martedì 11 ottobre 2011

The great days of fotocopia: The Slayer Mag Diaries




Dopo il libro Lego un'altra uscita che mi solletica non poco. La ristampa integrale della seminale fanzina Slayer in un gigalibrone di 744 pagine. Un fantastico mezzo per capire come ci si muoveva nell'underground prima dell'avvento di Internet (ricordo che Slayer Mag, scritto e fotocopiato da poco più di adolescenti, aveva diffusione mondiale e un peso più che autorevole). Fuori per quelli della Bazillion Points.

lunedì 10 ottobre 2011

Walter Simonson ti voglio bene



Cosa ti rimane dopo aver girato l’ultima pagina del monumentale omnibus dedicato al Thor di Walter Simonson? Personalmente è come se in casa mia fosse entrata la cosa più vicina alla Bibbia che io potessi immaginare. Perché nelle 1200 pagine di questo tomo (enorme, lussuoso nella stampa e nei materiali, curato fino al particolare nel particolare, ricolorato tanto bene da ululare al miracolo) è racchiuso tutto quello che fa grande il fumetto di genere. Il genio di Simonson è riuscito a prendere uno dei personaggi più improbabili di un genere improbabile (parliamo di un Dio nordico immerso in un mondo di mantelli e calzamaglie, vi rendete conto?) e a trasformarlo in qualcosa di epico, umoristico, profondo, innocente, rivoluzionario e fuori dal tempo. Viviamo in tempi di reboot, continui crossover, riletture adulte, staticità, allontanamento schifato dalle produzioni popolari e mille altre amenità che dovrebbero riuscire, da un momento all’altro, a rilanciare un medium dato da troppi per boccheggiante. Leggere queste pagine a distanza di 25 anni dalla loro pubblicazione invece non fa che sbatterti in faccia la verità: tutto quello che occorre è semplice e puro grande fumetto. Aldilà di etichette e proclami vari.


Nelle sue pagine Simonson fa volare l’immaginazione in un modo così libero e candido che solo un bambino potrebbe fare di meglio. Nelle sue storie troviamo razze aliene in fuga da demoni spaziali, antiche divinità impegnate per millenni a forgiare spade imbattibili, elfi oscuri e minacce tecnologicamente impossibili,… Un bestiario ricchissimo e colorato, che trova però posto in una struttura narrativa tutt’altro che semplice e lineare. Le saghe della run impiegano decine di numeri per arrivare al climax, senza dimenticarsi di incominciare a introdurre l’arco narrativo seguente prima ancora che quello in corso si esaurisca. L’attenzione non si concentra mai esclusivamente sul biondo protagonista, dedicando pagine e porzioni importanti (molto più toccanti di quelle dedicate al titolare della testata) a ogni comprimario della serie. Questo porta a sezioni incredibilmente complesse, interi numeri dove al massimo si sta sullo stesso personaggio per 1 o 2 pagine. La tavola prima si è a Manhattan, quella dopo nello spazio profondo, quella dopo ancora in un regno sperduto e così via. Il risultato è un mosaico di vicende pulsante e profondo, che Walter l’abile burattinaio riesce sempre e comunque a convogliare lungo binari destinati a scontrarsi. Se volessimo fare un paragone visivo è come trovarsi di fronte a un complesso e infallibile meccanismo da orologio realizzato però con ingranaggi di plastica colorata. I singoli elementi saranno anche infantili, ma il risultato finale è il frutto di un abile maestro.


