Poche storie, ecco una rassegna di autentiche opere d'arte raccolte sui muri (anzi, sullo stesso muro!) della mia città. Alla faccia di Berlusconi e delle sue proposte ad alto tasso di populismo (contando che il popolo in questione è un popolo di vecchi).
domenica 12 ottobre 2008
sabato 11 ottobre 2008
Banksy goes to New York City
Nuova trovata per il grande street artist Banksy. Dall'Inghilterra a New York, dallo stencil all'animatronic: The Village Pet Store and Charcoal Grill è un finto negozio popolato da inquitanti animali. Forse un poco didascalico, ma sicuramente molto suggestivo.Sul sito un pacco di altri filmati.
venerdì 10 ottobre 2008
[trailer]Saluda Al Diablo De Mi Parte di Carlos Esteban e Juan Felipe Orozco (Colombia/2008) Pt.2
Secondo, magnifico trailer per il noir colombiano Saluda Al Diablo De Mi Parte (il primo lo trovate qui). Che dire? Pare un incrocio tra Michael Mann e Nicolas Winding Refn (vi prego recuperate la sua trilogia capolavoro Pusher, rivaluterete ogni altro crime movie nella vostra top 10) e la cosa non può che rallegrarmi. Come penso qualunque essere senziente con un minimo di fascinazione per la malavita.
mercoledì 8 ottobre 2008
[trailer] A forbidden love story di Alexi Tan (Ita/Taiwan/2008)
Il nuovo progetto di Alexi Tan, pupillo di John Woo e autore del pregevole Blood Brothers, è un cortometraggio dall'alto tasso di melodramma (in puro HK style) targato Diesel. Ancora una volta il brand italiano dimostra di essere un bel passo avanti agli altri, dando fiducia a un giovane regista non certo proveniente dai soliti circolini.Trovate tutto qui.
martedì 7 ottobre 2008
Exit No. 6 di Yu Hsien Lin (Taiwan/2007)
Le conseguenze dell’amore (Paolo Sorrentino/2004) fu etichettato come una pubblicità della BMW lunga 100 minuti, A bittersweet life (Kim Jee-woon/2005) spostava il campo da gioco dalle berline tedesche allo stile di Dolce & Gabbana. Non c’è da meravigliarsi quindi se il giovanilistico Exit No.6 parrà ai suoi detrattori come uno spot della Diesel girato a Taiwan. Yu Hsien Lin dona al suo secondo lungometraggio una messa in scena stratosferica, inondando lo schermo di colori e tagli di luce. Sinuosi movimenti di macchina giocano con angolazioni inconsuete, mentre i piani fissi acquistano varietà grazie ai continui slittamenti della messa a fuoco. Un tour de force stilistico che annichilisce ogni concorrente, e che paradossalmente trova un pari solamente nell’outsider Bio Zombie (1998) di Wilson Yip. E non solo per l’eccellenza della messa in scena.Perché l’adolescenza è sfavillante e colorata solo nella testa degli adulti.
Proprio come il piccolo film di Hong Kong questo Exit No.6 nasconde, dopo un 95% buono di film completamente votato alla commedia (horror per Bio Zombie, romantica in questo caso), un’iniezione di realtà che li avvicina entrambi alle intuizioni sviluppate da Fukasaku nel suo Battle Royale. La ribellione giovanile e la resistenza a un sistema che fa della competizione il suo asse principale possono essere rappresentati in maniera differente da occidente a oriente. Quasi cancellati o relegati in romantiche parentesi nostalgiche nella commedia occidentale (dai vari American Pie fino alle nostre Mocciate), portati alle estreme conseguenze (ma non quelle che vi aspettate) nei campioni d’incasso dell’altra metà del mondo.
Succede così che una piccola produzione di Taiwan, come questo Exit No.6, ci regali gioia per gli occhi e nel contempo ci porti a riflettere. Gustose citazioni dai classici del kung fu si sposano con l’estetica da fotografia di moda (diciamo Elaine Constantine), la leggerezza del ricordo si mischia alla dura realtà e al cinismo dell’iperbole. Perché a Ximending tutto può succedere, anche di arrendersi alla vita (proprio come nei centri commerciali di Hong Kong visti in Bio Zombie).
