Borna Sammak fa parte di quella nuova schiera di artisti che fa del glitch una forma di espressione, implementando questo linguaggio con una sana dose di nerdaggine ultrapop. Così nasce una bandiera statunitense composta da Optimus Prime, gli scontri tra Hulk e la Cosa prendono forma e Futurama si trasforma in un pattern psichedelico. Da applausi il sito, più old school di così si muore.
Martin Miller è un fotografo americano ossessionato dalla guerra e dal concetto di distruzione di massa. Da questo spunto nasce il suo bisogno di documentare, in maniera quasi asettica e deumanizzata, un mondo fatto di bunker e testate nucleari. Il risultato è visibile in diverse gallerie, sospese tra l'annicchilente e l'astratto (aspetto dato anche dal suo vezzo di collegare le immagini a una canzone totalmente decontestualizzata). Qui la sua pagina Behance.
Ho sempre adorato i Despised Icon, ma questa volta i canadesi hanno proprio toppato. Volevano dimostrare di essere la band più talentuosa del deathcore e invece hanno realizzato un disco inutilmente complicato e macchinoso. I picchi di ignoranza di The Ills of Modern Man rimangono un ricordo lontano. Qui la rece completa.
Per un gruppo che fa il passo più lungo della gamba se ne trova uno pentito di averlo fatto con il disco precedente. I Baroness limano il loro suono e lo imbastardiscono con le nuove intuizioni tra pop e metal di Torche e Goes Cube. Il risultato è una bomba. Stoner, postHC, grunge, metal e psichedelia. Tutto nello stesso disco. Qui la recensione. Tenete conto che prima di questo Blue Record non li sopportavo.
Piccola pausa dai lavori in corso per segnalarvi l'uscita del terzo numero di Good vs Evil. L'uscita è dedicata alla mescalina, vi lascio quindi immaginare che perle possa contenere. Sfogliando le 80 paginette di questa fanzina, stampata tra l'altro su una carta stranissima (che non capisci se è bella o brutta), passarete dall'estremente disturbante (tutti i contributi nipponici) a brevi storie quantomeno bizzarre. Tanto per farvi capire il volume si conclude con due rospi impegnati a farsi i complimenti per i nani che si portano in groppa, li fanno accoppiare davanti a una telecamera e ci esortano a fumare crack. Fuori tema, oltretutto.
Con il magazine vi arriverà anche un disegnino in copia unica. Tanto per ringraziarvi del supporto.
Già che ci siamo vi segnalo anche l'uscita del secondo numero di File Magazine. Qui sotto il trailer.
Siete tra quelli che solitamente propendono per prodotti a base di spadoni, uomini vestiti di pellicce ed epiche battaglie? Bene, risparmiate qualche soldo e lasciate Northlanders sullo scaffale. Perché l’ultima fatica di Brian Wood e Davide Gianfelice (senza dimenticare le cover di Massimo Carnevale) è prima di tutto un fumetto duro, sgradevole e per nulla conciliante. Mi spiace, nessun segno di eroi e paladini tra queste pagine.
Ciclicamente compare sul mercato un’opera di narrazione che permette a chiunque di affermare con aria saccente “il vero protagonista è il set dove si consumano le vicende”. Gli esempi si sprecano, ma sono pochissime le occasioni in cui corrispondono al vero. Il primo volume di Northlanders è una di quelle. La Norvegia di cui si parla non è solo un contenitore comune per diverse vicende, ma è un attore importantissimo nello sviluppo delle psicologie e degli snodi narrativi.
Sven fugge dalla sua Norvegia, incapace di adattarsi ai miti e alle tradizioni inumane che la caratterizzano. Dopo mesi di navigazione raggiunge il Mediterraneo. Lì viene forgiato come abile e scaltro guerriero, vive la sua vita accanto a una stupenda mercante e passa il proprio tempo tra fiumi di denaro e i piaceri della carne. Tutto sembra andare per il meglio ma il desiderio (o almeno lui cerca di giustificarsi così) di impossessarsi della sua fortuna ereditaria (Sven è figlio di un nobile) lo spinge a tornare nelle sue terre natali. Dove incomincerà un' inarrestabile metamorfosi.
Il nostro protagonista passerà in poco tempo dal deridere i costumi barbari del suo popolo, dove anche il migliore degli aldilà non è che un illusione fatta di sangue e lerciume, al vivere in una capanna dispersa tra gli spazi infinti di una landa bruciata dal freddo. Circondato da cadaveri nemici. La sua stessa fisionomia muta, finendo per assomigliare sempre più ai nativi. Una trasformazione che avrà il suo effetto più radicale nel passaggio da avido saccheggiatore, del tutto disinteressato al futuro dei norvegesi, a degno signore del suo popolo. Uno che per la sua gente è disposto a passare il proprio titolo nobiliare al peggior aguzzino del villaggio.
Un gran fumetto, che conferma il talento di Brian Wood. Peccato che anche in questo caso l’autore statunitense si confermi incapace di gettare le basi per archi narrativi più lunghi di un pugno di uscite (vedi DMZ). Gianfelice e Carnevale praticamente perfetti, non una sbavatura in tutto il tomo. Nessuna cessione ai luoghi comuni o alla facile retorica visiva, con le tavole che riescono ad arrivare a eccessi di crudezza (mai gratuitamente splatter) difficilmente digeribili.
Scopro solo ora che il celebre libro fotografico True Norwegian Black Metal di Peter Beste è tornato disponibile. Siamo alla terza ristampa, se mi faccio sfuggire anche questa non me lo merito più. Comunque sia, Peter Beste è un grandissimo indagatore di mondi e culture, dai redneck di Rural America alle periferie di London Grime, e per quest'anno è atteso il suo nuovo libro, dedicato alla comunità afroamericana di Houston.