E la stessa cosa l’abbiamo a livello di registri. Simonson dissemina di trovate umoristiche le sue storie, ma se c’è da picchiare duro è più epico di una cover di Ronnie James Dio. Quando Thor decide di venire a vivere sulla Terra viene in contatto con Nick Fury che gli consiglia di mimetizzarsi semplicemente indossando un paio di occhiali. Thor ci crede poco (giustamente), ma il colonnello dice che con quell’altro tizio ha sempre funzionato. Il figlio di Odino continua a essere dubbioso. Se questo scambio di battute non vi ha mandato in solluchero evidentemente non avete letto abbastanza fumetti. Stessa cosa la si potrebbe dire degli strepitosi teaser che chiudono ogni numero. Simonson riversa tutta la sua verve umoristica in deliranti strilli da romanzetto pulp, senza farsi mai mancare frecciatine al sistema fumettistico statunitense. Dopo qualche numero questo piccolo bonus diventa irrinunciabile. Ma guai a pensare che Thor sia un fumetto stupidotto e leggerino. Quando gli archi narrativi si avviano alla fragorosa chiusura l’atmosfera si fa seria e la pagine si riempiono di epiche battaglie. Il tratto muscoloso (mai grottesco o esagerato, retrò eppure nervoso e marcato come le produzioni più moderne) del Nostro va a tratteggiare splash page che spazzano in un colpo solo le varie Secret Invasion e tutta quella pletora di risse da oratorio che oggi siamo abituati a considerare come scontri epocali. Si passa dal tono della commedia (o della favola) a quello del grande romanzo fantasy, epurandolo però da tutto quell’armamentario di cazzate pacchiane che lo rendono sopportabile solo a chi gira con un dado a 20 facce in tasca.


Simbolo di questa tendenza il trattamento riservato a Thor. Se Simonson dimostra una sensibilità rara nel dedicare ampi spazi a comprimari prima invisibili, dipingendoli come eroi all’altezza di quelli con il nome in alto sulla copertina (vedi la struggente sezione dedicata a Balder the Brave, forse l’eroe recalcitrante meglio reso dell’universo Marvel), le libertà che si prende con il Dio del Tuono sono strabilianti. Se oggi come oggi il massimo che si può fare a un eroe è ucciderlo e farlo tornare sei mesi dopo (grazie Bendis!) nelle pagine di questa gloriosa run succede di tutto: lo si sostituisce con un mostruoso alieno più sensibile e saggio dello stesso figlio di Odino (che infatti lo adotta), lo si trasforma in una rana (e relativa Rana del Tuono), lo si fa cadere vittima di pozioni d’amore, lo si fa combattere accanto a Loki per la salvezza di Asgard (dimostrando così che anche il fratello malvagio è più di una figura bidimensionale),… Non ci sono limiti all’immaginazione di Simonson. Eppure non si scollina mai nei territori dell’indulgenza e del fine a stesso. Per quanto le avventure che viviamo su queste pagine siano enormi, eroici i personaggi o buffi i loro scambi di battute non si ha mai l’impressione che si sia fatto il passo più lungo della gamba. Non si sconfina mai nell’evasione troppo populista grazie alle continue trovate (che costringono il cervello a stare bene acceso) così come non si finisce mai nel pretenzioso “genere d’autore” grazie alla ruspante voglia di continuare a giocare.


E una volta girata l’ultima pagina si ha come la sensazione di aver letto qualcosa di importante, anche se si tratta solo di uomini muscolosi che si prendono a martellate fra loro. A quanto pare roba rara al giorno d'oggi.

venerdì 7 ottobre 2011

Ucci, ucci,sento odor di... Red State di Kevin Smith (US/2011)



Pare che finalmente Kevin Smith sia riuscito a distaccarsi dalla sua trilogia del Jersey. Red State, parzialmente autoprodotto e autodistribuito, segna un nuovo punto di svolta per un regista che nel corso degli anni ha saputo soprattutto farsi voler bene. Questa è l’unica spiegazione al fatto che gli si continui a dare fiducia, tonfo dopo tonfo, nonostante ormai sia passato ben più di un decennio dal suo ultimo film veramente importante. Merito della sua trasparenza totale (che molti indicano come controproducente per la sua carriera) e del suo essere prima di tutto un fan con la fortuna di essere passato dietro la macchina da presa piuttosto che un regista in contatto con il suo pubblico. Dopo tutto si sta parlando di un personaggio che con i primi soldi guadagnati a Hollywood si è aperto una fumetteria, tanto sincero da ammettere senza difficoltà di aver passato i mesi seguenti al flop di Zack & Miri chiuso in casa a fumare erba e da aprire un blog dove parla della sua costante lotta con un fisico sovrappeso. Quando si è venuti a sapere che il suo prossimo progetto, un horror privo del suo solito tocco da commedia sboccata, sarebbe stato sviluppato in totale autonomia, lontano da ogni logica da multisala, la curiosità è salita subito alle stelle. E Red State ripaga tutta questa attesa alla grande.


