lunedì 30 maggio 2011

Il contenuto/popolo è sovrano (regina in questo caso)

Content is Queen from Sergio Albiac on Vimeo.



Democratizzazione 2.0. Ritratto generativo di un’icona della vecchia autorità realizzato con porzioni di video caricati in rete da utenti qualsiasi. Di Sergio Albiac.

venerdì 27 maggio 2011

Perchè Barcazza e Invincible non sono poi così diversi (e io preferisco il secondo)



Barcazza è un fumetto praticamente privo di trama. In maniera gelida (e un po’ sgradevole) offre al lettore squarci di vita quotidiana, concentrandosi su di un gruppo di villeggianti impegnati a oziare. Tutta l’attrattiva dell’opera sta nella profondità dei personaggi e nei loro rapporti interpersonali. In altre parole Barcazza funziona solo se i suoi attori prendono vita. Se, prima dell’ultima pagina, si finisce per conoscerli un po’ di più. Francesco Cattani infila tra i suoi spazi bianchi una continua tensione erotica, sudaticcia e pruriginosa come ci ricordiamo tutti certe vacanze al mare. Le dinamiche che si vengono a creare lasciano dietro di loro una sensazione di leggero disagio, come se da un momento all’altro i meccanismi di potere sotterrati dalla spessa coltre della routine fossero destinati a essere scoperchiati.


Insomma, un sacco di carne al fuoco. Peccato che non si vada a parare da nessuna parte. I personaggi rimangono sconosciuti, non si ha progressione e alla fine del volume ci si sente come alla prima pagina.


Sono i rischi del racconto minimale.


Dopo tutto anche un maestro come Michael Haneke ha ceduto alla tentazione degli innesti mistery nell’incedere statico del capolavoro Il Nastro Bianco, forse la migliore rappresentazione di sempre sulla nascita del male. Lo scorrere sempre uguale delle giornate in un villaggio tedesco del 1913 viene scosso da alcuni strani fatti (incendi, sevizie,…). Non ci saranno indagini, climax, colpi di scena o conclusioni. Semplicemente lo spettatore sarà sempre più immerso in un’atmosfera malsana e ributtante. La vicenda risulta ferma, è lo spettatore a muoversi tra le righe. Quando le luci in sala si riaccendono nella comunità descritta non è cambiato nulla, abbiamo vissuto con loro solo per 144 minuti. Però il cervello dello spettatore ha subito una serie sufficiente di scossoni (i fatti misteriosi) per mantenersi comunque in movimento. E continuare a farlo anche nei giorni successivi alla visione (effetto Haneke garantito).


La conclusione di questo ragionamento è piuttosto semplice: se in una storia succede qualcosa, anche minima o sullo sfondo, avremo una sovrastruttura su cui basare le nostre valutazioni circa l’emotività dei personaggi. Altrimenti tanto vale andare al bar e sorbirsi qualche ora di chiacchiere stanche e ottuse.


Tracciamo adesso una linea agli antipodi del fumetto alla Barcazza. Ci troverete il supereroismo statunitense. Anche qui regna la stasi, ma ci si arriva dalla direzione opposta. Sceneggiature iper dinamiche che non portano a nulla, psicologie ferme e il bisogno di dare ogni mese qualcosa in pasto alla macchina industriale. Nel suo passare da evento epocale in evento epocale il fumetto di supereroi è costretto in maglie strettissime e inamovibili. Un po’ come correre sul posto.


All’interno di questo scenario (non esattamente esaltante) troviamo uno scrittore come Kirkman, interessato più ai personaggi (e al loro mondo interiore) che ai plot. Robert è capace di scrivere una serie sugli zombie includendo interi cicli narrativi senza che si veda un non-morto. O una di supereroi adolescenti dove terribili minacce per la Terra hanno la stessa importanza narrativa della scelta del college. Si parla naturalmente di Walking Dead e Invincible.


In uno dei primi cicli narrativi della seconda serie citata il protagonista si trova a fronteggiare un alieno potentissimo che, di tanto in tanto (a intervalli regolari), attacca il nostro pianeta. A differenza delle solite scazzottate ipertrofiche del 99% delle serie statunitensi i due antagonisti si mettono a parlare. Si scopre che il ciclope è un pacifico professionista. Per lavoro attacca i pianeti che lo ingaggiano, così da testarne le difese. Causa un errore di trascrizione confonde la Terra con un altro mondo. La sua preoccupazione a questo punto è chiedere scusa a Invincible e non perdere l’appalto. Sembra una stupidata, un giochino sterile e puerile (anche se la serie è tutto tranne che infantile, alla luce sopratutto di picchi di ultraviolenza non indifferenti), ma in realtà siamo di fronte alla controparte fumettistica dei cambi di prospettiva dei vari Oldemburg o Christo. Per capire la complessità di una cosa semplice devo stravolgerne il contesto. Poi arriva il colpo di genio di Kirkman: dare un nome umano all’invasore. In un immaginario razzista e qualunquista come quello statunitense, dove l’invasore fa sempre parte di una moltitudine senza volto e senza identità (gli insettoni di Starship Troopers sono la metafora perfetta per anni di Vietcong, Arabi, Russi,..) non è una cosa da poco. Il mostro non si chiama Doomsday o Beta Ray Bill, ma semplicemente Allen. Se non fosse per tutine di lattice, mantelli e pelli squamate (e tutte le sovrastrutture culturali che si portano dietro, da quelle classiche a quelle revisionistiche) avremmo perso un passaggio di un’umanità palpabile e concreta.


