domenica 26 luglio 2009

Assault Girls: il ritorno di Mamoru Oshii





Quello che trovate qui sopra è un cortometraggio del 2007 diretto dal Maestro Oshii. La bella notizia è che entro la fine dell'anno potremmo vederci la versione lunga, diretta sempre dalla mente geniale dietro ad Avalon (per rimanere in ambito live action). La news ancora migliore è che sul recente dvd giapponese dell'antologia televisiva Kill (in cui Mamoru produce il tutto e dirige un segmento, vedi il trailer qui sotto) si trovano alcuni screenshot del nuovo lungometraggio. Li trovate qui. Penso che il netto miglioramento sia sotto gli occhi di tutti. A questo punto non rimane che aspettare!




sabato 25 luglio 2009

Una pubblicità, due punti di vista









Sopra la patetica versione israeliana, sotto quella un pelino più realistica palestinese. C'è dell'umorismo in tutto questo.

mercoledì 22 luglio 2009

[queerpornohorrormovie] Otto; or, Up with Dead People di Bruce LaBruce (Ger/Can/2008)




Otto non è quello ci si aspetta. Non è il solito trashone fatto di zombie, sangue e carnazza al vento (omo o etero che sia). Non è neppure un morboso porno gay fatto di corpi sudati e fluidi corporei. Otto; or, Up with Dead People è un film toccante, complesso, politico e molto più sovversivo (per linguaggio e contenuti ) di quello che si potrebbe pensare.



Tutto parte dal pellegrinare dello zombie adolescente Otto. Senza memoria (a parte occasionali flashback che ci rivelano il suo essere gay) e privo di piani per il futuro decide di dirigersi verso la capitale alternativa d’Europa: Berlino. Qui incontrerà la regista indipendente Medea, assieme a tutta la sua stralunata ciurma di artisti (prima fra tutti la fidanzata Hella, muta e in bianco e nero), che lo coinvolgerà nel suo ultimo capolavoro: Up with Dead People, cronaca dell’insurrezione degli omozombie nei confronti del mondo borghese.



Il regista Bruce LaBruce, noto per i suoi lavori a metà tra pornografia queer e avanguardia, costruisce una scatola cinese funambolica, dove trovano posto le vicende di Otto, il metafilm Up with Dead People, il making off di questo, veri filmati di bombardamenti e alcuni corti della protagonista femminile. Se in principio i confini sono ben definiti, mano a mano che l’opera procede questi si fanno sempre più sfumati, fino all’inevitabile cortocircuito finale. Nonostante i ritmi più da video arte che da cinema di genere, la cura formale dedicata all’insieme è strabiliante. Dai deflagranti simbolismi (Otto che si aggira senza meta in un parco pieno di finti dinosauri all’abbandono, il primo morso dato alla carne proprio nei pressi di un crocevia) alla numerose trovate meta filmiche (si passa da vere riprese notturne al classico effetto notte senza soluzione di continuità, la regista Medea da ordini al vero cameraman che riprende il cameraman all’interno del lungometraggio) tutto è calcolato al millimetro, compresa una stupenda colonna sonora capace di fondere suggestioni gotiche, pop minimalista e feroci abrasioni power noise.



Quello che colpisce maggiormente è come, nonostante diverse scene di sensualità esplicita e non certo carica di romanticismo, in primo piano ci siano sempre i sentimenti dello zombie Otto. Per rendere ancora più esplicita questa scelta esistenzialista LaBruce si rifugia in alcuni espedienti solo all’apparenza scontati: in un film quasi totalmente desaturato la scelta di rendere i flashback sudaticci, ipercolorati e dalla carica ormonale strabordante (come dovrebbero essere i ricordi adolescenziali di chiunque) ha un effetto straziante, proprio come le laconiche e statiche scene delle nottate passate immobile, incapace di dormire e privo di qualsiasi contatto umano (se non nei ricordi) ci ricordano quando deve essere duro risvegliarsi dalla morte.



Una grande prova per il cineasta canadese. Un’opera che si stacca con violenza da cliché e luoghi comuni di ogni ceppo da cui nasce, e per questo (tra gli altri motivi) giustamente premiata con il premio come miglior film al Mix Gay Film Festival di Milano dello scorso anno.




lunedì 20 luglio 2009

[kick-ass movie] Rolling Thunder di John Flynn (Us/1977)


Rolling Thunder si pone in pieno filone post Vietnam, esattamente nel centro del triangolo formato dal grim & grit Combat Shock di Buddy Giovinazzo, l’exploitation Apocalisse Domani di Margheriti e i muscoli del Rambo di Ted Kotcheff.



Dopo sette anni di Vietnam il maggiore Charles Rane torna in Texas. Scoprirà a suo malgrado che la patria per cui ha perso la sanità mentale non è la stessa di quando è partito. Un gruppo di malviventi messicani gli sterminerà la famiglia e gli mutilerà la mano, tutto per i 2555 dollari d’argento tributati dal piccolo paese all’eroe locale. Al Nostro non rimarrà che armarsi di doppietta a canne mozze e uncino, ric
hiamare un vecchio compagno d’armi e prendersi la meritata vendetta.



Il film di John Flynn procede con il ritmo lento e sinuoso tipico di certa cinematografia americana del periodo (primo su tutti il mitologico Punto Zero), alternando lunghi silenzi ai flashback della prigionia Vietnamita del protagonista. Una fotografia spenta e sporca ci restituiscono il ritratto perfetto di una società alla deriva, mantenendosi però all’interno dei limiti imposti dal cinema di genere. Perché alla fine Rolling Thunder è proprio questo, un magnifico film di genere. Inequivocabile come un uppercut.