Nonostante si parli di un film piccolissimo (neanche 90 minuti di durata, 2/3 location, sviluppo della trama minimo) il parto del nuovo Smith arriva al punto in maniera molto più diretta e brutale di tante megaproduzioni. La trama è presto spiegata: una setta cristiana che vede i gay come gli emissari di Satana sta scatenando un’ondata di violenza mentre un poliziotto vecchio e stanco (un enorme John Goodman) cerca in ogni modo di fermarli. Fine. Le tematiche catto-cristologiche da sempre presenti nella poetica di Smith (Dogma, Diavolo Custode, Reaper) questa volta sono presentate con foga quasi da torture porn, evitando ogni forma di ironia. L’ex commesso del New Jersey dimostra perfino di aver imparato qualcosina a livello di regia (alcuni frangenti della sparatoria finale sono clamorosi, da cardiopalma) anche se il meglio lo dimostra ancora una volta a livello di scrittura. Il lunghissimo monologo che introduce il reverendo Cooper va contro ogni luogo comune: il folle predicatore è un ammaliatore brillante e carismatico, lontano dal cliché del redneck con un plotone di figli deformi nascosti in cantina. La stessa costruzione della vicenda (che segue un ritmo sbilenco, con i personaggi sbattuti dentro e fuori come pupazzetti privi d’importanza) riserva qualche svolta non certo prevedibile, immergendoci in un mondo dove tutti appaiono arroccati alle proprie posizioni in maniera cieca e oltremodo stupida. E questo è anche il limite maggiore per un’opera che vuole essere prima di tutto ideologica. Smith punta il dito contro tutti, urlando (giustamente) quanto ogni forma di estremismo sia controproducente e potenzialmente autodistruttiva. Senza un minimo di approfondimento, dimenticandosi dei toni di grigio (la ragazza che cerca di salvare i bambini non vale, sarebbe troppo comoda). Dando all’insieme uno spessore un po’ più importante non si sarebbe andati a inficiare certo la potenza della tesi. Anzi, si sarebbero costruite una serie di sovrastrutture indispensabili per rendere la complessità umana di certe tematiche. Con conseguente aumento di dramma e carica empatica.


Ma così si sarebbe sicuramente stravolta l’identità di un film che vuole essere prima di tutto aggressione. E in effetti Red State è violento, nervoso e privo di sconti. Con un sacco di cristiani vogliosi di spaccare qualche testa. Gente che non si ferma mica con una semplice stretta puzzona (neanche se la fa Jason Lee).

giovedì 6 ottobre 2011

L'omino giallo che è in me...



...non potrà assolutamente fare a meno di questo libro. Qui una succosa anteprima. Piccola nota di colore: i miei pensavano che regalandomi esclusivamente Lego per tutta la mia infanzia (storia vera, ne avevo una marea) sarei diventato intelligente. Illusi.


P.S. se leggendo "omino giallo" avete pensato al mio amore per il cinema orientale siete razzisti.

martedì 4 ottobre 2011

Maniac in vinile? Fuori domani per quelli della Mondo



Domani, a un orario imprecisato, quelli della Mondo metteranno in vendita le 500 copie dello splendore qui sopra. Il capolavoro della copia Spinell/Lustig viene omaggiato con un nuovo (incredibile) artwork e una masterizzazione curata da James Plotkin (già questo lo rende di culto assoluto). Scontato il sold out nel giro di poche ore (come al solito).

