Su Conversazioni sul Fumetto trovate da ieri un mio articoletto sul recente revival di X-O Manowar. Con annessa, già che ci siamo, qualche riflessione sull'andazzo del genere (inteso come fumetto di genere) nel mercato mainstream statunitense. Fatemi sapere cosa ne pensate cliccando qui.
giovedì 11 ottobre 2012
martedì 9 ottobre 2012
C'era una volta Miike: Ace Attorney di Takashi Miike
La più grossa sfortuna di Miike è sempre stata quella di essere frainteso. Fin dagli anni delle videocassette Tartan - pagate 80.000 Lire al Bloodbuster di Milano - parlare del giapponese significa tirare in ballo inevitabilmente i suoi eccessi misogini e/o violenti. E a ragione, verrebbe da dire. Per oltre un decennio il regista di Osaka è stato sinonimo di cinema estremo, oltre i limiti imposti e sempre foriero di sorprese e picchi di brutalità. Peccato che oltre a questo ci sia un sacco di altra roba, dimenticata o neppure percepita dal neofita dell’ultimo minuto (e qui permettetemi un pizzico di elitismo, visto che sulla barca io ci sono da ormai più di 10 anni). Così succede che per ogni dieci persone pronte a citare gli aghi di Audition o le chiazze di seme di Ichi ne abbiamo solo uno (se va bene) capace di ricordare il magnifico secondo tempo di Dead or Alive 2. Un’isoletta rurale immersa nella canicola estiva, i grilli, i campetti da calcio, le scuole elementari deserte e una piccola comunità ad accogliere i fuori casta (veri protagonisti di ogni opera Miikiana) in una sorta di famiglia allargata (famiglia, altro tema portante del regista maledetto. E qui dovrebbe suonare qualche campanello d'allarme, soprattutto se si considera con che rispetto e tenerezza Takashi la racconta. Vedi il capolavoro Rainy Dog). Dopo l’esplosione di popolarità del 2005 (-post Hostel) il Nostro sembra però aver perso questa indole eversiva. Tra ossequiosi remake di classici del cinema nipponico, trasposizioni live action e poco altro pare che si sia abituato piuttosto rapidamente alle sue nuove vesti di mestierante di lusso. E, per quanto sia dura ammetterlo, non poteva che andare così. Dopo l’exploit di Izo continuare sulla via della violenza cieca sarebbe stato patetico, ad alto rischio macchiettizzazione. Gli altri aspetti importanti della poetica di questo artista erano già stati sviscerati in una serie di titoli minori (dal’infanzia di Young Thugs all’amore queer di Big Bang Love Juvenile A), spesso con risultati altissimi ma quasi sempre ignorati da un pubblico desideroso solo di nuovi fiumi di sangue. A questo punto tanto vale concentrarsi su un aspetto apprezzabilissimo in ogni altro cineasta, fino a poco fa del tutto secondario nella poetica del regista di Gozu: la professionalità.
Sono lontani i tempi delle riprese scentrate e tremolanti, tenute buone solo per mancanza di tempo e denaro (praticamente tutti i film del periodo yakuza sono girati alla “buona la prima”, lo dice lui stesso nel libro Agitator). Oggi si è arrivati al paradosso di questo di Ace Attorney. Un ottimo giallo giudiziario, girato e fotografato benissimo, perfetto nel trasporre su pellicola gli stilemi della controparte originale (una serie di giochi per le console portatili Nintendo). Non ci sono picchi, impennate o trovate d’autore. Solo la maestria di prendere uno spunto improbabile (un simulatore d’avvocati!) e di renderlo su grande schermo in maniera rigorosa e inattaccabile. Non c’è neppure la genuina carica d’ignoranza dei due Crows Zero, imperfetti ma ben più divertenti di quello che si legge in giro (e profondamente nipponici nella loro idiozia naif e bidimensionale). Ace Attorney è un bel film, semplicemente. Meno sbrodolone di Yattaman, nonostante ricalchi il materiale di partenza con ancora più precisione, ed estremamente serio nel suo incedere (le incursioni nel surreale sono poco più che impunture). Compatto, ritmato, curato in ogni aspetto nonostante ci si renda subito conto che il budget non sia nulla di faraonico (si parla di 2/3 location in tutto). Un bel po’ di pacche sulle spalle al regista, se non fosse che da Miike vorremmo altro. Peccato non essercene accorti prima.
