lunedì 16 gennaio 2012
giovedì 12 gennaio 2012
Crash o Giorni di Tuono? La nuova serie di Banks Violette
Di Banks Violette ci ricordiamo tutti benissimo l'arcinota serie basata sul black metal. L'ossessione adolescenziale per l'oscurità diventava strumento per analizzare la morte e il suicidio in un contesto spettacolarizzato e cannibalizzato dalla massa populista. Più avanti sarebbero arrivate le esibizioni con performance live dei Sunn O))) (e Attila Csihar), destinate a rimanere negli annali come la più moderna rappresentazione possibile delle litanie funebri di memoria ancestrale.
Presso la sua nuova personale in quel di L.A. l'artista americano cambia soggetto ma non il tema. Le corse Nascar come spettacolo necrofilo per bifolchi. L'attesa e la glorificazione dell'incidente mortale come unica attrattiva di uno sport altrimenti privo di senso. Anche in questo caso il culto della morte è al centro di uncirco mediatico privo di remore. Banks riesce a prendere tutta la volgarità della nostra epoca e a trasformarla in neri monumenti ai caduti di una pornografia del dolore (che poi sarebbe la pornografia in toto, visto che un corpo umano per acquistare tangibilità aldilà dello schermo deve soffrire. Devo ricordarmi di chi fosse questa teoria, mi pare Bauman). Immagino che Cronenberg e Ballard siano andati in sollucchero.
lunedì 9 gennaio 2012
Revenge: A Love Story di Ching-Po Wong (HK/2011)
Quando, fra 50 anni, si studierà il cinema dell’ultimo paio di decenni si dovrà per forza di cose stilare una lista dei mali che lo hanno afflitto. E, tra remake, reboot e adattamenti vari, non si potrà neppure far finta di scordare il famigerato fenomeno del twist ending. Mirabolante artificio di sceneggiatura capace di rendere inutile qualsiasi film dopo la prima visione (se non addirittura dal trailer). Pratica ben diversa dalla nobile arte del contro-finale (che non significa finale aperto), noto invece per il potere di amplificare (se utilizzato come si deve) la potenza dell’opera di base. Valgano come esempio su tutti le conclusioni di Taxi Driver e C’era Una Volta in America, di cui si sta ancora discutendo circa il reale significato.
Alla stessa maniera Revenge: A Love Story cambia tutto il suo essere in base a quale delle sue conclusioni si prenda come valida e a quale invece gli si attribuisca valore allucinatorio o di pura immaginazione. In entrambi i casi l’opera avrà una sua dignità e una costruzione interna coerente, andando così a prendere le dovute distanze dallo sterile giochino del ribaltone finale. Anzi, considerando il dubbio instillato in ogni spettatore si può dire che la conclusione del film non corrisponda allo scorrere dei titoli di coda, quanto alla volontà del singolo fruitore di porre un fine a tutte le speculazioni del caso.
Una ragazza rinchiusa in una casa di cura viene stuprata. L’unico disposto a lottare per fare giustizia sarà un povero venditore di panini al vapore, da sempre innamorato di lei. Da questo presupposto si sviluppa una trama nera come la pece, memore di quanto fatto in precedenza da Soi Cheang nel suo straordinario Love Battlefield. Ammettiamolo: quando vogliono i registi di Hong Kong si ricordano ancora di essere tutti figlioli spirituali del Johnny Mak di Long Arm of the Law (1984), lasciando però da parte la carica politica per concentrarsi su storie d’amore tormentare e protratte verso il baratro della tragedia. Aspettatevi quindi continui giochi al ribasso e, se le cose potrebbero andare peggio, sappiate che lo faranno. Eccome se lo faranno.
La regia dimostra tutta la sua intelligenza riuscendo a far convivere una fotografia minimalista e povera con diverse impunture barocche e di un eleganza tanto pregna di melodramma da sfiorare in più di un caso il grottesco. Quasi una parodia sghemba e fuori sincrono di Lars Von Trier. Le trovate a effetto vengono distribuite con parsimonia, riuscendo ad arrivare sempre al punto grazie proprio al contesto grigio e statico in cui vengono inserite. Il senso di malessere è poi amplificato da una colonna sonora rumorista e insinuante, priva di un vero e proprio tema. Il tappeto sonoro non crea rassicuranti punti di riferimento, andando piuttosto a instillare un’atmosfera soffocante e da cui pare impossibile sfuggire. Chi si aspetterà una sorta di Taken tra fuori-casta rimarrà deluso. Il ritmo sincopato, la totale assenza di dialoghi tra i protagonisti, il numero limitatissimo di personaggi (comparse comprese) e location giocano tutte a favore di un cinema crudo e sgradevole. Tanto per ricollegarsi ancora una volta ai bei tempi andati del noir alla cantonese, siamo più vicini a un Dangerous Encounters of the First Kind (con le sue facce storte, le anatomie rachitiche e la città come minaccia e cimitero a cielo aperto) che alla svolta ultrapop dell’arcinoto Infernal Affairs (Andy Lau strafigo in completi leccati, cellulari al posto delle pistole e un cielo perennemente azzurrissimo).
