrando anche di saper gestire la complessa macchina organizzativa di un kolossal come questo.



In conclusione: The Good, the Bad, the Weird è tutto quello che i produttori di Hollywood tentano di fare da 20 anni a questa parte, ma che non riusciranno mai a raggiungere. E’ la dimostrazione che la leggerezza può essere più intelligente di mille voli pindarici da intellettuale scoppiato. Sempre che si sappia come fare.








Se siete utenti BitTorrent e cliccate qui può darsi che riusciate a vedere il film con i sottotitoli in inglese. E se un distributore vi viene a dire che certe cose non si fanno perchè danneggiano il cinema voi rispondete che potreste tranquillamente affermare lo stesso. Ma nei suoi confronti.

Ponyhell Records: il MiniDisc come stile di vita

Alla Ponyhell Records non hanno mezze misure. Il loro scopo è sempre stato quello di diffondere e supportare le più sghembe forme di noise, fregandosene alla grande di tutto quello che non è underground.



Come palesare questi intenti all'ascoltatore occasionale? Semplice, scegliendo il MiniDisc come supporto unico e studiando packaging talmente intricati da limitare le tirature a un massimo di 50 copie per uscita (ma qui si parla già di bestseller). I ragazzi in questione sono dei grandi, e nella mia scala di gradimento personale hanno battuto anche la cassettina pelosa dei Nightbear.



Si noti che ho evitato di postare immagini dei lavori di cui si sta parlando, così da costringere gli interessati a farsi una visitina sul Myspace dei soggetti in questione. Quando ci vuole, ci vuole.

sabato 27 dicembre 2008

Be a Man! Samurai School di Tak Sakaguchi (Jap/2008)




Se tutta una serie di pellicole fintamente nipponiche (come Tokyo Gore Police o Death Trance) sono riuscite ad arrivare nei nostri lettori un po’ di colpa è anche di Tak Sakaguchi. Noto ai più come Prisoner KSC2-303 (da Versus), attore e action director per la gran parte dei film del compare Ryûhei Kitamura, presenza fissa di un certo tipo di produzioni pensate con più di un occhio al mercato occidentale ora, per il Nostro, è il momento del grande salto dietro la macchina da presa. E, incredibile a dirsi, il risultato non è dei più terribili.



Be a Man! Samurai School è un film minuscolo, mediocre dal punto di vista tecnico e nullo da quello della scrittura, ma con il pregio di essere indiscutibilmente jappo. Non una cosa da poco, in tempi di globalizzazione forzata come i nostri.



Be a Man! Samurai School è iscrivibile nel genere/cliché delle botte liceali, filone che pare sul punto di rifiorire anche grazie al recente contributo di Miike, ma il suo obbiettivo è ben altro rispetto alle solite guerre intestine tra gang rivali. Nel suo debutto alla regia Tak Sakaguchi mette alla berlina tutta una serie di stereotipi su virilità, onore e senso di fratellanza troppo ancorati alla cultura nipponica per essere completamente digeriti dal consumatore occasionale di cinema. Dalla recitazione sopra le righe a una serie di crudeltà che stridono non poco con i toni da commedia dell’insieme, il prodotto finito assume una conformazione troppo di nicchia per ambire a nuovo cult da nerd orientofilo.



Se invece avete passato ore e ore in compagnia di samurai, yakuza e falangi mozzate allora c’è anche la possibilità di farsi qualche grassa risata. Il tenore dell’umorismo è sempre sospeso tra il surreale e la feroce parodia, con diversi picchi di totale demenza. Molto controllato lo splatter (era ora che qualcuno si accorgesse che gli schizzi di sangue non fanno ridere per forza) e non malaccio la regia, capace di regalare anche qualche colpo di testa non da poco.



Tak Sakaguchi dimostra di saper giocare col fuoco scrivendo e dirigendo un film ben più pericoloso e destabilizzante di quelli ultimamente spacciati come tali. I valori derisi (e non certo con raffinata ironia inglese) sono fulcro centrale di una fetta enorme della produzione giapponese, oltre che parte integrante della mentalità di questo popolo. Deriderli senza pietà significa esporsi molto più che filmare l’ennesima donnina nuda coperta di sangue.



Senza prendere in considerazione quei casi dove non c’è neppure la donnina nuda.