domenica 7 ottobre 2012
Too cool for the 80's: Detention di Joseph Kahn
Qualsiasi ambito prendiate in considerazione arriva sempre il giorno in cui il grande vecchio della situazione si metterà d’impegno a vergare il decalogo perfetto per i novellini. Se si sta parlando di creatività uno dei punti irrinunciabili della serie di consigli sarà “Smettila di farti mille domande”. Traducibile più o meno con un secco “Non avere paura di fare la figura dello stupido e buttati di testa in ogni idea strampalata a portata di mano, tanto la figura dell’idiota finirai comunque per farla. Se non ora, poco più in là”. Una massima di vita su cui non ho intenzione di discutere (anzi), e che a Joseph Kahn deve essere piaciuta un sacco.
Anche perché non vedo altre motivazioni per cui, nel 2011 (anche se il film è uscito solo nel 2012), un affermato regista di videoclip si debba auto-produrre un teen-slasher meta-referenziale (e molto ironico) incentrato su Scream. Pieno fitto fitto di dialoghi ficcanti, citazioni e strizzatine d’occhio su quanto sia banale oggi come oggi dirigere un film del genere. Insomma un macello, no? Un nuovo Jennifer’s Body su cui sfogare tutta la nostra arguzia da scafati cinefili del web. E invece no. Perché Joseph – sapendo bene di essere fuori tempo massimo e di essere un cineasta il cui unico altro lungometraggio ha una media di 3.6 su Imdb – decide di fare l’unica mossa intelligente e apprezzabile in questo tipo di situazioni: esagera. Esagera senza vergogna.
In Detention non ci sono 30 secondi filati definibili come “lisci”. Dove per “liscio” intendo esente da numeri circensi di regia e montaggio, privo di qualche riferimento ad altro o - in assenza di questo - ben generoso nel buttare nel calderone qualche ingrediente a caso. Mentre due personaggi discutono con ritmi da mitragliatrice appaiono in sovra impressione - come pop-up di Wikipedia - le spiegazioni di quello di cui stanno blaterando, mentre la telecamera fa movimenti impossibili, la fotografia si satura e parte la colonna sonora di qualche successo degli anni ’90 (arrivare a usare la colonna sonora di True Romance per gli stacchetti romantici significa non avere ritegno). Poi appare un bel cartello su fondo nero e ci introduce alla strana storia del ragazzo-mosca (o dell’orso viaggiatore del tempo, o della madre e della figlia che si scambiano l’anno di nascita). Dopo di che, con qualche abile gioco di montaggio, si torna al presente e si introduce un nuovo personaggio che comparirà per trenta secondi netti. C’è una scena, al limite del grottesco, dove i ragazzi sospettati della catena di omicidi vengono messi in punizione. Visto che il killer agisce come quello di Scream (“Mi hanno preso per una Neve Campbell ritardata!” esclama la protagonista) decidono di fare come nell’opera originale: studiarsi il seguito. Con i loro moderni smartphone scaricano il Torrent (letterale) e si vedono il sequel. All’interno del sequel decidono di fare la stessa cosa. Veniamo proiettati in un meta-sequel dove hanno la geniale idea di fare altrettanto. Altro salto in avanti: ora siamo in un film, dentro a un film, dentro a un film. Che però rispetto agli altri è girato con le finte spuntinature e gli effetti vintage anni ‘80 (ma dove decidono comunque di percorrere la stessa strada). Compare il killer e via, a ripercorrere a ritroso questo strano meta-tunnel fino al livello più superficiale dove scopriamo che…
Tutto questo in un intervallo di tempo che va dai 30 ai 45 secondi. Tanto per farvi capire le velocità folli a cui viaggia il ritmo, tanto frastornante quanto però monotono e privo di curvature emozionali (leggi come: va a 3000 all’ora dal primo minuto all’ultimo). Detention è uno dei rarissimi film dove sullo schermo succede più di quello che possiate capire. In questo va detto che sposa in maniera egregia la visione del mondo degli adolescenti di oggi. Immersi costantemente in un flusso di stimoli sconquassante e costituito unicamente da frammenti del decennio più hype del momento (ieri gli ‘80s, oggi i ‘90s). Joseph Kahn ha un occhio mirabile (innegabile) e affastella senza pietà inquadrature iper-moderne come se nulla fosse, sbeffeggiando con una sonora pernacchia tutta la ricerca portata avanti da un talentuoso (e noioso) come Ti West. Messa brutalmente sulla quantità si può dire che in Detention c’è tanta di quella roba da consigliarlo anche solo per rendersi conto di cosa si possa fare con una telecamera e una sana dose di talento.
