lunedì 16 luglio 2012

Un libro che dovrebbero leggere tutti: The First to Know di Lida Hujić



Lida Hujic  è quello che in gergo si definisce un alpha trendsetter. Per chi non fosse avvezzo a questa terminologia sappiate solo che questa categoria di persone ha il misterioso dono di essere sempre nel posto giusto al momento giusto. Sfruttando il loro superpotere questi misteriosi figuri raccolgono un sacco di informazioni che noi poveri stronzi percepiremo tra almeno cinque/sei anni (e non è un esagerazione, sono i ritmi medi). Tutto quello che vedremo/sentiremo/vestiremo/useremo nei prossimi anni è influenzato da loro.  A scanso di equivoci sappiate che ne io ne voi facciamo parte di questa categoria di persone. Rassegnatevi. Il fatto che stiate leggendo (e io scrivendo) un blog di fumetti e film bizzarri ne è una testimonianza abbastanza forte. Se vi può consolare sappiate che più in alto di loro c’è comunque una categoria ancora più rara: quelli che i trend li creano. Evito di stare a spiegarvi quanto queste persone siano rare e preziose. Evito anche di fare esempi perché, semplicemente, noi queste persone non sapremo mai chi sono. Per conoscerle bisogna essere al posto giusto al momento giusto (appunto), senza considerare che li si deve  distinguere nel mare magnum degli “strani per forza”. A noi arriveranno, al limite, solo i nomi di chi certe soluzioni le rende mainstream.


Lida lavora in questo campo da almeno vent’anni e finalmente ha deciso di svelare alcuni degli arcani che muovono i mercati più vitali (il libro è del 2011 e, sebbene l’autrice parli anche solo del 2010 come di preistoria, per noi civili è ancora tutto piuttosto valido). Lo fa sviscerando tre grossi trend, dalla nascita di Mtv Europa al fenomeno hipster. Tenete conto che tutto è molto più complicato di come state per leggere, ma se siete interessati tanto vale che vi prendiate direttamente il libro. Fidatevi, è un acquisto che merita il denaro investito. Secondo le teorie e l'esperienza di questa trendsetter il pattern è più o meno sempre quello:


  1. Abbiamo un mercato mainstream piuttosto conservatore;
  2. Nasce una controcultura in risposta al mercato;
  3. Sempre più gente si indirizza verso questa deriva “alternativa” grazie al movimento generato dagli early adopter;
  4. Il mercato alza le antenne e intercetta la tendenza. Assorbe la matrice controculturale, la annacqua e la serve al grande pubblico (ormai stanco del vecchio mainstream e aperto alle novità).
  5. Il mercato mainstream ha un nuovo volto.
  6. Nasce, di conseguenza, una nuova forma di controcultura.
  7. E così via…



Nulla di nuovo direi. Quello che colpisce è la costante osservazione reciproca tra i due poli. Ogni prodotto ha un tempo di gestazione, risulta quindi indispensabile per il mainstream basarsi su quello che sarà di moda e non quello che lo è adesso (da qui il fatto che le grandi aziende paghino un sacco di soldi per le consulenze di questi trendsetter). In caso contrario si rischia di arrivare sul mercato con un prodotto già obsoleto, considerato scontato. Alla stessa maniera tutto ciò che è fuori dalle meccaniche del grande pubblico nasce come risposta diretta a queste. Senza non potrebbe esistere (per essere raggirate devono comunque essere stabilite delle regole). Il risultato è un circolo vizioso che porterà a produrre sempre nuova cultura. Direi che la prospettiva non fa schifo.


Nel libro The First to know lo schema qui sopra viene applicato a una serie di esempi vissuti dall’autrice direttamente sulla propria pelle. A parte il fatto che in questo modo già il volume si presenta come qualcosa di assolutamente moderno (è un incrocio tra un testo accademico di sociologia e un diario personale, trovi la citazione dal libro introvabile accanto al racconto di una festa nella Londra di metà anni ’90), ma quello che colpisce è la totale apertura mentale di Lida. Nessun giudizio, nessuna critica, nessun paternalismo. Solo curiosità maniacale e un desiderio indomabile di vedere sempre un passo più in la. 


Lida non si prende mai nessun merito. Lei insiste che tutto le è capitato stando accanto alle persone giuste. Come se lei non abbia fatto altro che incontrare questi misteriosi creatori di trend (che dai suoi racconti oggi parrebbero tutti miliardari. E, considerata la testolina che si ritrovano, direi che se lo meritano). La lezione che ne esce è di estrema umiltà, di capacità di ascolto e di apertura verso tutto. Non puoi mai sapere da chi arriverà la prossima idea geniale.     


