venerdì 29 giugno 2012

Colonna sonora per un week-end assolato




Voglio vedere come la Prosthetic riuscirà a rendere questa roba commerciale.



In qualunque caso, gran gruppo. Mille volte meglio di tutto il proto black metal da Pitchfork che pare andare tanto di moda in questo periodo.

giovedì 28 giugno 2012

Follow this! Infomaniacs di Matthew Thurber



Forse dovrei incominciare a interessarmi di più ai lavori della PictureBox. A partire dal pluri-rimandato acquisto del fantasy Powr Mastr (ultimamente questo tipo di fantasy tremolante pare sia sulla bocca di tutti, vedi le recensioni entusiastiche - e meritatissime – per il Danger Country di Levon Jihanian) fino a 1-800 Mice di Matthew Thurber. Tomo di cui ultimamente parla un sacco di gente in maniera oltremodo positiva (vedi quest'ottima intervista, anche se un po’ spocchiosetta da parte del fumettista, sulle pagine di Vice).


Il volume non l’ho ancora acquistato, però mi sono letto Infomaniacs -  la striscia settimanale che Matthew pubblica sul suo sito. E, senza mezzi termini, ho scoperto uno dei migliori web comics in cui mi sia capitato di incappare in tempi recenti. Riducendolo ai minimi termini potremmo dire che le bizzarre vicende imbastite puntata dopo puntata si presentano come l’ennesima satira velenosa della società moderna e - sopratutto - della nostra percezione di essa. A differenza di un sacco di altre proposte del genere però non abbiamo a che fare con vignette statiche e auto compiaciute, ma con una vicenda più tangente al thriller complottistico (con ampie cessioni al surreale puro). Quindi un sacco di personaggi, una narrazione contorta e una svolgimento che dovrebbe portare, prima o poi, da qualche parte.


La scrittura è sghemba e meravigliosamente traballante, esattamente come il tratto dell'autore statunitense. Il vero valore aggiunto lo si trova però nell’umorismo profuso in ogni tavola: coltissimo, mai banale, lontanissimo dalla concezione di battuta fulminante o di gag “a scadenza”. L’ironia è diffusa in maniera omogenea in ogni aspetto di questo fumetto, dalla costruzione dei personaggi al montaggio. Sembrerà una banalità, ma in questo modo si evita ogni effetto piacioneria. Che è poi il principale motivo per cui il sottoscritto si tiene alla larga da un sacco di web umorismo. Escludo da questa affermazione il sempre stupefacente Dr. McNinja, naturalmente.

In Infomaniacs si parla della lotta tra mondo reale e mondo virtuale, di come stiamo perdendo la capacità di scindere la profondità del mondo vero dalla bidimensionalità dei nostri monitor. Detto così parrebbe di una banalità disarmante, con in più l’aggiunta del solito paternalismo fastidioso. Poi leggi qualche puntata e ti ricredi. Tra luddisti moderni in gilet di jeans (con tanto di scritta Marshall McLuhan ricamata sulle spalle), strane sette agresti per la disintossicazione da social network, agenzie governative in cui militano animali antropomorfi, biblioteche di tweet e un sacco di altre trovate bizzarre c’è parecchia roba con cui divertirsi. Sia leggendola che, come traspare in ogni singolo episodio, scrivendola.


Che piaccia o meno Matthew Thurber è l'ennesima dimostrazione che la produzione indie statunitense vive un momento d'oro. La forza cinetica di questa nuova e frastagliata scena è tale da permettergli di flirtare apertamente con il genere più puro (vedi Benjamin Marra, di cui ho già parlato su queste pagine), mantenendo comunque uno spessore autoriale di primissimo piano. E finalmente pare accorgersene anche qualcuno dalle nostre parti, vedi il nuovo volume di Johnny Ryan edito dalla milanese The Milan Review

mercoledì 27 giugno 2012

E' uscito Bizzarro Magazine 2: Weird Weird West



Dopo mesi di lavoro ecco il nuovo numero di Bizzarro Magazine. Tema: il western anomalo. Ditemi voi se i due superboss Alessandra & Daniele potevano scegliere qualcosa di meglio.



Dentro ci trovate fumetti, illustrazioni, videogiochi, racconti, articoli (tra cui un mio pezzo lunghissimo in cui cerco di spiegare perché Corbucci è meglio di Ford) e il solito dizionario essenziale con cui allungare a dismisura la vostra mancolista di film da recuperare.



Rispetto al primo numero il miglioramento è, detto in tutta sincerità e senza falsa modestia, enorme. E ci mancherebbe altro, visto che a gestire una rivista di 128 pagine non si impara dall'oggi al domani. Ora tutto è più organico, essenziale e meno pasticciato. Sia a livello di articoli che di, spero (visto che è affar mio), direzione artistica.



Dai, non fate i taccagni e compratevi il secondo numero del miglior magazine sulla pop-culture pubblicato in Italia.

venerdì 22 giugno 2012

Piccole, pratiche e brutali verità pt. 1: La letteratura



Se devi chiedere "Di cosa parla?" vuol dire che non hai capito un cazzo della letteratura.