[Giochiamo alla VERA guerra?] Warco



Un giorno o l'altro dovrò costruire un monumento a Matteo Bittanti. Questa volta gli devo la scoperta di Warco, uno FPS in prima persona che mette il giocatore nei panni di un reporter di guerra. Nessuna tempesta di piombo o secchiata di testosterone quindi, ma qualche stimolo in più per una parte della corteccia celebrale che solitamente l'arte videoludica evita accuratamente di stimolare. Chi ha avuto a che fare con questi singolari personaggi, i reporter di guerra, sa bene di che pasta siano fatti per potersi confrontare ogni giorno con scelte morali di un peso certo non indifferente. Il giornalista è sempre diviso tra il ruolo di eroe e quello di spietato avvoltoio (il caso più eclatante rimane quello del famigerato Bang Bang Club). Al videogiocatore quindi la difficile scelta di cosa riprendere (e montare e inviare al network) e di cosa lasciare fuori dall'inquadratura.

lunedì 3 ottobre 2011

Riavviare il blog con una lezione di vita. Impartita dai Machine Head.



Dopo settimane di impegni improrogabili (e, va detto, ricchissimi di belle soddisfazioni) finalmente riesco a rimettere mano al blog. Avrei voluto parlare del Drive di Refn, ma il pupo continua a tenermi lontano dalla sala cinematografica. Meglio qindi affidare il delicato compito di riavviare questo spazio 2.0 a quei coatti dei Machine Head. E alla lezione di vita che sono riusciti a sbattermi sul muso.


Ci sono uscite (editoriali, cinematografiche, musicali,…) che ti trasmettono un profondo senso di felicità. Questo nonostante la produzione in questione magari non sia neanche la tua tazza di tè. E’ appunto il caso dell’ultimo disco dei Machine Head, termine di una parabola umana e artistica che ha il sapore dolce e soddisfacente del riscatto personale in virtù dell’accettazione incondizionata del proprio DNA. E da questo la sincera e disinteressata gioia per una band che ha rischiato di essere dimenticata proprio per la smania di esserci a ogni costo, anche in lidi che non gli appartenevano minimamente.


L’occasione per un parallelo con una figura umana che fa parte dell’adolescenza di tutti noi è troppo ghiotta, quindi beccatevi ‘sto pippone moralistico-musicale:


1. Chiunque, a 14/15 anni, ha avuto l’amico con le cassettine più pazze del vicinato. Quello che te le metteva su a tradimento e ti bastonava con suoni di cui non avresti mai sospettato dell’esistenza. Nella sua singolare accezione quel tipetto con il gilet pieno di toppe era un’autorità, se ne sbatteva di quello che pensavano gli altri e tirava dritto per a sua strada. Naturalmente lo adoravi.


I Machine Head a inizio carriera erano proprio così. Burn My Eyes e The More Things Change... (i primi due album della band) lanciano Robert Flynn e compagnia direttamente nell’olimpo dei grandi. Passando, oltretutto, per strade che non erano ancora state battute. Inventarsi un genere più duro dei duri, vendere centinaia di migliaia di copie e ritrovarsi corteggiati dagli Slayer a 26 anni non è una cosa propriamente da tutti.


2. Lo stesso amico, una volta arrivato agli anni universitari, tende a ripulirsi. Via i capelli lunghi e le mixtape dei Cannibal Corpse. “Ma ascolti ancora quella roba?” “No, no. Adesso mi fa impazzire il post-new wave e i gruppi pompati da NME. Chiamano un sacco di figa”.


Per i Machine Head è l’epoca di The Burning Red. Album di osceno nu-metal che vende un putiferio. Il sequel Supercharger è invece un tonfo senza pari, e lascia la band praticamente in mutande. Letteralmente.


3. Dopo qualche tempo riesci a farti invitare a casa. Arrivato nella magione dell’ex-metallaro ti accorgi che i dischi post-new wave li ha solo in macchina. Accanto allo stereo, mezzi nascosti, ci sono ancora Reign in Blood e tutti i classiconi. Senza un filo di polvere sopra.


Through the Ashes of Empires è un disco un po’ così, pieno di amarezza per quello che era ma ancora troppo timoroso per staccarsi del tutto dai consigli di NME. Però la voglia di tornare a fare quello che ti piace veramente è tanta. Troppa.