In conclusione: nonostante quello che se ne può pensare Detention è all’antitesi del cinema hipster. Non è l’artistoide vestito come un contadino dell’’800 dipendente da Instragam, quanto l’adolescente che considera le Adidas di peluche disegnate da Jeremy Scott come scarpe eleganti. Probabilmente finirà per irritarvi. Lui se ne fregherà e continuerà stoico sulla sua strada.Quindi tanto vale mettersi comodi e godersi le sue trovate clownesche. Dietro la sua idiozia non dico si nasconda della genialità (neanche per scherzo) ma neppure l'encefalogramma piatto che troppa gente tende ad aspettarsi. E poi dove lo trovate un film che ha il coraggio di piazzare gli Hanson sulla trionfale scena conclusiva?
domenica 23 settembre 2012
A casa!
Finalmente a casa dopo la consueta trasferta parigina di metà settembre. Nei prossimi giorni sarà dura che abbia qualcosa da dire visto quanto sono rimasto indietro con il lavoro, così per ora vi re-indirizzo (in ritardissimo) al mio umile contributo per il mese del ragno su Conversazioni sul Fumetto. Un piccolo omaggio a un numero di questa testata, magari non memorabile ma a modo suo fondamentale.
mercoledì 12 settembre 2012
Perché I Guardiani della Galassia di Gunn sarà una gran figata
Lo ammetto. Quando il primo concept per I Guardiani della Galassia è stato rivelato al pubblico gli occhi mi sono saltati dalle orbite. Non riuscivo a credere a quello che stavo vedendo. L’interesse per quella che sembrerebbe la più sconclusionata impresa cinematografica degli ultimi 20 anni è schizzato a mille. Eppure solo ora, con la conferma di James Gunn in cabina di regia, i ragazzi dei Marvel Studio sono riusciti ad avere VERAMENTE tutta la mia attenzione. Le motivazioni sono molte, tanto vale procedere per punti:
1) Gunn ha scritto due dei Troma-movie più belli, intelligenti e urticanti di sempre. Si parla del mitico Tromeo & Juliet e di Terror Firmer. Opera che in un mondo più giusto avrebbe chiuso del tutto il capitolo meta-cinema.
2) subito dopo gli exploit tromeschi è passato a scrivere sceneggiature per Hollywood. Robe che hanno fatto incassare un sacco di soldi nonostante le premesse impossibili (si parla di due Scooby Doo e del remake di Dawn of the Dead aka Zombi).
3) ha sfruttato la fama e il potere acquisiti per dirigere Slither, il film di fantascienza gommosa più bello degli ultimi lustri.
4) successivamente è passato (sceneggiatura + regia) a Super, che è come Kick-Ass ma molto meglio e con un finale nero come la pece. Alla faccia di un sacco di gente che se lo è visto con i paraocchi.
5) oltre a tutte queste robette appena elencate Gunn ha lavorato a un sacco di altra roba (serie per il web, videogiochi,....). E in qualsiasi caso è riuscito a rendere tutto divertente, anche quando doveva colpire bassissimo.
6) come se il suo curriculum non bastasse, alla sceneggiatura dei Difensori sta lavorando l’esordiente Chris McCoy. Classe 1981, già tre volte nella Black List di Hollywood (la Black List è una classifica dove finiscono tutti i migliori script rimasti senza produzione, quasi sempre perché effettivamente belli e quindi poco adatti ai multisala).
7) si tratta di un film che si intitola I Guardiani della Galassia. Non riesco a immaginare nulla di più potente, evocativo e al contempo meravigliosamente infantile.