Ci vuole una bella dose di incoscienza per gettarsi nella produzione di un kick-ass movie. Passare alla storia come regista o sceneggiatore di un titolo appartenente alla suddetta categoria significa essere relegato al culto da vhs, quel particolare tipo di venerazione che permette di cogliere tutta la forza iconoclasta dell’imperfezione, del cialtronesco e dell’improvvisazione forzata. Non si sarà mai considerati maestri, ma simboli di un modo di intendere il cinema romantico per alcuni e dilettantesco per i più. Arrivare a proporre al proprio pubblico un concentrato di brutalità e testosterone, magari arricchiti da copiose dosi di umorismo nascosto tra le righe, è un' arte raffinata riconosciuta da pochi. A testimonianza di questo tre perle dimenticate dell’ormai boccheggiante noir balistico di HK, da sempre culla privilegiata di eccessi e derive inaspettate, grandiosi esempi di libertà creativa passati praticamente inosservati.
Si prenda lo sconosciuto The Dragon Family,a opera di Lau Kar Wing. La fascetta del dvd indica come lunghezza 91 minuti, mentre la sinossi ci suggestiona cercando di convincerci che in un lasso di tempo così limitato assisteremo alla saga di quattro (!) famiglie mafiose ai vertici delle Triadi. Nel Padrino ci sono volute più di 8 ore solo per i Corleone, qui ne basta una e mezza per quattro casate di criminali. Ecco cosa succede quando metti Liu Chia Liang alle coreografie. A metà film le tre famiglie intenzionate a mettersi sulla retta via vengono decimate dalla quarta, quella composta dai veri cattivi (quelli senza onore e rispetto per le tradizioni). Da epico affresco criminale si passa a revenge movie senza tregua. In parole povere: la palla passa ai sopravissuti e sono cazzi amari per tutti. Cerimonie e giochetti politici lasciano posto a fucili a pompa che spuntano dai posti più impensati, arti marziali e decine di morti pittoresche. Magia del kick-ass movie e della limitata capacità di concentrazione che richiede. Il film non è diventato un classico (chissà perché?) ma è di un sollazzo assoluto, grazie soprattutto alle esagerate coreografie del Maestro. Violente, intricate, sempre un passo più in la di dove si sarebbe dovuti arrivare.
E se questo The Dragon Family vi sembra pretenzioso aspettate di vedervi Gun & Rose di Clarence Fok (su sceneggiatura di Wai Ka Fai). Un film che avrebbe richiesto come minimo sei ore compresso in 99 minuti. Primo frammento sospeso tra melò e triad movie, con tanto di attentato patricida, giochi di potere, sacrifici, matrimoni e figli adottivi che si dimostrano più fedeli di quelli biologici. Poi si passa alla sezione centrale, ambientata su di un' isoletta di pescatori. Il figlio buono è fuggito con la sua amata e ora conduce una vita umile ma onesta. Dovrà vedersela con le gang che spadroneggiano nella piccola cittadina, non senza aver tentato in tutti i modi di nascondere il suo passato e le sue capacità di killer spietato. Si conclude con il ritorno del nostro Eroe in famiglia, scalata sociale e duello finale con il fratello malvagio compresi. Ripeto, tutto in 99 minuti. Tutta colpa di Clarence Fok che taglia il tagliabile, sviluppa una nuova definizione di montaggio epilettico, mette in scena duelli tanto violenti quanto supersonici e ci restituisce l’epopea di un duro che non vorrebbe esserlo. Gran lavoro, al limite dell’avanguardia, che ci fa perdonare a Clarence il fatto di aver diretto Her Name is Cat, uno dei tre film più brutti della storia. Se volete capire come mettere assieme il più alto numero possibile di sequenze action slegate tra di loro nel più breve tempo possibile questo è il vostro manuale. Poi già che ci siete recuperate Naked Killer (tanto tecnicamente eccelso quanto imbevuto di un cattivo gusto indigeribile) e Cheap Killer (se i film di John Woo vi paiono queer, beccatevi questo), sempre dallo stesso regista/montatore/sceneggiatore/coreografo/direttore della fotografia/tecnico degli effetti speciali. Dove la trovate un’altra macchina da cinema così?
Anche il Maestro Johnnie To pare non essere esente da questo tipo di licenze poetiche, basti vedere il suo The Big Heat (prodotto da Tsui Hark, mica bruscolini). Più che un noir abbiamo a che fare con un autotreno lanciato a folle velocità verso di noi. I buchi di sceneggiatura sono distribuiti ad arte (in questo caso non si scherza, vi bastino come garanti i due nomi citati a inizio paragrafo), calibrati perfettamente per far guadagnare velocità alla vicenda. I protagonisti sono alla ricerca di una valigetta? Basta entrare in un magazzino, eliminare in maniera ultraviolenta tutti quelli che ci sono dentro e il gioco è fatto: il bottino sarà appoggiata su di un tavolo, in bella vista. Il premio perfetto per aver completato il livello. Così per 98 furiosi minuti, fatti di arti mozzati, incidenti automobilistici e piogge di sangue. Cinema estremo, che se ne sbatte di convenzioni e regole per arrivare direttamente dove deve arrivare. Se guardando un Old Boy si pretende che la sceneggiatura sia perfetta, praticamente un macigno privo di appigli, in The Big Heat ogni rallentamento sarebbe stato controproducente. Il film si apre con il particolare di una mano bucata da un trapano a colonna: una dichiarazione d’intenti che chiarisce alla perfezione quello che ci aspetta. Un meccanismo inarrestabile, interessato solo allo scontro e alla carne dilaniata. Chiamatelo kic-kass movie.