Non male per un libro che, a una prima occhiata, parrebbe parlare solo di negozi di vestiti ed emittenti musicali. No?

mercoledì 11 luglio 2012

Come Tartarughe Ninja sotto Paroxetina



Su Conversazioni sul Fumetto dico la mia circa la fantastica serie Elephantmen. Fateci un salto e vedete se riesco a convincervi a ordinare i tpb balenottero su Amazon.

martedì 10 luglio 2012

Troma, AIDS, cinema reaganiano e distribuzione gratuita



Come ben saprete la Troma, da circa due mesi a questa parte, ha caricato tutto il suo catalogo su YouTube. A titolo completamente gratuito. Eviterò le filippiche su quanto sia al passo coi tempi una mossa simile e quanto strida con le disastrose meccaniche da major tradizionale, sempre impegnate a trovare nuovi metodi per alzare i biglietti (3d?). Eviterò di dire come questa strategia non venga da un’azienda über-cool, ma da una casa cinematografica che tutti amano considerare il punto più basso dell’industria moderna (e invece al multisala in pieno hinterland chissà che perle passano). Eviterò di fare tremila esempi su come questo sia il futuro (la TopCow che si prepara a distribuire i suoi fumetti gratuitamente, la console Ouya destinata unicamente ai videogiochi gratuiti e hackerabili, intere scene musicali che esplodono grazie al download gratuito e autorizzato dei dischi, il fatto che se ci si sforza altre fonti di reddito le si trova – endorsement, servizi deluxe, donazioni spontanee,…). Non tirerò neanche fuori, per l’ennesima volta, come a budget limitati corrisponda una libertà altrimenti impensabile (esempi famosi: il Maestro Seijun Suzuki che da vivo si faceva passare apposta come regista di serie Z per non dover subire il taglio censorio degli studios – questa cosa la faceva anche Samuel Fuller, tra le altre cose. Oppure, caso più recente, la battaglia finale della seconda serie di Trono di Spade. Che sarà girata con trenta comparse, ma al posto di un nano e di un elfo che fanno i brillanti ha un gigante sfigurato che se ne esce con un battuta come “Stuprerò il cadavere di chi morirà con la lama pulita”. Trovate le differenze). Quello che non posso realmente trattenermi da urlare a squarcia gola è: non avete più scuse. Che la Troma abbia prodotto un sacco di robaccia è indubbio, ma è altrettanto doveroso ricordarsi dei suoi capolavori. Che ora potere recuperare senza problemi (se non sapete di cosa si stia parlando partite da Terror Firmer, uno dei massimi esempi di post-modernismo. Forse perché sensato e non totalmente in balia del funservice citazionista).


Io, personalmente, mi sono preso l’occasione per vedermi – dopo anni di rinvii – il mitico Troma’s War. Il film più costoso della casa di Toxie (17.000.000 di dollari, una roba impensabile) e quello che a oggi ha incassato meno. Nonostante tutti ne parlino benissimo. Ora ho capito il perché. TW è una categoria estetica a parte, nata e morta con lui. Prende il via come spoof degli action reaganiani anni ’80 (come se non fossero già abbastanza ridicoli di loro) e si trasforma in una satira spietata a tutta una certa politica estera statunitense dell’epoca. E per spietata intendo proprio sgradevole, priva di tatto. Un bigino su come colpire duro che dovrebbe essere somministrato, rigorosamente tramite metodo Ludovico Van, a un sacco di gente della nostra penisola. Quelli ancora convinti che satira e piacioneria possano stare nella stessa frase (che è un po’ il motivo principale per cui negli Stati Uniti hanno George Carlin e noi Zelig). Un personaggio chiamato Señor Sida (Signor AIDS in italiano), che ha come scopo ultimo quello di diffondere la terribile malattia negli US tramite stupri e agenti dormienti, non fa ridere per un cazzo. Ancora di meno se il soggetto in questione si aggira nella giungla vestito da gaga di Capri mentre la faccia gli va in pezzi per via delle piaghe. Tutto nel 1988, quando parlare di questa sindrome era ancora un tabù sospeso tra negazionismo e visioni catastrofiche. 


Lloyd Kaufman all’epoca si prese il lusso di prendere un soggetto così difficile e di inserirlo in un contesto chiaramente parodico. Troma’s War parla di un gruppo di sopravvissuti  a un disastro aereo caduti nelle mani di un manipolo di terroristi. Come vogliono i cliché di un certo cinema muscolare le vittime si trasformeranno in perfette macchine di morte nel giro di venti minuti, con tanto di insistenti tappeti di percussioni sintetiche di sottofondo. Completa l’opera un bodycount esorbitante, dove - per una volta nella storia della Troma - le morti non sfociano nel grottesco ma si mantengono su un realismo abbastanza drammatico (e comunque sono talmente reiterate da dare quasi fastidio, in un raffinatissimo gioco di esagerazione sospeso tra nausea e risata sguaiata). E noi siamo sempre più confusi se essere divertiti o meno.


Troma’s War è un’opera di pura avanguardia. Fermarsi al fatto che sia sgangherata e interpretata da cani sarebbe ingiusto. La ricerca di nuove categorie estetiche è un campo che in molti non prendono neppure in considerazione, eppure ha un peso culturale enorme (si pensi a quando hanno dato gli studi sul camp, anche a livello sociale). E poi, dopo tonnellate di visioni ammiccanti, vedersi un film che fa di tutto per non piacere, scontentando in ogni modo il suo spettatore, non può fare che bene.

domenica 8 luglio 2012

Jose Padilha parte benissimo




Come? Infilando fin nel primo viral di Robocop la sua consueta, sottilissima vena politica. Trovatemi un altro regista capace di piazzare un drone aereo in un blockbuster prodotto negli Stati Uniti. Paul ne sarebbe orgoglioso.

giovedì 5 luglio 2012

Le avrete sicuramente già viste da qualche parte....