4. Passa qualche anno. Quello che era il matto della compagnia è diventato un mediocre uguale a mille altre persone. Prima lo criticavi perché troppo tamarro, adesso ti accorgi di quanto ti manchi la sua ignoranza e la sua avversione ai compromessi. Sei annoiato, al baretto di sempre, quando una macchina si ferma proprio nel parcheggio di fronte. Alla guida il tuo amico, dalle casse pompa un frastuono come non ne sentivi da anni. Incominci a sorridere.


2007, arriva The Blackening. I Machine Head, sulla soglia di una rovinosa bancarotta, si ripresentano al grande pubblico con un disco di sole otto tracce, di cui quella in apertura è una suite thrash metal di oltre 10 minuti. Tutto l’album è un concentrato di rabbia, foga esecutiva e menefreghismo assoluto per quello che il mercato vuole. E’ un trionfo. L’album finisce nella Top20 di un sacco di paesi e vende in due settimane più di quello che l’album precedente ha fatto in 3 anni. La critica “seria” lo stronca (almeno fino a quando non si accorge di cosa stia smuovendo) mentre la comunità metal ulula dalla felicità. Viene accolto come l’unico sequel possibile ai classici degli anni ’80. In effetti The Blackening è colossale, ultradinamico e dalla potenza di un Caterpillar. Composto, suonato e registrato come pochi dischi si meritano di essere. Poco conta quanto possa essere telefonato e già sentito, perché dentro questo Vaso di Pandora tutto funziona da Dio. Questo è l’amico che cercavi da un sacco di tempo, con tutti i suoi pregi (tantissimi) e i suoi (adorabili) difetti. Te ne sbatti di tutto e te lo godi. I MH tornano sulla vetta, e lo fanno per la via più dritta e controversa possibile.


5. Dopo anni di latitanza eccolo lì, il tuo vecchio compagno di avventure. Scende dalla macchina e si presenta all’happy hour fighetto con una maglietta degli Iron Maiden comprata al mercato. Se ne sbatte di quello che pensano gli altri, sa di essere fuoriposto ma è raggiante. Era anni che cercava il coraggio per fare quello che voleva veramente e solo ora capisce che non era il solo a sperarci. Smetti di annoiarti e lui torna a essere quel piccolo boss di quartiere che era 15 anni fa.


Unto the Locust, fuori per Roadrunner da circa 10 giorni, è kitsch, eccessivo, sbrodolone e lontano anni luce dal concetto di modernità. Eppure è qualcosa che i Nostri non hanno mai fatto, un nuovo tassello nella loro costante evoluzione. E’ sincerità allo stato puro. Praticamente tutte le testate di settore lo indicano come disco dell’anno. Disco METAL dell’anno per la precisione, con buona pace per tutti quelli che si fanno le seghe compilando quelle top-ten in cui si cerca leziosamente di miscelare ogni genere antipopulista. E da qui il senso di felicità di cui parlavo a inizio dell’articolo. Alla faccia della retorica spicciola i Machine Head hanno rischiato di scomparire cercando di inseguire quello che non erano, ma sono tornati più forti che mai rivelandosi per quello che sono veramente. Metallari.


Coatti, privi di senso della misura, sconsiderati nell’ascoltare solo se stessi (vedi l’orrido coro di bambini in apertura di Who We Are). Il succo è che da settimana scorsa ho riascoltato questo disco allo sfinimento. Nonostante i ritornelli che cercano di unire post-thrash termonucleare e Manowar. Perché è il disco che i Machine Head meritavano di fare, rischiando di brutto ed esponendosi come non hanno mai fatto. Quando sarebbe bastato proporre una copia carbone del precedente lavoro per vendere bancali di copie. E se anche Unto the Locust non vi piace non potete non fare lo stesso i complimenti alla ciurma di Robert. Per essersi ricordati, nonostante la loro incapacità cronica di stare fermi su loro stessi, da dove vengono e per aver capito che per andare alla conquista del mondo si deve prima di tutto convincere se stessi e la propria gente.