Ching-Po Wong avvolge questo microcosmo di dolore e sofferenza in una cappa vagamente fatalista, spolverando il tutto di metafore religiose. Il senso di minaccia e oppressione se ne esce ulteriormente rafforzato e spesso si avverte l’atmosfera del grande nero statunitense degli anni ’50. Quando la sventura si accaniva in maniera tanto gratuita e compiaciuta sui protagonisti di questi film a basso budget da farli derivare in più di un’occasione nell’horror (Detour di Edger G. Ulmer).
Genere in cui, guarda caso (?), sfocia in maniera indiscutibile uno dei due finali di Revenge: A Love Story. Strano, eh?
sabato 7 gennaio 2012
I Barn Burner e i vantaggi di essere la feccia della Terra
Meriterebbero un premio solo per aver scelto una canzone intitolata Scum of the Earth come loro primo singolo internazionale. Puro loserismo alla Motorhead. Se poi ci aggiungiamo una totale mancanza di pretese, una vagonata di facciaculismo e un'attitudine che più rozza non si può, abbiamo una nuova band da tenere d'occhio. Altro che i mesi passati a spingere Heritage degli Opeth tra gli amici (gran disco, comunque).
giovedì 5 gennaio 2012
[Killroy vs ®: 1 - 0] Wish You Where Here di Eric Elms
1970. Sui vagoni della metropolitana di New York compaiono le prime tag. Siamo agli albori di una rivoluzione che porterà alla sovversione della piramide culturale. Partendo da quei segni nervosi e istintivi la strada arriverà alla vetta, andando a influenzare tutto quello che ci sta sotto (e che una volta invece stava sopra). E, naturalmente, lo fa nella maniera più aggressiva possibile. Gli adolescenti dei quartieri poveri vogliono conquistare la città. La vogliono marchiare con il loro nome. Non potendo essere ovunque contemporaneamente si affidano al mezzo di trasporto per eccellenza. I treni diventano un libro aperto in costante movimento, il più grosso e pesante mezzo di comunicazione di sempre. Basta una tag fatta di getto nel Bronx per vederla qualche ora dopo circolare a Manhattan. E così via per mesi, fino alla pulitura delle carrozze. Con un colpo di genio, destinato a cambiare la storia (si studi la teoria del bubble up di Ted Polhemus), dei 15enni relegati ai margini si riprendono quello che gli era stato tolto a forza. Sono ovunque, la Grande Città ora è loro.
Siamo nel 2011. Con la mostra e l’omonimo volume Wish You Where Here pare che l’illustratore Eric Elms voglia applicare la stessa tecnica di appropriazione. Elevandola però a uno status puramente concettuale. L’artista riprende un classico del grafittismo come il nasuto Killroy Was Here (introdotto in questa pratica addirittura dai soldati statunitensi durante la Seconda Guerra Mondiale) e applicandolo a più di 200 loghi (commerciali e no) di ampia diffusione. Ridisegnati a pennarello e sparpagliati ai quattro angoli del globo grazie alla diligente opera della microcasa editrice dell’autore stesso (pratica che gli ha permesso di arrivare perfino ad allestire una personale in Giappone). La volontà di sabotaggio è palese. Molti dei marchi presenti nel volume sono coperti da leggi austere e apparentemente invalicabili. Sono in pochi ad avere il coraggio di sfidare la terribile R cerchiata sul suo stesso campo di battaglia. Paure e convinzioni nate dopo anni di lavaggi del cervello, con l’intento di convincerci che un simbolo su un monitor possa avere chissà quale potere (lavoriamo 8/9/10 ore al giorno per dei numeri su di un display). Con che esercito dovremo presentarci per poterla fronteggiare ad armi pari?
A Eric Elms bastano una scatola di pennarelli e una fotocopiatrice. Prende un marchio intoccabile, ci piazza la sua personale versione di Killroy e se ne impossessa per sempre. Il gigante di leggi e burocrazia ha gambe d’argilla pronte a franare alla prima scossa. Nel volumetto (stampato in 1000 copie su carta da quotidiano) troviamo KFC, Mercedes, Paramount, Guess, Ferrari,… ma anche i Dead Kennedys e i Crass, Obama e Che Guevara, indicazioni stradali e simboli generici.
Eric Elms fa tutto suo, con una semplicità che ha dello spiazzante. Wish You Where Here potrebbe apparire stupido come solo le uova di Colombo riescono a sembrare. Eppure, proprio come il celebre precedente, ci fa capire come spesso il nostro problema più grosso sia la mancanza di uno sguardo lucido. Libero dalle mille sovrastrutture che ne indirizzano in maniera viziata la traiettoria. Ci voleva Killroy per ricordarcelo.
martedì 3 gennaio 2012
The Amazing World of Gumball!
