lunedì 12 gennaio 2009

[trailer] Bronson di Nicholas Winding Refn (UK/2009): il nero si tinge di follia.





Quando dirigi la trilogia noir definitiva è lecito che tutti si aspettino grandi cose da te. Quando poi il plot del tuo nuovo film è quello qui sotto le lacrime agli occhi sono obbligatorie.



Charlie Bronson, Britain’s most violent prisoner and the antihero of Nicolas Winding Refn’s tour de force, is a man with a calling. He just needed jail time to find it. In 1974, Charlie robs a post office and draws a seven-year sentence. But stone walls do not a prison make. His “hotel room” becomes an incubator for his art, which is violence. Taking a perverse glee in fighting, he’s sent to a mental institution, where, drugged and drooling, he still musters defiance. His eventual release is short lived, and he returns to jail. Placed in an art class, Charlie creates his masterpiece. It is not a painting. Though based on a real person, Bronson is less a biopic than a virtuosic explosion of style. With twisted imagery, the music of Wagner and Pet Shop Boys, and a stunning performance by Tom Hardy, Refn creates an aesthetic that is both complicit in Charlie’s violence but also theatrical. Charlie narrates his own story before an audience, and the movie is just an extension of this burlesque staging. Our moral compass reeling, we’re tempted to see him as an animal, but violence is simply the fullest expression of his identity. Overjoyed by his fame and ever-increasing capacity for harm, Charlie walks the cellblock beaming with pride. He has become somebody. He is—quite terrifyingly—the hero of his own story.



Nicolas Winding Refn è uno dei più promettenti registi europei. Annicchilente, senza limiti dettati dal pudore. Dotato di uno sguardo sul buio più impenetrabile. Lo stile cambia, ma il suo interesse per un'umanità disperata sembra lo stesso. La spettacolarizzazione della messa in scena (rispetto al linguaggio da documentario dei suoi precedenti lavori) pare il frutto di un viaggio dentro la testa di uno psicopatico piuttosto che il solito teatrino da crime movie stiloso. Film dell'anno. A priori.

venerdì 9 gennaio 2009

Bert Simons e i suoi cloni di carta

Temete che dopo la vostra morte possa non rimanere più nulla di voi? Fate come Bert Simons e clonatevi. Cliccate qui e scaricate il .pdf. Armatevi di forbici, colla e taaanta pazienza. Dopo qualche ora avrete a casa vostra una perfetta copia dell'artista.

I giocattoli gotici di Kris Kuksi






Probabilmente il Kansas è molto più vicino all'inferno di quanto pensiamo. O almeno questa è la mia spiegazione per questi incubi. Insomma, deve esserci qualcosa di malato nello stato che da asilo a uno come Kris Kuksi. Qui il sito ufficiale.

giovedì 8 gennaio 2009

Ryan McGinness e l'estetica del caos






Non male per uno skater di Virginia Beach. Qui il suo sito. Mentre qui trovate alcune pagine del suo ultimo libro, Sin/No Future. Stampato in 2500 copie, costa circa 60 dollari. Direi che li vale tutti

mercoledì 7 gennaio 2009

Alla Nokia i maghi non sono solo quelli del marketing





Postare video virali è piuttosto banale, ma questo della Nokia è un prodigio. Non ho ancora capito come fa a beccarla ogni volta.

lunedì 5 gennaio 2009

Nordic Vision: il lato intelligente del black metal

Alla fine anche il black metal ha portato qualcosa di buono (non me ne vogliano i blackster più true/grim/raw). Nordic Vision è una fanzina norvegese altamente settoriale e stampata senza editore, ma capace di riscrivere i canoni del magazine musicale. Carta patinatissima, pochi articoli ma ben approfonditi (si consideri che vengono dedicate 10 pagine agli Orcustus, autori di un solo, introvabile EP), cura maniacale per grafica e shooting. Dalla scelta dei font al rispetto per la fotografia (tutte a pagina piena, più alcuni clamorosi casi di pagina doppia, zero cazzate da satanista della domenica) tutto denota un gusto eccezionale, tra il minimalista e il gelido (molto black). Un gran numero di scelte scomode a livello contenutistico denota la voglia di tenersi alla larga da certe faglie merdallare ancorate a clichè nati morti 20 anni fa. Capolavoro di editoria, prodotto inarrivabile anche per nomi ben più blasonati (ed economicamente forniti).


sabato 3 gennaio 2009

The Coffin di Ekachai Uekrongtham (Tha/2008)




Dopo Missing di Tsui Hark ecco un nuovo esperimento di fusione tra ectoplasmi e melodramma. The Coffin prende il via da una finta sepoltura, un rituale di massa atto a giocare il destino e garantire a chi si sottopone al folkloristico esperimento una nuova vita. Fin qui nulla più che una sorta di rilettura esoterica di quanto già visto nella serie Final Destination, se non fosse che siamo in Tailandia piuttosto che negli Stati Uniti. E questo cambia più carte in tavola di quanto ci si aspetti.



Per lo spettatore occidentale uno degli aspetti più affascinanti della filmografia horror di questa nazione è la serietà e la normalità con cui si prende l’aspetto sovrannaturale. Se in un film tailandese si parla di fantasmi o di spiriti non si assisterà a scenate isteriche da parte dei protagonisti, semplicemente ci si recherà dallo stregone più vicino per vedere di chiedere scusa alle entità che si ha involontariamente disturbato. Proprio come nell’horror Hong Konghese degli anni ’80 anche nel caso della new wave thai questi aspetti di colore locale finiscono per essere uno dei motivi di maggiore interesse, spostando il baricentro da curiosità a ingrediente fondamentale per la costruzione di un’atmosfera inimitabile.



Ed è esattamente questo che succede in The Coffin: se io truffo gli spiriti facendogli credere di essere morto questi avranno più di un motivo per inalberarsi, con le logiche conseguenze. Se nella serie US i giovani protagonisti potevano ambire a giocare la morte, qui al massimo si può arrivare a rimettere le cose a posto. Dalla nazione che ha partorito un concentrato di atrocità come Art Of The Devil 2 (uno dei film che, con i suoi ami sottocutanei e le sue fiamme ossidriche, ha contribuito a spostare l’ago del lecitamente visibile) ci si aspettava una nuova tempesta di sangue e frattaglie, ma ci si sbagliava di grosso: Ekachai Uekrongtham ci racconta due vicende parallele, legate entrambe alla stessa cerimonia, struggenti e disperate. Ben presto le apparizioni sovrannaturali abbandonano lo spavento per caricarsi di amarezza e nostalgia, per non parlare chiaramente di disperazione.



La messa in scena di questo minuscolo film (80 minuti, una manciata di attori e di location) sfugge da ogni scelta facile, per sperimentare con ritmi lenti, salti temporali e filtri colorati. Il risultato finale è comunque sommesso e funereo, lontano da pacchianate a effetto. Non siamo certo dalle parti del capolavoro, neppure inscrivendolo al genere (anche dopo qualche anno è Dorm a rimanere il vero capolavoro horror thai). Quello che ci rimane è un buon lavoro, ferocemente attaccato alla sua nazionalità ma con la voglia di sfondare la concezione di “cinema di paura” come veicolo unicamente di brividi o suggestioni politiche.