...ma non posso fare a meno di segnalarvi il blog (e le illustrazioni) di Jed Henry. Talentuosissimo disegnatore capace di fondere retrogaming e stampa tradizionale giapponese in una serie di piccoli capolavori. In vendita da agosto a 130 dollari l'uno. Non molto se si considera che le stampe verranno realizzate da esperti artigiani sfruttando le stesse tecniche con cui venivano realizzate le vere xilografie a cui si inspirano. Su KoiKoiKoi una bella carrellata dei lavori di questo genio.


Il giorno che i ragazzi dei RetroStudio annunceranno il nuovo Star Fox questa diventerà mia.

martedì 3 luglio 2012

Perché oggi dovreste essere di buon umore?


Perché è uscita la prima immagine dal nuovo film degli Astron-6: Bio-Cop. Se non siete felici di questa notizia significa che non avete ancora visto questo. Sbrigatevi a recuperarlo, che a perderci siete solo voi.

lunedì 2 luglio 2012

[Giappone 0 - Korea 1] Invasion of Alien Bikini di Young-doo Oh (Kr/2011)



Correva l’anno 2003 e a noi asianofili pareva che dalla Corea del Sud arrivasse solo oro spalmato su pellicola cinematografica. Esce Save the Green Planet ed è l’ennesima conferma che da quelle parti i registi (almeno in quel periodo) provengono da un altro pianeta. Un film minuscolo dove riescono a convivere ricerca estetica esasperata, commedia demenziale, torture porn, dramma strappalacrime (tante, tante, tante lacrime), fantascienza sbilenca e una libertà di scrittura che ancora oggi lascia basiti per classe e sfacciataggine. Ora sono passati nove anni e di cose ne sono cambiate parecchie. Il cinema della nazione asiatica sembra sempre di più quello hollywoodiano (mentre tutti i suoi più grandi fautori ci sono emigrati direttamente, con una serie di opere che dovrebbero vedere la luce nel prossimo paio d'anni) e noi ci ritroviamo sempre meno spesso a strapparci i capelli dalla felicità. Poi succede che ti  esce un film come questo Invasion of Alien Bikini e tutti incominciano a parlarne con toni entusiastici. E cosa ci si potrà mai aspettare da una sciocchezzuola costata 4300 dollari (e non prodotta alle Filippine, ma in una delle nazioni più ricche del mondo) e venduta con un titolo che puzza fake-exploitation lontano un chilometro? La risposta coreana alle recenti cagate giapponesi a base di mostri di lattice ed esagerazioni puerili? La risposta è un NO grande come una casa. Invasion of Alien Bikini è il remake (non dichiarato) in chiave minimale del capolavoro Save the Green Planet. E anche se spesso e volentieri le somiglianze tra i due sono fin troppo plateali è sempre bello vedere come un film con cinque attori e due location riesca ad arrivare al suo obbiettivo solo grazie al talento di chi ci è coinvolto.


Naturalmente, visto budget e condizioni, il ritmo non è quello ipercinetico e frizzante dell’originale. Eppure una regia accorta e consapevole dei propri limiti si prodiga nel disseminare le parti più statiche – tutto il corteggiamento tra i due protagonisti, per esempio – con trovate tra il demenziale e lo slapstick. Mano a mano che il minutaggio avanza il tono dell’opera cambia sempre più repentinamente, passando dall’essere una sorta di deriva asiatica di Kick-Ass a una commistione tra commedia sexy e horror, fino alla carambola di ribaltoni finali.  I colpi allo stomaco non mancano, così come i frangenti di puro lirismo. Si ride, si piange, si rimane basiti. La consueta fotografia ultranitida e squillante del cinema coreano rifugge ogni rischio di poverata, sconfinando perfino nell’estetica digitale di Michael Mann (facciamo quasi, dai). 


Invasion of Alien Bikini ha la capacità di stare in equilibrio sulla linea divisoria dei singoli scompartimenti di qualsiasi scala di catalogazione gli si voglia applicare. Perché a una frantumazione di generi e di umori corrisponde anche un’impalpabilità di definizione come categoria merceologica. Detto in due parole: a chi può piacere questo film?


Se si prende come base di partenza la protagonista femminile direi – per esperienza diretta - la totalità del pubblico maschile eterosessuale. Se invece si prende in considerazione anche tutto il resto non saprei proprio. L’opera prima di Young-doo Oh è fatta per chi ama il cinema leggero come per chi apprezza gli esperimenti più arditi. Chi cerca la sfumatura pop e chi un piano di lettura più complicato. Chi ama le botte e chi le invenzioni di scrittura. Unica caratteristica comune: la voglia di accendere il cervello e di godersi, una volta tanto, qualcosa di stimolante. Senza nessun tipo di cessione al populismo o alla ruffianeria.