giovedì 31 luglio 2008

Silverfish di David Lapham: nuova linfa teen slasher

Silverfish non è un capolavoro. E neppure un must have per il fumettofilo più generalista, per essere sinceri. Eppure, nonostante questo, riesce comunque a essere meglio di tutto quello che il cinema US ci ha proposto in fatto di teen slasher negli ultimi 10 anni.



Gli ingredienti ci sono tutti: adolescenti, misteri, assassini seriali e sparute tracce di conflitto generazionale. Ogni parola in più sarebbe in bilico tra lo spoiler che non ti aspetti e l’informazione già nota, in una ragnatela di riferimenti più o meno espliciti che David Lapham tesse con consumata abilità (dopo tutto è l’uomo che ci ha donato Stray Bullets!).



Silverfish rimane a tutti gli effetti un'opera di forma, dimenticandosi di approfondire il contenuto a favore di uno studio maniacale del linguaggio genere. Il risultato è un So Cosa Hai Fatto su carta, ma molto più avvincente, ritmato e cattivo della controparte a 24 fotogrammi al secondo. Un’ autentica sceneggiatura disegnata che batte di gran lunga tutte quelle che hanno raggiunto la celluloide da Scream a oggi. Colpisce come ancora una volta la narrativa “bassa” (o legata a un medium “basso”) riesca dove linguaggi considerati alti, in questo caso perdenti anche sullo stesso campo da gioco (perché Silverfish non ha nessun aspetto legato in maniera esplicita al fumetto), falliscono.



La rilettura di un filone narrativo fin troppo codificato non è certo un compito all
a portata di tutti, ma Lapham dimostra di saper maneggiare la materia fluida di cui è composto il nostro immaginario collettivo. Contando unicamente su dialoghi frizzanti, filosofie ben definite e un montaggio che concede al cliffhanger l’importanza che gli spetta.



Che Kevin Williamson e compagnia cerchino di fare lo stesso.







martedì 29 luglio 2008

Consigli per gli acquisti: The Chaser, GP506, Shamo, L change the World

Vi aspetta un agosto bloccati in casa? Non demoralizzatevi, armatevi di carta di credito e connettetevi a Yesasia.com, autentico scrigno dei tesori per l'amante del cinema orientale. Tra le chicche in uscita in questi giorni:


The Chaser: noir koreano ultrastiloso. Tutto già visto tra Old Boy e A Bittersweet Life, ma perchè privarsi della solita dose di melodramma, mazzate e scene catartiche sotto la pioggia?



GP506: dallo stesso regista del terrorizzante R Point (zombie/Vietnam movie) un nuovo excursus nel horror bellico. Sempre dalla Korea del Sud.



Shamo: tratto dall'ultraviolento e omonimo manga, diretto da Soi Cheung. Per fare chiarezza il nuovo maestro dietro a capolavori del nichilismo come Love Battlefield e Dog Bite Dog. Dicono tutti che sia una marchetta paura, ma sinceramente per Soi questo e altro.

L change the World: al terzo capitolo pare che la popolare serie di Death Note si sia decisa di munirsi di un vero regista: Nakata Hideo, che tutti conoscono come la mente dietro a The Ring e Dark Water. Cult?



Tutti reperibili da YesAsia, sottotitolati (in inglese) e a prezzi modici (evitate le edizioni jappe!).



lunedì 28 luglio 2008

Diary of the dead: Romero e l'iperrealtà di Baudrillard


Romero deve essere un folle totale. Perché solo un folle sarebbe capace di dare in pasto a un pubblico di autentici rompicoglioni (come solo nerd e bloggers possono essere) un’opera che fa della mediocrità e dell’errore il suo punto di forza. Diary of the dead non è un film di zombie (ma quale dei film di Romero lo è stato?) visto dagli occhi di un videoamatore, non è un horror e non è neppure una sperimentazione sui nuovi linguaggi della comunicazione. Diary of the dead è semplicemente iperrealtà.



Secondo Jean Baudrillard sia ha l’iperrealtà dal momento in cui il non si riesce più a distinguere la rappresentazione dal rappresentato, la simulazione dall’originale. E questo è esattamente ciò che succede nel nuovo capitolo dell’opera Romeriana: per tutti i 90 minuti della visione assistiamo a immagini che dovrebbero essere spacciate per vere e grezze, ma in realtà sono fotografate, montate e musicate come un film horror di serie b. Una scelta suicida ma consapevole, come testimoniano alcune soluzioni troppo grottesche (il motivetto sudista che accompagna l’uscita di scena della ragazza texana) per essere frutto del caso. Nel contempo testimonianze di autentiche disgrazie e sciagure (materiale di repertorio, nulla è ricreato ad hoc per l’occasione) sono utilizzate per narrare il dilagare fittizio dell’epidemia. Ma se i frammenti che dovevano sembrare veri si palesano come finti e quelli indiscutibilmente veri danno l’impressione anch'essi di essere slegati dalla realtà, cosa si può definire reale all'interno di una finzione? E nel reale stesso?