Tim Small

martedì 19 giugno 2012

Players 15: Non proprio cose da bambini (forse)



Sul nuovo, bellissimo, numero di Players trovate un mio articolo sulla nuova ondata di scorrettezza made in Cartoon Network. E anche se l'argomento non vi interessa una sfogliata al magazine datela comunque, questo mese si sono veramente superati. 

lunedì 18 giugno 2012

[IL CAPOLAVORO] The Raid: Redemption di Gareth Evans (Indonesia /2012)



Disclaimer: questo film arriverà in Italia (forse) con mesi di ritardo. L’unica cosa che lo salverà dall’indifferenza generale saranno le recensioni scritte mesi prima, dopo una visione da copia scaricata, sparse per Internet. Perché non pensiate che quattro trailer mandati a caso in televisione rappresentino una promozione adeguata. Quindi questa non è pirateria, è un servizio gratuito fatto alle case di distribuzione. Tanto per ringraziarle dell’ottimo(…) lavoro svolto negli ultimi anni. 


Tutti abbiamo già letto o sentito qualcosa circa The Raid: Redemption. Su queste stesse pagine mi ero impegnato mesi fa a segnalare il blog della lavorazione e a riportare la storia dietro la genesi sul progetto (che ricordiamo, si basa sulla locandina di Peace Hotel di Wai Ka Fai). Nessuna capacità premonitrice da parte mia, semplicemente non era difficile immaginare un futuro più che roseo per l’accoppiata Evans/Uwais. Anche in virtù del debutto Merantau - piccolo ma prezioso. Peccato che The Raid: Redemption sia qualcosa di più rispetto a quello atteso da tutti. Magari non la soluzione a tutti i problemi del cinema moderno, ma non siamo neanche così lontani come penserebbero in molti. E non lo dico per il gusto di esagerare. Andiamo per ordine.


Alla base di questa bomba c’è una dose esagerata di Carpenter (celebrato apertamente nel finalone). Roba che non fa mai male. Soprattutto perché ci ricorda come i capolavori non richiedano per forza di cose budget faraonici. Se vuoi girare un film d’assedio, fisico e sanguigno come il genere richiede, non hai bisogno che di una location. Possibilmente chiusa. Prendete Distretto 13: le Brigate della Morte e provate a trovarci un difetto. Poi pensate che è stato girato in due stanze, con un pugno di attori. Eppure non mi sembra che qualcuno si sia mai lamentato. Naturalmente, senza tante paillettes scintillanti a distrarci, il film deve arrivare dritto al punto. Non può nascondersi dietro a nulla.


E allora ecco che Gareth Evans ci stende con una sceneggiatura minimale, un uso del montaggio da lasciarti secco, un sacco di facce di genere, un protagonista che incarna alla perfezione quella tipologia di sempliciotto/macchina di morte che tanto ci gasa dai tempi degli Shaw Brother e un oceano di violenza. Secca, furiosa e senza pause. Niente battutine, niente ammicchi, niente spacconate. Anzi, ci sono un paio di momenti dove la lotta per la sopravvivenza da parte degli agenti di polizia è talmente disperata e ferina da darti quasi fastidio. The Raid: Redemption se ne frega del revival ottantiano e si fonde con il linguaggio del videogioco mantenendosi comunque carnale come un pugno in faccia, ci regala una fotografia raffinata e una serie di soluzioni ipermoderniste (la prima sparatoria nella tromba delle scale è qualcosa di impossibile per la tensione che riesce a generare. Ancora prima che parta un colpo). Non serve altro. Il primo classico istantaneo dell’anno è un film che sarà costato quanto il parcheggio della roulotte di qualche megastar sul set dell’ennesimo blockbuster hollywoodiano (genere che – Marvel movies esclusi, forse perché intelligenti e brillanti – pare stia per spirare definitivamente. Bastino i flop di John Carter, Battleship, Lanterna Verde e di un sacco di altra paccottiglia inutile).


Il risultato di tutto questo è un’opera che è già mitologia, pietra di paragone per un sacco di film che usciranno nei prossimi tempi. E non mi si venga a dire che si tratta di roba facile da mettere in piedi: la gestione degli spazi e del ritmo sono materia vitale per queste operazioni, tanto delicate da guadagnarsi anche in questo caso qualche licenza poetica pur di non molare l'acceleratore neppure un istante. Non si sta parlando di un giallo a orologeria, dove ogni ingranaggio deve girare alla perfezione per non inclinare tutto il meccanismo, ma di un treno in corsa. Pensate all’opera prima di Johnnie To (questa è la recensione di un film bello, quindi logico che Giovannino ce lo dovevo inserire): The Big Heat. Un action iperviolento e supersonico, dove i buchi di sceneggiatura sono distribuiti con una minuzia e una precisione tali da farti nascere il sospetto che siano messi apposta. Tanto per non perdere tempo e dirigersi di corsa alla prossima sparatoria. Questa pratica, se messa in mani sbagliate, solitamente porta a conseguenze disastrose. Plot campati in aria e svolte narrative a dir poco astruse. Si capisce quindi come la materia debba essere gestita con la dovuta cautela per non rischiare di mandare tutto a rotoli. Gareth la maneggia con la grazia di un giocoliere. Risultato: non ci si distrae dal flusso di adrenalina che lo schermo ci vomita addosso neppure per una frazione di secondo.