8) I Guardiani della Galassia è una delle serie più improbabili (e genuinamente divertenti, visto il sottile humor che ne contraddistingue ogni pagina) fra tutte quelle ambientate in un universo popolato da gente che se ne va a zonzo in calzamaglia.
9) la formazione di questo supergruppo può vantare: un procione antropomorfo dal grilletto facile, una pianta senziente, un paio di guerrieri cosmici, il clone di Kratos e un cane telepate a coordinare il tutto. Immagino già il fumo uscire dalle orecchie del robottino Nolan.
10) la space-opera di stampo favolistico non sbaglia mai. O te ne esci con un capolavoro o con uno scult da videocassetta. Uno di quelli che devi recuperare a ogni costo e si guadagnano un’aura di mito con il passare degli anni. Questo perché si parla di un genere così campato per aria che è durissima lasciare indifferenti (tranne Il Quinto Elemento, ma Besson è talmente cane che può riuscire in tutto). Quindi vinci sempre.
11) per troppo tempo nessuno si era buttato in un'impresa così cinematograficamente disperata. Andiamo, quando è stata l’ultima volta che vi siete chiesti “Come diavolo faranno a farlo?”.
12) il fumetto non è così codificato come lo erano i Vendicatori, quindi potremmo trovarci di fronte a qualcosa di realmente fresco. Non mi interessa niente di un Rocket Racoon che esordisce sullo schermo con la stessa battuta con cui si è palesato sulla carta stampata in una storia breve di chissà quale testata secondaria dell’universo Marvel. Voglio vedere cose che mai mi sarei potuto immaginare.
13) qui potrei fare il solito giochino simpatico di queste liste e ripetere una delle voci precedenti, come a dire”guarda come sono ossessionato da questo aspetto stupido ma in realtà cruciale”. Sarò banale, ma io sono veramente curioso di vedere Rocket Racoon.
14) l’interesse generato intorno a questo blockbuster (assieme a quello sui robottoni giganti di del Toro) potrebbe finalmente dare la spinta a un sacco di progetti assurdi che se ne stanno nel cassetto da troppo tempo. La speranza è che il fantastico torni fantastico. Basta grigiume, realismo e rivisitazioni dark. Volete fare gli scrittori o i registi? E allora dimostrate di essere molto più creativi di quanto noi spettatori potremmo mai essere. Sbatteteci in faccia il motivo per cui voi fate quel mestiere e noi no. Altro che uguaglianza.
15) nella speranza che si realizzi la prospettiva qui sopra - che i film fantastici tornino a essere generatori di fantasie e non blocchi di ghisa attaccati alle caviglie della creatività - magari bloccano il film sulle Tartarughe Ninja e lo rimettono in carreggiata come dovrebbe essere fatto veramente. Macché alieni, noi vogliamo anfibi mutanti che praticano le arti marziali.
16) sempre invocando il punto 14 magari esce il nuovo Star Fox.
17) abbiamo tra le mani un film con budget milionario, diretto da un pazzo proveniente dal cinema indipendente più folle e sceneggiato da un giovinastro troppo talentuso per Hollywood. Se il sistema funziona e arrivano i risultati sperati allora un bel po’ di mestieranti seduti da troppo tempo sugli allori potrebbero incominciare a inviare il CV a qualche agenzia di collocamento.
Possono bastare come motivazioni per aspettare questo film con la bava alla bocca?
domenica 9 settembre 2012
La follia alla fine del mondo: Goodbye 20th Century di Darko Mitrevski e Aleksandar Popovski (Macedonia/1998)
Avevo deciso di recuperare il macedone Goodbye 20th Century ai tempi del primo Bizzarro Magazine (quello dedicato al post-apocalittico), dove veniva etichettato come il film più in linea con il titolo della rivista fra tutti i 100 recensiti nel dizionario fondamentale. Concedetemi una piccola variante autobiografica, indispensabile a chiarire la prospettiva in cui ho scritto questa recensione: ho sempre adorato il post-atomico, soprattutto nelle sue varianti più povere. Quelle dove solitamente si cerca di distrarre lo spettatore dalla palese insufficienza dei mezzi infilandoci – paradossalmente – più roba possibile. Per capire come questo stratagemma funzioni alla perfezione basterebbe vedersi, senza i paraocchi imposti dall’offensivo paradigma “tanto brutto da essere bello”, 2019 Dopo la caduta di New York di Sergio Martino. Prodotto con un budget irrisorio, riesce comunque a guadagnarsi un posticino nella storia della sci-fi grazie al ritmo folle e alla densità di trovate sghembe e fuori posto (oltre per i furti ai grandi titoli di questa bistrattata cinematografia) che ne caratterizzano tutto il metraggio. Chiarito il mio approccio alla materia, passiamo all’analisi di questo tesoro nascosto.