Nonostante la matrice seria e drammatica della vicenda, l’amante del rape’n’revenge (variante maschile, alla Da uomo a uomo di Giulio Petroni) andrà in brodo di giuggiole nel vedere il maggiore Charles Rane e il caporale Johnny Vohden rimettersi in divisa per l’ultima volta, pronti a scatenare l’Inferno sulla Terra. La critica all’assurdità della guerra è solo motore per un gioco al massacro che non ha nulla di politico, ma sfrutta gli eventi del mondo reale per costruire due antieroi disillusi e fuori tempo massimo, al limite del grottesco. Un soldato che sopravvive a sette anni di vita militare finisce per perdere la mano nel tritarifiuti del tranquillo tinello casalingo, incapace di reagire alla violenza fisica se non pagandone lo scotto con lo squilibrio mentale. Ogni scusa per richiamare l’orrore di quei giorni è buona, rischiando di trasformare una chiacchierata nel capanno degli attrezzi in una sessione di tortura.



Questo capacità disgraziatamente leggera di trattare quello che all’epoca era il più delicato degli argomenti rende Rolling Thunder un perfetto kick-ass movie. Cattivo, slegato da certa mentalità che ricerca la perfezione nel medium cinematografico e capace di iscriversi istantaneamente nell’immaginario dello spettatore. L’umorismo (volontario o meno) è sgradevole e strisciante, mai esplicito o liberatorio. Come una sorta di Mucchio Selvaggio svuotato dalle evoluzioni tecniche di Bloody Sam e privo della disarmante potenza metaforica del capolavoro crepuscolare in questione.




venerdì 17 luglio 2009

Minirecensioni da sovraccarico lavorativo: 5 grandi dischi che non ha cagato nessuno

In rigoroso ordine di apparizione:






Medulla Nocte – Dying from the Inside (Copro Records/2000)



Uno dei più grandi dischi metalcore dello scorso decennio. Claustrofobico, informe, sofferente. Tutto il contrario di quello che finiva nelle classifiche alternative fino a poco tempo fa. Incredibile prestazione vocale di Paul Catten, all’epoca ricoverato presso un ospedale psichiatrico (per la registrazione del disco fu necessario arrotondare tutti gli spigoli dello studio), autentico alienato in un mare di finti emarginati.






Beecher - Breaking the Fourth Wall (Calculated Risk/2003)



Altra gemma proveniente dalla Terra d’Albione. Tra le poche band capaci di aperture melodiche veramente significative, nonostante un involucro di ferocia e rumore quasi impenetrabile. Il postcore incontra il grind e il pop. Il risultato non è esente da difetti, ma sprigiona classe infinita. Peccato per la déblàcle dell’album successivo (nonostante la produzione di Kurt Ballou dei Converge), soffocato dalle sue stesse velleità intellettuali.






Labrat – Ruining it for everyone (Visible Noise/2003)



Solo in Inghilterra una band potrebbe puntare al successo con titoli del calibro di Diary of a piss drinker . Per di più sbattendo su disco una mistura oscena di grind, sludge e putridume assortito. Slabbrati e liquidi come i primi Cattle Decapitation, giocavano sul baratro tra estremo e modaiolo già 6 anni fa. Troppo presto.






Terminally Your Aborted Ghost – Slowly peeling the flesh from the inside of a folded hand (Macabre Mementos/2005)



Se questo non lo conoscete un motivo c’è. Un abominio. Non esiste altra parola per definirlo. Se pensate che il top dello scellerato siano i Cannibal Corpse, allora preparatevi ad allargare i vostri standard. Eppure in questo disco non esiste qualcosa che sappia di già sentito, le canzoni sono miniere di idee e la volontà di sfondare i confini dell’accettabile è tangibile e sincera. Tanto basta per farne un cult.






Dr. Doom – S/T (CrashLanding Recs./2007)



Supersonici, eppure miracolosamente piacevoli. Arrivano da Amsterdam e suonano come un incrocio tra Nasum, Gadget e Sayyadina. Intelligenza a tonnellate, lo dimostrano le 3000 chicche disseminate in questo EP, eppure la foga pare inarrestabile. La più grande grind band di domani?

giovedì 16 luglio 2009

Wapakman: quando il super eroe è filippino


Premio miglior teaser dell'anno. Topel Lee riesce a infilare in un minuto l'effetto speciale più economico di sempre (sono sicuro che a Hollywood avrebbero pagato milioni di dollari per raggiungere i risultati che qui si hanno con un semplice effetto sonoro in post produzione e un compressore) e un senso dell'umorismo che non può non ricordare il cult Mr. Suave: Hoy! Hoy! Hoy! Hoy! Hoy! Hoy! (pellicola filippina totalmente demente, vista anche in Italia su Comedy Central). Il risultato è grandioso, genuino e politicamente scorrettissimo. Cosa chiedere di più?

lunedì 13 luglio 2009

Minirecensioni da sovraccarico lavorativo: Bronson di Nicolas Winding Refn

Immaginate Chopper di Andrew Dominik diretto da Sorrentino, innestatelo con una bella dose di Samuel Fuller e pensate che a mandare avanti la baracca c'è il genio dietro alla trilogia Pusher. Per chi non lo sapesse, l'eterno emergente Nicolas Winding Refn. Direzione degli attori annicchilente, equilibrio tra dramma, grottesco e commedia misurato con il bilancino da spacciatori. Capolavoro no, ma grande cinema sì. Anche se ormai la combo carrellata laterale più mazzate è copyright di Park Chan Wook.