Riflessione che culmina nella scena capolavoro, autentico colpo di genio che permette di assumere il giusto punto di vista e di decodificare una lunga serie di scelte a dir poco anticonvenzionali. All’inizio del lungometraggio assistiamo alle riprese di un film horror a basso budget da parte di un gruppo di studenti universitari (i protagonisti del film). Durante la lavorazione il nervosismo spinge i ragazzi ad accese discussioni su cosa possa essere credibile o meno all’interno di tale cornice, arrivando a deridere molti dei luoghi comuni rintracciabili all’interno di questo tipo di cinematografia. In chiusura di Diary of the dead abbiamo invece la stessa scena ma “reale” (reale dentro un film che si dovrebbe spacciare come finto documentario, e quindi come finta cronaca, per definizione narrazione di un fatto realmente successo), con un “vero” zombi a rimpiazzare un ragazzo travestito e “veri” fiotti di sangue. Con enorme sorpresa gli studenti realizzeranno che tutta una serie di cliché (la fanciulla che scappando dal mostro fatalmente si inciampa, la camicetta strappata,…), così impossibili da riprodurre in un contesto finzionale senza apparire ridicoli, nella “realtà” funzionano invece estremamente bene. Ma a questo punto noi, spettatori di entrambi i film, a cosa stiamo assistendo?

Probabilmente ciò che vediamo è vero, perché se lo vediamo attraverso l’occhio della telecamera (e ragioniamo attraverso le riflessioni di Baudrillard) non abbiamo a che fare con una rappresentazione ma con il rappresentato stesso. Gli stessi protagonisti sembrano rendersi conto di quello che succede solamente dopo averlo visto attraverso l’obiettivo, non credendo ai loro occhi (non si rendono conto di avere investito degli zombi deambulanti) ma prendendo per oro colato tutto quello che arriva attraverso qualsiasi mezzo digitale (incominciano a credere ai morti che camminano dopo aver visto un filmato caricato su YouTube da una ragazza di Tokyo).



Diary of the dead non è un film mediocre, è una riflessione eccellente che deve travestirsi da film mediocre per essere credibile e percepibile. Dopo le didascalie di Land of the dead Romero pare essersi ricordato come fare politica.

domenica 27 luglio 2008

[pubblicità creativa] Porno Guiness





E chi lo va a dire a quei quattro bacchettoni che bloccarono una geniale campagna di comunicazione solo perchè dentro c'era Rocco Siffredi che assaporava soddisfatto delle patatine?

sabato 26 luglio 2008

[trailer] Punisher: War Zone Comic-Con 08 Footage



Io sono una tra le tre persone al mondo ad aver gradito il primi due film del Punitore, perlomeno per le abbondanti citazioni spaghetti western del secondo capitolo. In questo Punisher: War Zone pare però che la regista Lexi Alexander abbia finalmente deciso di rappresentare il buon Frank per quello che è sempre stato: un violento, psicolabile e ingiustificabile vigilante.



Vuoi vedere che è la volta buona che ci ritroviamo tra le mani un ottimo film piuttosto che un divertente b movie?

venerdì 25 luglio 2008

Dark Knight, linguaggio dell'azione e scenari sonori




Pare che tutti abbiano qualcosa da dire sul nuovo Dark Knight, tutti a sbrodolare sui buchi dello script, sulle psicologie dei personaggi, sull’interpretazione di Heath Ledger. Eppure, nonostante qualsiasi apprezzamento al lavoro in questione sia meritato e giustificato dalla qualità stellare del prodotto, nessuno ha notato due aspetti fondamentali della regia del grande Christopher Nolan. Due fattori invisibili ma indispensabili all’alchimia da cui è scaturita l’atmosfera plumbea e da apocalisse imminente in cui il nostro pipistrello pare trovarsi perfettamente a suo agio. Si parla di linguaggio cinematografico e sound design.



Si prenda la prima, magnifica, scena. Una rapina in banca in apertura di un blockbuster da multisala. Qualunque altro regista della generazione di Nolan avrebbe preso l’occasione per imbastire una sequela di bullet time e interpolazioni dei movimenti di macchina. Ci sarebbero state macchine da presa che avrebbero attraversato muri e finestre, freeze frame digitalizzati e piani sequenza in computer grafica. Per nostra fortuna pare che il britannico si sia dimenticato di tutta questa paccottiglia in pixel, preferendo una concezione di regia action che deve tutto a Mann, Hill e Siegel. Derivativa? Forse, ma assolutamente cazzuta. Tesa e tagliente come una lama di rasoio, un’ autentica stilettata ai nervi. E così per tutte le restanti due ore. Tutto è terribilmente reale e fisico. Da qui l’impressione di un reale pericolo imminente. Grandangoli e carrellate (oltre ad abbondanti schizzi di sangue non in digitale) tornano a colpire dritti in faccia, come non se ne vedeva dagli anni ’80.



Si parlava anche di sound design, ovvero la capacità di creare autentici scenari sfruttando unicamente l’aspetto uditivo. In Dark Knight i suoni si ovattano, si amplificano, di distorcono, oppure scompaiono del tutto. Un autentico tour de force di sperimentazioni sensoriali che non può non rimandare a quel Time & Tide di Tsui Hark, assoluto pioniere in questo campo. Anche la colonna sonora, più vicina a un mood ambient che a una banale fanfara fatta da tema e variazioni, viene stuprata e sottomessa al volere della regia. Una sinfonia di suoni stridenti e di bassi pulsanti, mille volte più significativa e funzionale di quattro sviolinate da melo di quart’ordine. E poi, ma verrebbe da dire sopratutto, il silenzio. Angosciante e gelido come un pugnale di ghiaccio, che arriva quando meno te lo aspetti e ti riporta alla realtà. Nel modo più brutale possibile.



Pare che i tempi della scialba e banale favoletta dark di Tim Burton siano finiti. Finalmente si arriva dalla parti di Frank Miller e del Gotham Central di Ed Brubaker e Greg Rucka. Finalmente si parla di Batman.

martedì 22 luglio 2008

[teaser] Yatterman di Takashi Miike (Jap/2009)



Yatterman + Miike = Capolavoro annunciato?