A grandi linee esistono due tipi di “bizzarro” consapevole. Una variante più divertita, che potrebbe essere quella dello strepitoso Slave Girls from Beyond Infinity o del mio adorato Radioactive Dreams, e una più seria, con mire più alte rispetto al puro disimpegno. Nume tutelare e autentica star di questo filone è l’arcinoto David Lynch, ormai ridotto più ad aggettivo da usare a sproposito che a cineasta. Naturalmente si potrebbero tirare in ballo anche i vari Kenneth Anger o Guy Maddin, però chissà perché si finisce sempre a parlare dell’uomo dietro Eraserhead e Velluto Blu. In qualunque caso Goodbye 20th Century fa assolutamente parte di questa seconda categoria, nonostante i (o forse proprio grazie ai) numerosi siparietti grottescamente umoristici che lo punteggiano. Diviso in due sezioni (una post-apocalittica e una immediatamente pre-) quello di Darko Mitrevski e Aleksandar Popovski è un tour de force lisergico che lascerà a terra (pur nella sua breve durata) un sacco di vittime. Tra personaggi apparentemente immortali (il barbiere – presente in entrambi i segmenti oltre che in un flashback di inizio secolo) e altri che lo sono veramente, geniali trovate registiche (vedi una sorta di Joker che si muove generando una serie di suoni da cartone animato), attacchi sensoriali stordenti, una trama praticamente incomprensibile, furti alle colonne sonore di film più noti (il tema di Ghost in the Shell, ma sono sicuro di aver sentito anche qualcosa di Akira) e un’innegabile eleganza formale, abbiamo tra le mani un film meritevole di una visione da parte di chiunque sia alla ricerca delle deviazioni più folli della cultura pop (perché sempre di quello si parla).
Se si fosse limitato a portare avanti il discorso iniziato nel primo tempo Goodbye 20th Century non sarebbe così lontano dal concetto di capolavoro come ci si aspetterebbe. Dotato di un’iconografia potente e immortalato con un linguaggio che pare rifarsi direttamente ai primissimi wuxia di Wong Kar Wai (regia sinuosa, scenari desertici e polverosi, un sacco di fumo blu durante le riprese notturne), costruisce nel giro di una quarantina di minuti un universo credibile e capace di contenere un sacco di storie. I registi si concentrano sul dramma di un uomo che non può più morire in seguito a un rapporto carnale con un'entità metafisica (resa da un’icona ortodossa lacrimante sangue). A un punto di partenza così alto si decide poi di innestare uno sviluppo più in linea con il genere – sparatorie in capannoni abbandonati – con sviluppi strappati di peso dal western crepuscolare. Insomma, una bomba. Peccato che con il secondo tempo, nel descrivere la nostra società nella follia dell’immediata pre-apocalisse, si decida di spingere troppo sul farsesco andando parzialmente fuori tema. Si rimane comunque basiti per quello che si vede – una surreale veglia funebre – ma è più una visione dall’esterno rispetto all'immersione dei primi minuti dell'opera. Si è più che altro curiosi di vedere dove andranno a parare i registi. Se siete amanti dell'assurdo più spinto qui troverete pane per i vostri denti, mentre tutti gli altri non potranno che rimane perplessi.