Due fumetti diversissimi tra loro chiamati a confrontarsi con la nostra vita quotidiana, dunque. Uno ce la restituisce banale, nonostante il contesto dell’opera alta. Il secondo, anche se parte da pagine prive di profondità, straordinaria in ogni suo piccolo gesto. Tanto per dimostrare, una volta in più, che spesso il pacchetto è decisamente fuorviante.

martedì 24 maggio 2011

Christian goes to Japan



E mentre le due tshirt studiate dalla Passenger Press per 55DSL non sono ancora arrivate nei negozi (dovrete aspettare fino a settembre/ottobre, dopo di che le potrete trovare da New York a Shanghai) il buon Christian si prende lo sfizio di realizzare una grafica in esclusiva per la fichissima catena nipponica di street wear Beams. La trovate solo in Giappone o a questo sito qui.

lunedì 23 maggio 2011

Il peso della mediocrità: Level Up di Gene Luen Yang e Thien Pham (Multiplayer.it Edizioni)



Alla fine dei conti Level Up parla di mediocrità. E lo fa nel modo più difficile possibile: raccontandola senza paternalismo. La questione è semplice: seguire i propri sogni o maturare? Vivere per le aspettative degli altri o per la propria felicità? Sono migliaia le storie scritte su questo argomento, quasi sempre indirizzate verso l’ipotesi dell’autorealizzazione a ogni costo. Gene Luen Yang decide invece di ricordarci cosa significa nascere sul pianeta Terra, nonostante si parli di una storia fatta di angioletti venuti da bigliettini d’auguri e mondi fatti di pixel. Così il suo protagonista la smette con i videogiochi e si iscrive a medicina per fare contento il padre defunto. Poi si rende conto di non aver seguito la sua vera vocazione e manda tutto all’aria per campare di tornei e beta testing. Anche in questo caso la felicità non arriva, allontanata dallo spettro della famiglia, del padre deluso dalla vita e dall’incombere del proprio futuro. E allora cosa fare?


Nonostante sia disegnato con tratto infantile e naif Level Up si rivela, leggendo tra le righe, estremamente duro e disilluso. E forse lo si apprezza per questa sua schiettezza terra terra, di quella utile a ricordarsi che di tanto in tanto è il caso di chiedersi cosa si vuole veramente. Al di la di quello di cui ti vogliono convincere gli altri. L’accettazione di una vita normale pare essere uno degli argomenti proibiti in questi anni all’insegna della super esposizione mediatica, a costo di una spasmodica ricerca dell’eccesso e della particolarità anche repellente. Così quando un protagonista viene costretto a relegare le sue passioni al tempo libero (cosa che, volenti o nolenti, succede al 99,9 % della popolazione mondiale) lo si vede come un perdente. Un sognatore che decide di farsi ingabbiare nelle grigie regole di una vita medio borghese fatta di banalità e lavoro sicuro. Non fa nulla se nel suo schifoso lavoro diventerà il migliore.


Gene Luen Yang ci fa capire che siamo tutti diversi. Impossibile tracciare una parabola in cui riconoscersi tutti. Al mondo, e in Level Up, ci possono essere mediocri videogiocatori che campano scrivendo recensioni (e sono felicissimi di quello che sono) e campioni di Mario impegnati a impiegare il loro talento nel manovrare sondini rettali alla ricerca di tumori (e sono soddisfatti della loro vita almeno quanto i primi). Siamo in tantissimi, con talenti variegati e storie agli antipodi. Che senso ha puntare tutti alla stessa cosa? Se un obbiettivo fa la felicità di molti non significa che lo farà anche per noi.


Level Up ha la sfrontatezza di ricordarci che a qualcuno piace avere una vita normale. Non importa se questo qualcuno sia un inetto o un fenomeno in un qualsiasi campo. Qui si parla di una spinta interiore che non può essere giudicata o valutata, perché troppo intima. Naturalmente tra le pagine del volumetto ci sono anche quelli che il sogno lo inseguono per anni e infine lo raggiungono. Tanto per ricordarci che farsi il culo alla fine paga sempre, basta sapere in che direzione muoversi.


Un fumetto a 8-bit che si pone come perfetta antitesi del cool a tutti i costi di Scott Pilgrim. Se la il protagonista era un perdente che non perdeva mai (curioso, no?) qui abbiamo un protagonista che vince il suo personale podio perdendo di proposito la gara a cui tutti volevano iscriverlo.

domenica 22 maggio 2011

Sentirsi meno stupidi



Leggendo Studio 2 (ultima volta che ne parlo, giuro) apprendo che Matthew Barney, pagatissimo e famosissimo artista concettuale da sempre ascoltatore indefesso di death-metal e grind-core, si è costruito nel suo atelier di New York un altarino celebrativo dedicato a Seth Putnam, mente e voce dei terribili Anal Cunt. Nonostante il buon Matthew non sia tra i miei artisti preferiti la prendo come una buona giustificazione per togliere la polvere a Morbid Florist senza sentirmi troppo in colpa.


Adesso ci manca solo che Bill Viola confessi una passione segreta per gli Iron Monkey e sono a cavallo.


Naturalmente scherzo, gli Iron Monkey sono la miglior band di sempre. Con o (sopratutto) senza benedizioni.