Umorismo surreale, tonnellate di stile, ritmo indiavolato e le solite svisate non proprio per bambini a cui ci ha abituato Cartoon Network. The Amazing World of Gumball strappa al comunque strepitoso (e lisergico e totalmente folle) Adventure Time il titolo di miglior serie animata del canale dai tempi di Le Tenebrose Avventure di Billy e Mandy (che rimarrà nella memoria di tutti noi per i vertici di sublime idiozia toccati lungo le varie stagioni). Il consiglio è di non farvi influenzare dal target di riferimento e di recuperare a ogni costo tutte le puntate di questo gioiello. Ne vale la pena anche solo per il livello tecnico e artistico fuori scala, capace di far apparire un sacco di megaproduzioni in CGI come relitti di un passato a velocità dimezzata.
lunedì 2 gennaio 2012
Fritto misto alla cantonese: The Butcher, The Chef and The Swordsman di Wuershan (HK/2011)
The Butcher, The Chef and The Swordsman è forse il miglior esempio di cinema hongkonghese dell’accumulo da almeno un lustro a questa parte. E si noti bene l’etichetta hongkonghese, mai come in questo caso indispensabile per differenziarsi dalla calma piatta delle megaproduzioni cinesi.
Quello con cui abbiamo a che fare è un prodotto completamente di superficie, ipercinetico e capace di modulare il suo umorismo da Fichi d’India a Peter Sellers (e viceversa) nel giro di due righe di dialogo. La pellicola del mongolo Wuershan rappresenta alla perfezione quel cinema umorale e puerile che ci aveva fatto innamorare di una poetica fatta di maschere popolari, montaggi vorticosi e fusione estrema di generi. Quando la mancanza di pretese era ancora in grado di generare linguaggi virtuosi e stimolanti, piuttosto che vuoto populismo auto rigenerante.
In The Butcher, The Chef and The Swordsman non esistono segmenti più lunghi di una manciata di secondi dove il regista non ci infili di forza (quasi sempre in maniera gratuita) la trovata a effetto. Allo stesso modo la trama è tanto idiota quanto arzigogolata, tra continui salti temporali e cambi di registro. Una leggendaria mannaia passa di mano in mano, acquistando ogni volta nuovo significato e missione. A questo si aggiungono vendette generazionali, Maestri d’alta cucina alla ricerca di un degno discepolo, bordelli tenuti in scacco da guerrieri spietati (e barbuti), macellai innamorati, prostituite manipolatrici e spadaccini privi di morale. Tutto abbondantemente condito da azione frastornante, sangue, urla e un montaggio tanto epilettico da ricordare una fusione tra Crank e Bangkok Loco. Non dimentichiamoci i tradizionali scippi (si legge “citazioni”) ad altre opere cinematografiche, come tradizione cantonese insegna (una volta incappai in un wuxia con Andy Lau totalmente musicato con la colonna sonora di Akira, penso in maniera non proprio legale). E se alcuni richiami al cinema occidentale sono palesi (Ratatouille) altri danno quasi l’idea di un doveroso pareggiamento di conti (Future Cops è del 1993, Scott Pilgrim del 2010. Capirete quando vedrete).
Difficile annoiarsi in una tale centrifuga di trovate e idee. Anzi, molto più facile scendere dalla giostra vagamente nauseati e rimbambiti dallo strepitio di un cast incapace di stare nelle righe. Per quanto ci si trovi alle prese con un cinema ultrapopolare è dura consigliare un film simile a chi non è pronto a una pietanza ricchissima di sapori spesso in dissonanza tra loro. Ed è un peccato per loro, perché The Butcher, The Chef and The Swordsman è (fin dal titolo) il perfetto antidoto a un certo minimalismo mumblecore/arthouse sempre più insidioso nei confronti dei generi puri. Se da una parte si cerca di valorizzare l’intrattenimento con l’utilizzo di ingredienti alti (e spesso ci si riesce, vedi il sorprendente Monsters di Gareth Edwards) qui il valore aggiunto viene dato dalla solidità con cui ci si innesta a una tradizione che rischiava di andare persa fra gli effluvi plastici di Zang Yimou. Wuershan riesce a ripartire dal dittico capolavoro A Chinese Odyssey di Jeffrey Lau. Classe, idiozia, paraculaggine e creatività. Tutto miscelato e servito bollente, fregandosene di oziose divisioni tra buono e cattivo gusto.
Nel culto della leggerezza possiamo trovare la storia di un cinema (e quindi di un popolo) che ha sempre eletto lo svolazzo estetizzante e trasversale a caposaldo irrinunciabile. Alla faccia di chi pensa che camera fissa e fotografia sgranata siano l’unica via per comunicare qualcosa di importante.
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