In conclusione vale la pena di vedersi gli 82 minuti di delirio partoriti da Darko Mitrevski e Aleksandar Popovski? La risposta è assolutamente sì. In primis per potervi vantare di aver visto un post-atomico macedone a budget zero con mire altissime (importantissimo, non c’è la minima traccia di ironia autoreferenziale. E le risate strappate allo spettatore hanno tutte un sapore grottesco e spesso sgradevole), in secondo luogo perché abbiamo a che fare con qualcosa di assolutamente diverso e fuori dai canoni. In un’epoca di omologazione e riciclo infinito del passato ogni tentativo di diversificazione andrebbe premiato a prescindere, soprattutto se realizzato con l'ambizione di questo stortissimo lungometraggio. G20C potrà non piacervi – nulla di più facile – ma perlomeno vi farà provare la sensazione di aver visto qualcosa di unico.
giovedì 6 settembre 2012
[Nani, birra e botte da orbi] Skullkickers di Jim Zub, Edwin Huang e Chris Stevens
Skullkickers è una serie con un sacco di difetti. Di certo il livello delle tavole non è lo stato dell'arte, è priva di autentica profondità e ben lontano dall’essere un prodotto genuinamente originale. Eppure riesce in un campo dove un sacco di gente fallisce: essere davvero, davvero divertente. Che, a rigor di logica, dovrebbe essere l’obbiettivo primo di ogni opera realizzata per la pura evasione. Lapalissiano, verrebbe da dire, eppure spesso e volentieri pare che questo concetto sia pericolosamente nebuloso.
Considerando che i protagonisti di questo fumetto passano un sacco di tempo rintanati in lerce osterie da quattro soldi – ubriachi e sfatti come lo siamo stati tutti nei nostri anni migliori - mi pareva giusto affrontarne l’analisi in chiave culinaria. Da questo punto di vista Skullkickers non è che il corrispettivo su carta di un untissimo (e altrettanto gustoso) panino da ambulanti. Quelli a cui non puoi resistere, ma che ti rendi conto sarebbe stato meglio evitare per lasciare spazio a qualcosa di più nobile (e intanto pensi “Ormai è tardi, tanto vale arrivare in fondo”, raggirandoti da solo). Prendi un buddy movie (bromance free), sostituisci il bianco e il nero (o il cieco e il sordo) con un nano e un energumeno calvo. Non poliziotti, ma soldati di ventura a zonzo in un mondo di impianto fantasy. Condisci il tutto con abbondanti dosi di violenza e il piatto è servito. Come si diceva, nulla di che. Eppure basta guarnire la nostra leccornia con un sacco di dialoghi brillanti e mai fini a se stessi (e che siano privi di riferimenti a D&D, mi raccomando) per avere un manicaretto da leccarsi i baffi. Semplice ma efficace.
L’unica vera colpa imputabile a Jim Zubkavich, scrittore della serie, è l’immaginazione piuttosto limitata. A livello di visionarietà siamo prossimi alla piattezza dell’ultimo, terribile Conan cinematografico. Nonostante il tutto sia innegabilmente ben fatto non scatta mai quel meccanismo mentale che ti spinge a chiederti cosa arriverà dopo. Ed è un peccato perché la sinergia tra umorismo e fantasy ha un potenziale immaginifico incredibile, avendo praticamente tra le mani un mondo privo di limiti e a cui vengono fatti saltare anche i freni inibitori imposti dalla serietà (penso alla prima parte di Bone, a Shaolin Cowboy, ad Adventure Time,…). Questa mancanza di respiro viene ampiamente compensata da un ritmo supersonico, dai già citati dialoghi effervescenti - arricchiti spesso e volentieri da colorite inflessioni vernacolari - e dalla rozzezza senza precedenti dei protagonisti. Due autentiche bestie, inarrestabili e dalla complessità psicologica di una sottiletta (tanto per stare in ambito di alta gastronomia).
Esiste una sottile ma fondamentale differenza tra essere di bocca buona e amare i sapori più semplici. Se la prima ipotesi esclude a priori ogni tipo di piena soddisfazione in virtù di una pigrezza che va inficiare l’efficacia della ricerca (modo complicato per dire che vi accontentate di quello che passa in convento), la seconda ostenta una passione godereccia non per forza di cose populista. Animata da stimoli magari semplici ma per nulla scontati. Skullkickers soddisferà appieno chi si pone senza troppe remore nella seconda categoria. E se tanto vi basta, buon appetito!
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