Person Elaine Constantine
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lunedì 6 ottobre 2008
Shoot'Em Up di Michael Davis (US/2008)

Nella sua assoluta idiozia Shoot‘Em Up nasconde più di un colpo di genio. Prodotto che nasce e si regge sull’incrocio di rimandi e linguaggi, traguardo ultimo di una tendenza autodistruttiva verso la completa cannibalizzazione dell’immaginario collettivo, il lungometraggio di Michael Davis mette le cose in chiaro fin dalle inquadrature d’apertura. Un primissimo piano di scuola spaghetti western, un duro lercio e trasandato occupato in un banchetto a base di caffè e carote. Inconsciamente il protagonista si definisce nella nostra testa come un incrocio tra Clint Eastwood (e infatti più volte durante il film Clive Owen viene apostrofato come “l’uomo senza nome”) e Bugs Bunny, lasciandoci intendere cosa ci aspetterà nei prossimi 80 minuti. Dopo una manciata di secondi piombo e sangue stanno già saturando il nostro sguardo, fino all’epifania del titolo: Shoot’Em Up. Un rimando ben preciso alla famiglia più feroce delle arti video ludiche, una dichiarazione d’intenti che richiama i vari Contra e Metal Slug a numi tutelari di un’azione gratuita, senza sosta e che fa del bodycount a tre cifre un simbolo da sbandierare con orgoglio. E non è un caso che tutto il film non è che la riproposta della scena più famosa del cult Hard Boiled di John Woo, spalmata sul minutaggio di un lungometraggio e irrobustita/diluita dal tipico gusto da baraccone US. Un cartone animato ultraviolento, eccessivo sotto ogni punto di vista, che si prende il lusso di rileggere una delle sequenza fondamentali della chiave di volta Django (Sergio Corbucci/1966) e di restituirla alle nuove generazioni innestata con l’idealizzazione dell’heroic bloodshed, l’umorismo della Rockstar Games e il gusto dell’eccesso patinato tipico dello splat pack. Il risultato fa tabula rasa di ogni nozione narrativa, basando lo sviluppo della trama su intuizioni sospese tra idiozia e sottile presa in giro del lavoro di sceneggiatore a Hollywood.
Tutto qui, il resto si muove tra i Motorhead e le tette della Bellucci, tra una battuta su quanto sono scontati gli action movie e uno sproloquio più che inutile. Peccato per la tecnica registica non eccelsa di Michael Davis, incapace di portare a fondo la riflessione sul noir cantonese proprio per una padronanza del mezzo cinema che non sfiora neppure le vette di Johnnie To, Ringo Lam, Patrick Yau, Alan Mak e dello stesso John Woo. Siamo comunque lontano da videoclip e accelerazioni digitali, dell’eclettismo un po’ stupido alla Crank o dalla confusione di un Michael Bay qualsiasi. E per una volta, tanto basta.
Tutto qui, il resto si muove tra i Motorhead e le tette della Bellucci, tra una battuta su quanto sono scontati gli action movie e uno sproloquio più che inutile. Peccato per la tecnica registica non eccelsa di Michael Davis, incapace di portare a fondo la riflessione sul noir cantonese proprio per una padronanza del mezzo cinema che non sfiora neppure le vette di Johnnie To, Ringo Lam, Patrick Yau, Alan Mak e dello stesso John Woo. Siamo comunque lontano da videoclip e accelerazioni digitali, dell’eclettismo un po’ stupido alla Crank o dalla confusione di un Michael Bay qualsiasi. E per una volta, tanto basta.
Person Michael Bay
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mercoledì 1 ottobre 2008
[pubblicità creativa] Il miglior horror noir degli ultimi 10 anni
Vi ricordate di questa clip? La dimostrazione di come uno spot possa battere su tutta la linea gran parte della produzione horror degli ultimi anni. Penso che basti la semplice visione per spiegare il perchè di tale affermazione. Adesso è il turno del noir dalle tinte Lynchiane. Non per nulla il primo ricordo che mi riaffiora durante la visione è l'arcinota campagna di comunicazione curata dal regista del Montana per Playstation 2. In qualunque caso un nuovo capolavoro di sintesi e regia.
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