The Raid: Redemption è brutale quanto l'exploitation anni '70, ma senza citare e/o scimmiottare. Dritto come un fucilata in pieno volto, basa gran parte della sua folle energia cinetica sui muscoli del plot di partenza: un gruppo di soldati, un palazzo da espugnare, sempre più scagnozzi a ogni piano. Sembra una cazzatella puerile ma nessuno ci aveva pensato fino al 2012. E doveva arrivare una produzione indonesiana a farcelo presente.

giovedì 14 giugno 2012

[Non preoccuparti e ama la bomba] The Manhattan Projects di Hickman & Pitarra (Image Comics)



Che Jonathan Hickman non manchi di ambizione è cosa nota. Arriva dal nulla e ribalta i Fantastici Quattro come un calzino, torna in Image da vincitore e prova a giocarsi la carta della saga spazio-temporale con Red Wing (bellissima ma troppo, troppo, troppo compressa). Continuando, nel frattempo, ad allargare la sua influenza presso la Casa delle Idee fino al punto di diventarne uno dei principali architetti. Un bottino che accontenterebbe un sacco di gente, ma evidentemente non ancora abbastanza ricco per il Nostro. Nulla di meglio per il proprio ego insaziabile di lanciare quindi ben due serie personali per la casa editrice più in forma del mercato statunitense: The Secret – di cui non so nulla se non che si presenta benissimo grazie a una serie di cover davvero suggestive – e il folle The Manhattan Projects (e anche qui la grafica di copertina è qualcosa di meraviglioso e suicida allo stesso tempo - vedi sopra).


Se dovessi tracciare un parallelo con qualcosa che ho già letto la risposta più ovvia sarebbe Ballard. Vuoi per l’amoralità insita nelle pagine dei primi tre numeri di questo fumetto (tra l’altro esauriti e già in ristampa), vuoi per la pratica sempre rischiosa di sfruttare personaggi reali in un contesto ben al di sopra delle righe. Non parlo di atrocità alla Abraham Lincoln Vampire Hunter o Barack the Barbarian, ma di un Robert Vaughan che ha come sogno erotico definitivo l’atto di schiantarsi a folle velocità contro Elisabeth Taylor (aiutato, sulle pagine di Crash, dallo stesso James Ballard autore e contemporaneamente personaggio di finzione). Da una parte abbiamo spazzatura priva di senso, dall’altra una soluzione narrativa piuttosto disturbante. E delicata, visto che l’unheimliche di Freud non è materia proprio stabile e di facile manipolazione (il rischio di sconfinare nel famigerato artsy-fartsy è sempre dietro l’angolo).


The Manhattan Projects si basa su un’idea tanto scontata quanto inquietante. E se l’infame team che ci ha portato la bomba atomica avesse lavorato anche ad altre armi di distruzione di massa? Nonostante Hickman si ostini a definire questa sua nuova serie come “divertente” sono ben pochi (nessuno) i momenti genuinamente spensierati che si vanno a incontrare tra le sue pagine. Tra un ordigno nucleare sganciato solo per non chiudere il laboratorio (e non parlo di una bomba immaginaria con morti immaginari, parlo proprio di Enola Gay e  Little Boy), un Einstein temuto come il peggior supercriminale e un Enrico Fermi privo di umanità, di roba “divertente” ne vedo ben poca.


Piuttosto userei il termine “sottilmente sgradevole”, con le invenzioni dello sceneggiatore rese ancora più incisive dalle matite di Nick Pitarra. Uno che pare uscito da qualche casa editrice underground anni ’80 (sarebbe fichissimo vederlo all’opera sulle Tartarughe Ninja). Il suo tratto tremolante e l’amore per le anatomie sgraziate vanno a braccetto con tavole farcite di particolari e soluzioni spettacolari (dovreste vedere come rendeva i viaggi nel tempo su Red Wing). Una sintesi perfetta di quanto serve a una serie per porsi in equilibrio su quella sottile linea che divide mainstream e mercato indipendente.


Il risultato finale per ora è molto più che soddisfacente e la voglia di leggersi il primo story-arc in trade paperback è tanta. Hickman si conferma intelligente e smaliziato quanto basta per far rizzare le antenne a tutti. Qui cerca di arricchire il suo consueto iperclassicismo con qualche trovata di montaggio un po’ fuori asse, ma da qui a dire che anche la forma segua la freschezza dei contenuti ce ne vorrà ancora molto (non che voglia dire molto, a dirla tutta. Il Saga di Vaughan & Fiona Staples continua a migliorare - incredibilmente - nonostante sia raccontato nel modo più tradizionale possibile). Per ora perfetto così, in trepidante attesa del prossimo numero.