venerdì 2 ottobre 2009

Zach Johnsen: un Derek Hess per le nuove generazioni




Il suo stile schizzato e disturbante non può non ricordare certe cose di Derek Hess (autore della cover artwork definitiva, quella dello split Converge/Agoraphobic Nosebleed), ma in chiave meno cupa e underground. Motivo più che sufficiente per lanciare Zach Johnsen tra i miei illustratori preferiti. E, già che ci siete ,studiatevi pure la sua incredibile sezione sketch. Grazie ai ragazzi di KoiKoiKoi per la segnalazione.



Piccolo p.s.: nel topic musicale qui sotto ho aggiunto il link alla rece dei Dying Fetus. Buon disco, nulla di che ma buon disco.

giovedì 1 ottobre 2009

The Passenger Tour: prima tappa

Topic musicale cumulativo: Dying Fetus + Revocation + Fomento

Dying Fetus - Descend into Depravity: dopo la megapalla di War of Attrition tornano gli ultrapoliticizzati Dying Fetus con un disco degno del loro nome. Niente di trascendentale, ma una mezz'ora di headbang furioso è garantita. Qui la mia rece.



Revocation - Existence is futile: una palla pazzesca, l'unica vera new old school degna di nota rimane quella di Municipal Waste e Toxic Holocaust. Qui la mia rece.



Fomento - Either Caesar or Nothing: i Lamb of God con residenza a Roma. Non male, ma troppo iperprocessati per chiunque non ascolti solo roba Ferret o Prosthetic. Qui la mia rece
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martedì 29 settembre 2009

Glitch: il gusto dell'errore

Nuovo stupendo tomo fuori per Mark Batty Publisher, questa volta dedicato all'arte del glitch. Per chi non ha perso ore su emulatori o vecchi "computer" (virgolette d'obbligo) i glitch sono errori di sistema che portano a quelle schermate sospese tra arte astratta e suggestioni cyber punk. A dire il vero quelli di The Designers Republic lo facevano già 20 anni fa, ma pare che per il totale sdoganamento sia arrivato il momento solo ora. Sotto qualche esempio.





lunedì 28 settembre 2009

[trailer] Rampage di Uwe Boll: l'orrore





Un tizio sbrocca, si costruisce una tuta in kevlar e, semplicemente, abbatte tutto quello che si muove. Dicono che sia un gran film, nonostante la presenza di Uwe dietro la macchina da presa. Di sicuro è la dimostrazione che un vero film horror non richiede mostri, sette, vampiri o tantomeno presenze ectoplasmatiche. Il reale, quello che ti può succedere uscendo per strada, sarà sempre la cosa più terrorizzante tu possa incontrare. Senza tante menate simboliche o metaforiche.



Piccola nota personale: i 4 secondi tra le due schermate in bianco e nero sono la cosa più terrorizzante che mi sia capitato di vedere da parecchio tempo a questa parte. Dentro ci sono almeno 10 anni di cronaca, tra scenari di guerra, terrorismo e atti di follia omicida.

L'arte della coercizione: The Housemaid di Kim Ki-young (Sud Corea/1960)




Ci voleva l’interessamento di un certo Jean-Michel Frodon, caporedattore dei Cahiers du Cinéma, e i soldi di Scorsese, Armani e Cartier per riportare alla luce questo The Housemaid. Autentico esempio di film politico, nasconde sotto la veste di noir in versione “psicodramma familiare” una sottile metafora dei giochi politici che accompagnano ogni giorno della nostra vita.



In una ricca famiglia della Corea degli anni ’60 l’arrivo di una cameriera è destinato a incrinare per sempre gli equilibri familiari, con risultati sempre più drammatici e sconvolgenti.



Il film si apre con una copia di sequenze illuminanti per poter capire il resto dell’opera. Nella prima la coppia protagonista si ritrova a tavola, commentando ad alta voce le notizie del giorno. Il punto focale di tutto il dialogo è come i datori di lavoro siano diventati dipendenti dalla loro servitù, che a loro volta non può esistere senza lo stipendio mensile. Subito dopo lo scambio di battute ci si sposta sui figli, impegnati in quel tradizionale gioco in cui si sfruttano un elastico e le proprie dita per costruire dei complessi reticoli. A ogni passaggio interviene uno dei due giocatori, perde chi non è in grado di tessere la ragnatela seguente. Kim Ki-young parte da questo semplice preambolo per costruire un castello di potere e sottomissione sempre più morboso e inaccettabile, fino alla grottesca conclusione.



Abilissimo nel tratteggiare le psicologie dei suoi personaggi, il Maestro sud coreano sfrutta a pieno un parco attori ridotto (neppure una decina di personaggi) e un’unica location principale per ironizzare in maniera feroce e nerissima sui complessi meccanismi di coercizione che definiscono le relazioni umane. Lo spettro del tradimento diventa motore primo di un gioco di specchi che finisce per confondere e abbagliare i suoi stessi fautori, in una partita a scacchi dove perdono tutti. Personaggi odiosi, messa in scena tra l’horror e il noir, tasso di morbosità capace di disturbare ancora oggi (e si consideri che il film è del 1960).



Al di là della raffinatissima fotografia e di una serie di soluzioni tecniche che lasciano interdetti (le carrellate sull’asse o il montaggio epilettico del funerale) quello che rimane di una simile opera è la finezza e l’intelligenza con cui si affrontano i temi. Nessun didascalismo politico da quattro soldi (tipo quelli che si vogliono addossare allo splendido District 9, dove lo spunto è più McGuffin che reale metafora) e nessun bisogno di arrivare a quel cinema dell’estremo che pare essere diventato unica via per scuotere. Ci vogliono 1000 Martyrs per arrivare alla pesantezza di certi giochi psicologici che si vedono in questo The Housemaid (tipo convincere un bambino di 4 anni di essere stato avvelenato, con conseguente crisi di panico e morte per incidente domestico dovuto a questa).



Opera unica, inimitabile, con un finale tanto amorale e sconcertante da non poterlo non considerare una tra le pietre fondanti di quello che un certo cinema asiatico oggi rappresenta.




domenica 27 settembre 2009

[clip] The Human Centipede di Tom Six: Miike + Cronenberg + Hideshi Hino?





Giusto il tempo di gioire per Drag Me to Hell e il ritorno di un certo tipo di horror (di serie B ma impeccabile, divertente ma non cialtronesco, semplicissimo ma inaspettato) che arriva questo Tom Six a rovinarci la festa. Da quello che si legge in giro The Human Centipede è una bomba, ma in questi casi il rischio scult è sempre dietro l'angolo. La storia di uno scienziato pazzo che intende realizzare un millepiedi umano, collegando tra loro diversi malcapitati attraverso l'apparato digerente, potrebbe essere degna della tripletta del titolo come di uno sconosciuto cineasta indonesiano/filippino.



Saremo più dalle parti di un Von Trier (uno che più ci prende per il culo più noi siamo felici, vedi la volpe parlante di Antichrist) o della soporifera serietà di Martyrs?